L’uomo che volle sparire
A Roccaforte del Greco il vento arrivava prima degli uomini.
Scendeva dalle montagne, entrava nei vicoli, sbatteva contro le porte, sollevava la polvere davanti alle case e poi correva via, come se anch’esso avesse fretta di andarsene da qualche parte.
Luigi Palamara lo ascoltava dalla finestra.
Era tornato al paese da pochi giorni, ma nessuno gli aveva chiesto perché. Nei paesi dell’Aspromonte certe domande non si fanno. Si guarda. Si aspetta. E se uno vuole parlare, prima o poi parla.
Aveva lasciato sul tavolo il telefono spento.
Lo fissava come si guarda un animale morto che, tuttavia, potrebbe ancora mordere.
Sul piccolo schermo nero non arrivavano più messaggi, notifiche, numeri, richieste, commenti. Nessuno gli diceva cosa pensare. Nessuno gli chiedeva cosa pensasse.
Gli sembrò strano.
Poi gli sembrò bello.
Fuori, il paese scendeva lungo il fianco della montagna con le sue case immobili, i muri vecchi, i tetti che avevano imparato a resistere agli inverni. Più lontano, l’Aspromonte si alzava scuro e severo.
Luigi prese una sedia e si sedette davanti alla porta.
Passò compare Antonino, un uomo asciutto che camminava appoggiandosi a un bastone di castagno.
Si fermò.
«Sei tornato.»
«Pare di sì.»
«Per quanto?»
Luigi alzò le spalle.
«Forse per sempre.»
Antonino lo guardò con attenzione.
«Quando uno dice “per sempre”, di solito non sa ancora quanto resisterà.»
«E tu quanto sei rimasto?»
«Io non me ne sono mai andato.»
«È diverso.»
«No. È la stessa cosa. C’è chi resta col corpo e se ne va con la testa. E chi se ne va col corpo e passa la vita a tornare.»
Luigi sorrise.
«Tu parli troppo.»
«Per questo non ho mai avuto bisogno di internet.»
E riprese la strada.
Luigi rimase a guardarlo finché il vecchio scomparve dietro una curva.
Da molti anni viveva dentro il rumore.
Articoli. Editoriali. Video. Discussioni. Polemiche.
Ogni mattina il mondo gli chiedeva un’opinione.
Su tutto.
La politica, la guerra, la società, un fatto di cronaca, la frase di un ministro, l’ultima sciocchezza diventata improvvisamente indispensabile.
Bisognava parlare.
Bisognava farlo subito.
Bisognava arrivare prima degli altri.
Se aspettavi un giorno, eri già vecchio.
Se aspettavi una settimana, eri morto.
E Luigi aveva corso.
Aveva scritto.
Aveva parlato.
Aveva registrato video.
Aveva risposto.
Aveva discusso con uomini che non avrebbe mai incontrato e ricevuto insulti da persone delle quali non avrebbe riconosciuto il volto passando loro accanto.
Poi, una mattina, aveva guardato la propria faccia riflessa nello schermo del telefono.
E aveva pensato:
Ma chi è quest’uomo?
Non aveva trovato risposta.
Così era tornato a Roccaforte.
La casa apparteneva alla famiglia da più tempo di quanto riuscisse a ricordare.
Dentro c’erano ancora fotografie ingiallite, una credenza di legno, un letto di ferro, alcuni libri e l’odore delle stanze rimaste chiuse troppo a lungo.
In fondo a un ripostiglio Luigi trovò una vecchia scatola.
Dentro c’erano pennelli.
Alcuni erano duri, incrostati di colore.
Li prese uno a uno.
Quando era giovane dipingeva.
Non per vendere.
Non per esporre.
Non per ricevere giudizi.
Dipingeva perché gli piaceva.
Gli sembrò una cosa remota, quasi incomprensibile.
Fare qualcosa senza mostrarla.
Come amare qualcuno senza pubblicarlo.
Come mangiare senza fotografare il piatto.
Come guardare un tramonto senza provarne l’esistenza.
Il giorno seguente comprò colori e tele.
Sistemò un cavalletto davanti alla finestra.
Cominciò a dipingere la montagna.
Luigi Palamara
Estratto dal libro: Aspromonte, dove l'anima non muore di Luigi Palamara.
In uscita per Natale 2026.
Prenotalo adesso.
@luigi.palamara L’uomo che volle sparire A Roccaforte del Greco il vento arrivava prima degli uomini. Scendeva dalle montagne, entrava nei vicoli, sbatteva contro le porte, sollevava la polvere davanti alle case e poi correva via, come se anch’esso avesse fretta di andarsene da qualche parte. Luigi Palamara lo ascoltava dalla finestra. Era tornato al paese da pochi giorni, ma nessuno gli aveva chiesto perché. Nei paesi dell’Aspromonte certe domande non si fanno. Si guarda. Si aspetta. E se uno vuole parlare, prima o poi parla. Aveva lasciato sul tavolo il telefono spento. Lo fissava come si guarda un animale morto che, tuttavia, potrebbe ancora mordere. Sul piccolo schermo nero non arrivavano più messaggi, notifiche, numeri, richieste, commenti. Nessuno gli diceva cosa pensare. Nessuno gli chiedeva cosa pensasse. Gli sembrò strano. Poi gli sembrò bello. Fuori, il paese scendeva lungo il fianco della montagna con le sue case immobili, i muri vecchi, i tetti che avevano imparato a resistere agli inverni. Più lontano, l’Aspromonte si alzava scuro e severo. Luigi prese una sedia e si sedette davanti alla porta. Passò compare Antonino, un uomo asciutto che camminava appoggiandosi a un bastone di castagno. Si fermò. «Sei tornato.» «Pare di sì.» «Per quanto?» Luigi alzò le spalle. «Forse per sempre.» Antonino lo guardò con attenzione. «Quando uno dice “per sempre”, di solito non sa ancora quanto resisterà.» «E tu quanto sei rimasto?» «Io non me ne sono mai andato.» «È diverso.» «No. È la stessa cosa. C’è chi resta col corpo e se ne va con la testa. E chi se ne va col corpo e passa la vita a tornare.» Luigi sorrise. «Tu parli troppo.» «Per questo non ho mai avuto bisogno di internet.» E riprese la strada. Luigi rimase a guardarlo finché il vecchio scomparve dietro una curva. Da molti anni viveva dentro il rumore. Articoli. Editoriali. Video. Discussioni. Polemiche. Ogni mattina il mondo gli chiedeva un’opinione. Su tutto. La politica, la guerra, la società, un fatto di cronaca, la frase di un ministro, l’ultima sciocchezza diventata improvvisamente indispensabile. Bisognava parlare. Bisognava farlo subito. Bisognava arrivare prima degli altri. Se aspettavi un giorno, eri già vecchio. Se aspettavi una settimana, eri morto. E Luigi aveva corso. Aveva scritto. Aveva parlato. Aveva registrato video. Aveva risposto. Aveva discusso con uomini che non avrebbe mai incontrato e ricevuto insulti da persone delle quali non avrebbe riconosciuto il volto passando loro accanto. Poi, una mattina, aveva guardato la propria faccia riflessa nello schermo del telefono. E aveva pensato: Ma chi è quest’uomo? Non aveva trovato risposta. Così era tornato a Roccaforte. La casa apparteneva alla famiglia da più tempo di quanto riuscisse a ricordare. Dentro c’erano ancora fotografie ingiallite, una credenza di legno, un letto di ferro, alcuni libri e l’odore delle stanze rimaste chiuse troppo a lungo. In fondo a un ripostiglio Luigi trovò una vecchia scatola. Dentro c’erano pennelli. Alcuni erano duri, incrostati di colore. Li prese uno a uno. Quando era giovane dipingeva. Non per vendere. Non per esporre. Non per ricevere giudizi. Dipingeva perché gli piaceva. Gli sembrò una cosa remota, quasi incomprensibile. Fare qualcosa senza mostrarla. Come amare qualcuno senza pubblicarlo. Come mangiare senza fotografare il piatto. Come guardare un tramonto senza provarne l’esistenza. Il giorno seguente comprò colori e tele. Sistemò un cavalletto davanti alla finestra. Cominciò a dipingere la montagna. Luigi Palamara
♬ son original - Joël Pinto
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.