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La Cinquecento gialla e il fuoco che non si spegne

La Cinquecento gialla e il fuoco che non si spegne

Il racconto di Luigi Palamara


Lei era una Fiat 500 gialla.
Lui era compare Peppino, “lu calannotu”. Mio padre.

Detta così, sembra l’inizio di una storia minima. Una macchina piccola, un uomo semplice, una strada di montagna. Roba che oggi non fa notizia. E forse è proprio questo il guaio: abbiamo imparato a chiamare insignificante tutto ciò che, in realtà, ci ha tenuti in piedi.

Quella Cinquecento fu la prima macchina di mio padre. E poi diventò la mia. Non era un’automobile: era un’eredità. Non di quelle che si registrano dal notaio, ma di quelle che restano nelle mani, negli occhi, nella memoria.

Con quella macchina mio padre andava a lavorare in Aspromonte. Partiva ogni mattina su strade tortuose, spesso non asfaltate, senza protezioni e senza garanzie. Le garanzie, del resto, erano un lusso. C’era il dovere. C’era il pane da portare a casa. C’era una famiglia che aspettava.

Rientrava nel pomeriggio con il portabagagli carico di legna.

Oggi potrebbe sembrare un’immagine da cartolina. Non lo era. La legna serviva per cucinare, per riscaldarsi, per affrontare l’inverno. Ma soprattutto serviva a una cosa che abbiamo quasi dimenticato: stare insieme.

Il fuoco non scaldava soltanto la casa. Teneva unita la famiglia.

Attorno a quel focolare c’erano mia madre Angelina, mio padre Peppino, le parole dette piano, i silenzi, la fatica del giorno e le speranze per quello successivo. Non avevamo molto, forse. Ma avevamo un centro. Un punto preciso verso cui tornare.

Era poesia. Solo che non lo sapevamo.

La poesia vera è quasi sempre così: accade mentre sei distratto a vivere. La riconosci dopo, quando è troppo tardi per trattenerla. Quando la casa è cambiata, le voci si sono allontanate e certi gesti, che allora sembravano ordinari, diventano improvvisamente sacri.

Con gli anni la malinconia arriva senza bussare. Si siede accanto a te e comincia a mostrarti ciò che avevi davanti agli occhi e non vedevi.

La macchina.
La legna.
Mio padre.
Mia madre.
I luoghi che mi hanno visto crescere, imparare, sognare, sbagliare, vivere.

Tutto sembra svanito. E invece niente è davvero scomparso.

La Cinquecento gialla continua a percorrere quelle strade dentro di me. Mio padre è ancora al volante. Torna dalla montagna con il bagagliaio pieno. Mia madre aspetta. Il fuoco è acceso. E per un istante il tempo, questo arrogante padrone che crede di portarsi via ogni cosa, resta fuori dalla porta.

Non chiamatemi sognatore.

I sogni inventano mondi che non esistono. La memoria, invece, restituisce valore a quelli che abbiamo perduto. E ci ricorda che la vita non è fatta soltanto dei grandi avvenimenti, ma degli oggetti che abbiamo toccato, delle strade percorse, delle persone che ci hanno insegnato a resistere senza mai pronunciare la parola coraggio.

La mia prima macchina fu quella di mio padre.

Una Fiat 500 gialla.

Piccola abbastanza da sembrare niente. Grande abbastanza da contenere tutta la mia vita.

E la tua prima macchina, qual è stata?

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara La Cinquecento gialla e il fuoco che non si spegne Il racconto di Luigi Palamara Lei era una Fiat 500 gialla. Lui era compare Peppino, “lu calannotu”. Mio padre. Detta così, sembra l’inizio di una storia minima. Una macchina piccola, un uomo semplice, una strada di montagna. Roba che oggi non fa notizia. E forse è proprio questo il guaio: abbiamo imparato a chiamare insignificante tutto ciò che, in realtà, ci ha tenuti in piedi. Quella Cinquecento fu la prima macchina di mio padre. E poi diventò la mia. Non era un’automobile: era un’eredità. Non di quelle che si registrano dal notaio, ma di quelle che restano nelle mani, negli occhi, nella memoria. Con quella macchina mio padre andava a lavorare in Aspromonte. Partiva ogni mattina su strade tortuose, spesso non asfaltate, senza protezioni e senza garanzie. Le garanzie, del resto, erano un lusso. C’era il dovere. C’era il pane da portare a casa. C’era una famiglia che aspettava. Rientrava nel pomeriggio con il portabagagli carico di legna. Oggi potrebbe sembrare un’immagine da cartolina. Non lo era. La legna serviva per cucinare, per riscaldarsi, per affrontare l’inverno. Ma soprattutto serviva a una cosa che abbiamo quasi dimenticato: stare insieme. Il fuoco non scaldava soltanto la casa. Teneva unita la famiglia. Attorno a quel focolare c’erano mia madre Angelina, mio padre Peppino, le parole dette piano, i silenzi, la fatica del giorno e le speranze per quello successivo. Non avevamo molto, forse. Ma avevamo un centro. Un punto preciso verso cui tornare. Era poesia. Solo che non lo sapevamo. La poesia vera è quasi sempre così: accade mentre sei distratto a vivere. La riconosci dopo, quando è troppo tardi per trattenerla. Quando la casa è cambiata, le voci si sono allontanate e certi gesti, che allora sembravano ordinari, diventano improvvisamente sacri. Con gli anni la malinconia arriva senza bussare. Si siede accanto a te e comincia a mostrarti ciò che avevi davanti agli occhi e non vedevi. La macchina. La legna. Mio padre. Mia madre. I luoghi che mi hanno visto crescere, imparare, sognare, sbagliare, vivere. Tutto sembra svanito. E invece niente è davvero scomparso. La Cinquecento gialla continua a percorrere quelle strade dentro di me. Mio padre è ancora al volante. Torna dalla montagna con il bagagliaio pieno. Mia madre aspetta. Il fuoco è acceso. E per un istante il tempo, questo arrogante padrone che crede di portarsi via ogni cosa, resta fuori dalla porta. Non chiamatemi sognatore. I sogni inventano mondi che non esistono. La memoria, invece, restituisce valore a quelli che abbiamo perduto. E ci ricorda che la vita non è fatta soltanto dei grandi avvenimenti, ma degli oggetti che abbiamo toccato, delle strade percorse, delle persone che ci hanno insegnato a resistere senza mai pronunciare la parola coraggio. La mia prima macchina fu quella di mio padre. Una Fiat 500 gialla. Piccola abbastanza da sembrare niente. Grande abbastanza da contenere tutta la mia vita. E la tua prima macchina, qual è stata? Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere  #roccafortedelgreco #aspromonte #luigipalamara #libro #fiat500L ♬ son original - INGETA

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