Reggio Calabria, gli artisti si rispettano prima
Il caso Pasquale Caprì e la riflessione sugli artisti a Reggio Calabria
Gli artisti si rispettano prima: il valore della gratitudine in tempo utile
Dalle parole di Pasquale Caprì sulla sua pausa forzata, una riflessione profonda sul vizio meridionale di celebrare i talenti solo in ritardo. La città eviti il copione della retorica postuma e scelga l'attenzione e il rispetto oggi.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Pasquale Caprì ha scritto poche righe.
Poche, ma sufficienti.
Ha detto che non è in pericolo la sua vita. E questa è la cosa importante.
Poi, però, ha aggiunto che i suoi problemi di salute riguardano direttamente la sua professione artistica. E ha usato tre parole che meritano di essere lette senza fretta:
«Pausa forzata e obbligata».
Per un impiegato può significare interrompere un lavoro.
Per un artista significa qualcosa di diverso.
Significa essere costretto a fermare una parte di sé.
È questo che, forse, qualcuno non capisce.
L’arte non è un turno di servizio.
Non si timbra.
Non si spegne.
Non si lascia in ufficio insieme alla giacca.
Quando è vera, coincide in buona parte con la vita di chi la fa.
E allora c’è poco da consolarsi con la formula: “L’importante è la salute”.
Certo che è importante.
È la prima cosa.
Ma proprio perché la salute non è in pericolo, possiamo permetterci il lusso della verità: per un artista anche l’ipotesi di non poter più esercitare la propria arte è una ferita seria.
Caprì lo sa.
E non la drammatizza.
Scrive:
«Se sia uno stop breve, lungo o in qualche maniera definitivo lo valuterò nei prossimi mesi».
C’è una parola, lì dentro, che basterebbe da sola a spiegare tutto.
Definitivo.
Non serve aggiungere altro.
E invece lui aggiunge.
Ringrazia.
Rassicura.
Si preoccupa dell’apprensione degli amici.
Strano mestiere, quello dell’artista.
Perfino quando soffre, sente il bisogno di occuparsi del pubblico.
Poi chiude con tre parole:
«Poi si vedrà».
È una bella frase.
Non perché sia ottimista.
Non lo è.
È bella perché è dignitosa.
Non promette.
Non implora.
Non recita.
Aspetta.
E adesso veniamo a Reggio Calabria.
Perché una città ha molti difetti, ma uno dei peggiori è quello di scoprire i propri artisti quando è troppo tardi.
Da vivi li si dà per scontati.
Quando lavorano, lavorano.
Quando creano, creano.
Quando fanno bene il proprio mestiere, sembra quasi normale.
Poi si fermano.
Oppure se ne vanno.
Oppure non possono più fare quello che hanno sempre fatto.
E allora arrivano le parole grandi.
Il talento.
La sensibilità.
La storia.
La cultura.
L’orgoglio cittadino.
Peccato che spesso arrivino in ritardo.
Noi meridionali, in questo, siamo persino specialisti.
Siamo capaci di dimenticare un uomo per trent’anni e di celebrarlo per trenta giorni.
Prima indifferenti.
Poi inconsolabili.
Non è il caso di Pasquale Caprì, per fortuna.
E proprio per questo sarebbe bene evitare il copione.
Non servono commemorazioni anticipate.
Non servono santificazioni.
Non servono nemmeno le frasi zuccherose che si riservano a chi attraversa una difficoltà.
A un artista serio si deve qualcosa di più serio.
Rispetto.
E stima.
Pasquale Caprì è un artista reggino di talento e di sensibilità.
Non perché oggi attraversi un momento complicato.
Lo era ieri.
Lo è oggi.
E lo sarà domani, qualunque cosa accada alla sua attività professionale.
Questo è il punto.
Il valore di una persona non nasce nel momento in cui rischiamo di perderne l’opera.
Esisteva già.
Eravamo noi, semmai, a non guardare abbastanza.
Una città dovrebbe sapere chi sono i propri artisti.
Dovrebbe sostenerli quando lavorano.
Ascoltarli quando parlano.
Ringraziarli quando possono ancora rispondere.
Le targhe vengono dopo.
Gli applausi postumi costano poco.
La gratitudine in tempo utile costa qualcosa di più: attenzione.
E l’attenzione, dalle nostre parti, è merce rara.
Perciò il post di Pasquale Caprì dovrebbe essere letto per quello che è.
Non un addio.
Non una richiesta d’aiuto.
Non un annuncio funebre.
È la comunicazione sobria di un uomo che si trova davanti a un’incertezza seria e che ha avuto il pudore di non trasformarla in spettacolo.
Questa misura merita rispetto.
Così come merita rispetto quel suo «poi si vedrà».
Vedrà lui.
Vedranno i medici.
Vedrà il tempo.
Noi possiamo fare una cosa molto più semplice.
Possiamo evitare di aspettare.
Dire oggi a Pasquale Caprì che la sua arte è stata vista.
Che il suo talento è riconosciuto.
Che la sua sensibilità ha lasciato un segno.
Senza lacrime preventive.
Senza retorica.
Senza funerali artistici celebrati mentre l’artista è qui, vivo e presente.
Perché c’è una cosa peggiore del dimenticare un artista.
Accorgersi di lui soltanto quando tace.
Reggio non commetta questo errore.
A Pasquale Caprì non dica addio.
Gli dica soltanto:
ti stimiamo. Ti rispettiamo. E ti aspettiamo.
Il resto, come ha scritto lui, si vedrà.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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