Otto ufficiali, una terra difficile: il lascito dell’Arma tra indagini e prossimità a Reggio Calabria
Otto uomini, una divisa e il senso di esserci sempre
Il saluto a Cesario Totaro e agli altri sette ufficiali dell’Arma che lasciano la provincia
Dalle grandi operazioni antimafia alla vicinanza quotidiana nei piccoli centri dell’Aspromonte e della Piana: il bilancio di un comando fondato sulla presenza, sull’ascolto e sulla conquista della fiducia nello Stato.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcune istituzioni si vedono soprattutto quando accade qualcosa. E altre che impari a riconoscere perché ci sono anche quando, apparentemente, non accade niente.
Per i Carabinieri l'importante è #EsserciSempre
Li incontri nelle strade, davanti alle scuole, nei piccoli paesi arroccati sulle montagne, nei quartieri difficili, nelle stazioni che spesso rappresentano l’ultimo presidio dello Stato prima del silenzio. Li incontri quando c’è un’indagine, naturalmente. Ma anche quando un anziano non risponde al telefono, quando una famiglia ha paura, quando un ragazzo deve capire che legalità non è una parola da convegno, quando un Comune ha bisogno di sentire che lo Stato non si è dimenticato di lui.
È da qui che bisognerebbe partire per raccontare il saluto agli otto ufficiali che lasciano Reggio Calabria e la sua provincia.
Cesario Totaro, Antonio Merola, Gianmarco Pugliese, Antonio Bagnato, Renato Puglisi, Luca Ghiselli, Angelo Zarrelli e Daniele Barbero.
Otto uomini, otto percorsi diversi, otto responsabilità differenti. Ma una stessa idea del servizio: esserci.
Non è poco. Anzi, in una terra come questa è moltissimo.
Perché Reggio Calabria e la sua provincia non sono territori semplici. Non lo sono mai stati. Qui lo Stato non può permettersi il lusso di apparire soltanto nei giorni delle grandi operazioni, tra lampeggianti, ordinanze di custodia cautelare e conferenze stampa. Deve vivere nella quotidianità.
Deve farsi vedere senza ostentarsi.
Deve essere forte senza diventare distante.
Deve saper reprimere il crimine e, nello stesso tempo, ascoltare la paura di chi bussa alla porta di una caserma.
In questi anni gli otto ufficiali che oggi salutano hanno interpretato, ciascuno nel proprio ruolo, proprio questa idea.
Le operazioni contro la ’ndrangheta, le decine di arresti, le indagini sulle armi, sugli stupefacenti, sulle estorsioni, sulle truffe agli anziani, sui reati ambientali, sui bunker nascosti nelle campagne sono la parte più visibile di un lavoro enorme.
Sono i numeri.
E i numeri contano.
Ma non spiegano tutto.
Non raccontano, per esempio, il Carabiniere che sale in un piccolo centro dell’Aspromonte perché un figlio, emigrato al Nord, non riesce a parlare con la madre da due giorni.
Non raccontano l’anziana che trova nella Stazione dell’Arma qualcuno disposto ad ascoltarla.
Non raccontano il ragazzo che incontra un ufficiale nella propria scuola e, forse per la prima volta, vede la divisa non come qualcosa che arriva dopo un reato, ma come qualcosa che prova a impedirlo.
Non raccontano le caserme trasferite, ristrutturate, restituite ai territori.
Non raccontano le donazioni di sangue, gli incontri nelle parrocchie, le iniziative di solidarietà, la presenza nei Comuni più piccoli.
Eppure è proprio lì, in queste cose che raramente finiscono nei titoli, che si misura il rapporto tra un’istituzione e una comunità.
Il Generale Cesario Totaro lo ha detto con semplicità: non c’è stata soltanto polizia giudiziaria. C’è stato molto altro.
Ed è forse questo “molto altro” il vero bilancio del suo comando e di quello degli ufficiali che hanno lavorato accanto a lui.
Totaro ha guidato il Comando Provinciale con l’idea che il Carabiniere non dovesse essere soltanto l’uomo dell’ordine, ma l’uomo della presenza.
Ha investito nei presìdi, nelle scuole, nelle comunità. Ha accompagnato l’attività investigativa con quella che oggi, con una parola spesso abusata, chiamiamo “prossimità”.
Qui, però, la prossimità non è stata uno slogan.
Ha avuto indirizzi, volti, strade, caserme.
Antonio Merola, dal Reparto Operativo, ha rappresentato invece uno dei volti più severi di questa presenza: quello dell’investigazione.
“Millennium” e le altre operazioni non sono state esercizi di muscoli istituzionali. Sono state il tentativo di incidere su una criminalità che da troppo tempo pretende di considerare alcune zone come proprie.
Novantasette arresti in una sola operazione sono un dato che impressiona.
Ma dietro quel numero c’è soprattutto un messaggio: nessun territorio può essere considerato definitivamente perduto.
Gianmarco Pugliese, nella Locride, ha conosciuto forse meglio di altri questa contraddizione.
Una terra bellissima e ferita. Una terra dove puoi incontrare, a pochi chilometri di distanza, paesaggi straordinari e bunker costruiti come opere d’ingegneria clandestina.
Ma anche una terra in cui, accanto alla criminalità organizzata, esiste una maggioranza silenziosa che chiede soltanto di poter vivere normalmente.
È a quella parte sana che l’Arma deve parlare.
Ed è a quella parte sana che, in questi anni, ha parlato.
Antonio Bagnato ha guidato l’investigazione nella Piana di Gioia Tauro, una delle aree più delicate d’Italia. Un lavoro meno visibile al grande pubblico, forse, ma proprio per questo ancora più significativo.
Il lavoro investigativo è fatto di pazienza, attese, errori evitati, informazioni verificate, notti che nessuno vede.
È un mestiere senza retorica.
E quando funziona, quasi sempre, funziona grazie a uomini che non cercano applausi.
Poi ci sono i comandanti delle Compagnie.
Renato Puglisi a Reggio Calabria.
Luca Ghiselli a Palmi.
Angelo Zarrelli a Locri.
Daniele Barbero a Melito Porto Salvo.
Sono loro, insieme ai loro militari, il punto in cui l’Arma incontra davvero il territorio.
Lì non esiste la distanza delle grandi strutture.
Esiste il cittadino.
Quello vero.
Quello che ha subito il furto dell’auto.
Quello che ha paura di denunciare.
Quello che vede bruciare rifiuti accanto a casa.
Quello che trova una piantagione di droga sulle montagne.
Quello che teme per un genitore anziano.
Quello che chiede aiuto perché una donna viene maltrattata.
Quello che vive in un Comune di poche centinaia di abitanti e pretende, giustamente, di non sentirsi cittadino di serie B.
Ed è qui che il Carabiniere diventa qualcosa di più di un rappresentante dello Stato.
Diventa una presenza familiare.
Quasi un fratello maggiore.
Non il fratello maggiore che giudica.
Quello che arriva quando serve.
Quello che magari ti rimprovera, se necessario, ma che soprattutto ti tende la mano.
Quello che sai dove trovare.
Quello che, anche quando non può risolvere tutto, almeno ti fa sentire che non sei solo.
È questa, probabilmente, l’immagine più importante che gli otto ufficiali lasciano dietro di sé.
Non quella delle fotografie ufficiali.
Non quella delle uniformi impeccabili.
Non quella delle operazioni con nomi destinati a finire negli archivi giudiziari.
Ma quella di un’Arma entrata nel vivere quotidiano della collettività senza invaderlo.
Presente nelle scuole.
Presente nelle strade.
Presente nei paesi.
Presente nei momenti difficili.
Presente, soprattutto, dove spesso lo Stato rischia di sembrare lontano.
E se oggi una parte consistente della provincia reggina guarda ai Carabinieri con fiducia, è perché dietro quella divisa ha imparato a vedere persone.
Uomini e donne che fanno un mestiere difficile, spesso ingrato, qualche volta pericoloso, quasi sempre silenzioso.
Gli ufficiali passano.
È la regola.
Cambiano gli incarichi, cambiano le sedi, cambiano i gradi sulle spalline.
Le istituzioni, invece, restano.
E la misura di chi le ha guidate non sta soltanto in ciò che porta via con sé, ma soprattutto in ciò che lascia.
Questi otto ufficiali lasciano operazioni, risultati investigativi, nuovi presìdi, caserme migliori, criminali assicurati alla giustizia.
Ma lasciano anche qualcosa che non entra facilmente in una statistica.
La sensazione, per molti cittadini, che dietro una porta con la fiamma dell’Arma ci sia qualcuno pronto ad ascoltare.
Qualcuno pronto a intervenire.
Qualcuno pronto, semplicemente, a dare una mano.
In una società che sembra ogni giorno più diffidente, più sola e più abituata a pensare che ciascuno debba arrangiarsi da sé, non è un risultato minore.
È forse il risultato più grande.
Perché la sicurezza vera non nasce soltanto dalla paura della legge.
Nasce dalla fiducia nello Stato.
E la fiducia, a differenza dell’autorità, non si impone.
Si conquista.
Un giorno dopo l’altro.
Una strada dopo l’altra.
Una Stazione dopo l’altra.
Una persona dopo l’altra.
Gli otto ufficiali che oggi lasciano Reggio Calabria hanno contribuito a conquistarne una parte.
Adesso altri prenderanno il loro posto.
È così che deve essere.
Ma a chi parte resta il merito di aver ricordato, in questi anni, una cosa semplice che a volte le istituzioni dimenticano:
servire lo Stato significa, prima di tutto, servire le persone.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Otto ufficiali, una terra difficile: il lascito dell’Arma tra indagini e prossimità a Reggio Calabria Otto uomini, una divisa e il senso di esserci sempre Il saluto a Cesario Totaro e agli altri sette ufficiali dell’Arma che lasciano la provincia Dalle grandi operazioni antimafia alla vicinanza quotidiana nei piccoli centri dell’Aspromonte e della Piana: il bilancio di un comando fondato sulla presenza, sull’ascolto e sulla conquista della fiducia nello Stato. L'Editoriale di Luigi Palamara  Alcune istituzioni si vedono soprattutto quando accade qualcosa. E altre che impari a riconoscere perché ci sono anche quando, apparentemente, non accade niente. Per i Carabinieri l'importante è #EsserciSempre ♬ audio originale - Luigi Palamara
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.