La polveriera dello Stretto: quando una suppletiva fa tremare la politica
Le elezioni suppletive a Reggio Calabria si trasformano in un banco di prova nazionale per la tenuta dei partiti
Forza Italia schiera i massimi vertici per blindare il seggio di Francesco, ma la mossa di Riberto Vannacci con la candidatura di Domenico Giannetta e le divisioni nel centrosinistra trasformano il voto in un test esplosivo per tutta la coalizione.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Elezioni che nessuno vuole chiamare elezioni? Sono le “suppletive”, dicono. Una faccenda minore, quasi amministrativa. Una parentesi. Andranno a votare in pochi, spiegano già quelli che temono di perdere; e se vinceranno, naturalmente, quei pochi diventeranno all’istante la voce limpida e solenne del popolo.
A Reggio Calabria, il 27 e 28 settembre 2026, succederà esattamente questo.
Il seggio lasciato libero da Francesco Cannizzaro, traslocato a furor di voti sulla poltrona di sindaco, avrebbe dovuto essere poco più di una formalità per Forza Italia. La Calabria del governatore Roberto Occhiuto è una delle fortezze azzurre e il candidato scelto, Fabio Roscioli, non è precisamente un passante raccolto alla fermata dell’autobus. È il tesoriere del partito, uomo di fiducia dei vertici berlusconiani, candidatura pensata per arrivare a Montecitorio senza troppi sobbalzi.
Poi, come spesso accade nella politica italiana, sono arrivati gli amici.
E gli amici, si sa, sono molto più pericolosi degli avversari.
Roberto Vannacci ha infatti deciso di presentare Domenico Giannetta, ex forzista di lungo corso, moderato per curriculum e improvvisamente arruolato nella nuova avventura di Futuro nazionale. Un matrimonio politico che, a giudicare dalle biografie, ha qualcosa di sorprendente: Giannetta viene da un mondo centrista e governativo, assai lontano dalle provocazioni che hanno costruito la fortuna pubblica del generale.
Ma la politica conosce un cemento più tenace delle idee: il risentimento.
Giannetta non avrebbe gradito di essere lasciato fuori dalle scelte di Forza Italia. Vannacci, dal canto suo, non ha mai nascosto l’antipatia politica per Occhiuto. Ed ecco confezionata la candidatura perfetta: metà vendetta, metà esperimento elettorale.
Il generale, naturalmente, la racconta in modo diverso. Dice che il suo candidato può vincere. Dice che Giannetta è reggino mentre Roscioli è romano. Dice che il candidato del centrodestra avrebbe visto lo Stretto soltanto in cartolina.
È una battuta efficace. In politica, talvolta, una cartolina vale più di un programma.
Forza Italia ostenta tranquillità. Spiega che alle suppletive conta l’appartenenza, non l’opinione. Tradotto dal politichese: contano le truppe, le amicizie, le reti locali, gli amministratori, quelli che telefonano agli elettori la sera prima e quelli che la mattina del voto sanno chi è già andato al seggio e chi ancora no.
Occhiuto e Cannizzaro, da questo punto di vista, dispongono di una macchina robusta. Antonio Tajani scenderà in campo personalmente. E la faccenda calabrese finirà persino sul tavolo del prossimo incontro con Marina Berlusconi.
Altro che elezione marginale.
Quando per una suppletiva si mobilitano il segretario nazionale, il governatore, il sindaco appena eletto, il tesoriere del partito e la famiglia che ancora rappresenta il cognome più pesante di Forza Italia, significa che il seggio sarà pure uno, ma la paura di perderlo pesa molto di più.
Anche perché Vannacci ha scelto di colpire dove il centrodestra si sente più sicuro.
Non senza qualche problema, però.
Proprio in Calabria Futuro nazionale avrebbe già perso una settantina di iscritti, compreso il fondatore di un circolo locale. A Lamezia Terme i vannacciani sono stati estromessi dalla maggioranza. Loro parlano di ritorsione. Gli altri, probabilmente, di igiene politica. Dipende dal lato della porta dal quale si osserva chi viene accompagnato fuori.
E mentre la destra si dedica con entusiasmo alla disciplina nazionale dell’autolesionismo, il centrosinistra potrebbe approfittarne.
Potrebbe.
Perché anche lì la parola “unità” continua a possedere un significato essenzialmente ornamentale.
Il Campo largo ha scelto Frank Benedetto, cardiologo, presentato come uomo capace di conquistare consensi moderati. Il problema è che Carmine Fotia, giornalista inizialmente sponsorizzato da Mimmo Lucano e poi ritiratosi dalla corsa, ha salutato la compagnia con una frase che somiglia più a una diagnosi che a un addio: i dirigenti del Pd reduci dalle ultime sconfitte avrebbero scelto un candidato che metà del loro stesso elettorato non vuole votare.
Se fosse vero, sarebbe un piccolo capolavoro.
Il centrodestra rischia dunque di perdere voti perché ha troppi candidati; il centrosinistra rischia di non guadagnarli perché ne ha uno solo.
Ed eccola, la politica italiana in miniatura.
Da una parte il generale che promette di rivoluzionare tutto candidando un ex dirigente del partito che vuole combattere. Dall’altra una coalizione progressista che celebra l’unità mentre uno dei suoi protagonisti se ne va accusando gli altri di avere sbagliato tutto. Nel mezzo Forza Italia, che ripete che non è un test e contemporaneamente mobilita mezzo stato maggiore nazionale per superarlo.
Reggio Calabria diventa così una piccola polveriera politica sullo Stretto.
Non perché un deputato in più o in meno cambierà i destini della legislatura. Ma perché queste elezioni misureranno qualcosa di molto più imbarazzante dei voti: la capacità dei partiti di tenere insieme le proprie truppe.
Vannacci vuole dimostrare di poter ferire il centrodestra anche senza uscirne culturalmente del tutto. Forza Italia deve dimostrare che il proprio sistema di potere meridionale è ancora impermeabile alle incursioni. Il centrosinistra deve dimostrare di saper vincere almeno quando gli avversari si dividono da soli.
Tutti sostengono che non sia un test.
Ed è proprio per questo che, probabilmente, lo è.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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