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Andrea Scanzi. Il profeta dal metatarso metafisico: quando la difesa di una giusta causa diventa anatema contro il Paese

Andrea Scanzi. Il profeta dal metatarso metafisico: quando la difesa di una giusta causa diventa anatema contro il Paese.

La retorica del pulpito e la tentazione del Giudizio Universale.

Nell’ennesima requisitoria di Andrea Scanzi contro l’Italia “putrescente e stramorta”, il dolore altrui si trasforma nel piedistallo per distribuire patenti di indegnità morale a chiunque la pensi diversamente. Perché la democrazia, fortunatamente, è fatta anche di persone che possono trovare insopportabile il giornalismo da tastiera senza essere per questo considerate subumane.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Accade qualcosa di commovente, quasi ottocentesco, nell’ennesima requisitoria di Andrea Scanzi contro l’Italia. Non l’Italia concreta, naturalmente: quella dove la gente lavora, sbaglia, paga il mutuo, litiga, ride e magari osa perfino avere opinioni diverse dalle sue. No. L’Italia di Scanzi è una landa biblica popolata da ignoranti, cinici, carogne, odiatori frustrati e anime morte.

Per fortuna, in mezzo a tanta putrescenza morale, resta lui.

È questo il dettaglio che consola.

Il Paese è “degradato”, la società è “eticamente putrescente”, il presente è “orrendo”, l’Italia è “incarognita e stramorta”. Mancavano le cavallette, il Nilo trasformato in sangue e un’eclissi permanente, ma probabilmente non c’era abbastanza spazio nel post.

Il problema non è la solidarietà verso un ragazzo che affronta una battaglia terribile. Quella merita rispetto, silenzio e umanità. Il problema comincia quando il dolore di una persona diventa il piedistallo dal quale distribuire patenti di indegnità morale a milioni di sconosciuti.

Perché Scanzi non si limita a dire: “Su questo tema si è discusso male”. Troppo semplice. Troppo umano. Bisogna convocare il Giudizio Universale.

Ed ecco allora “la dittatura dell’ignorante”, “la carogna”, “l’odiatore frustrato”, quello la cui vita sarebbe addirittura “inesistente”.

Curiosa forma di umanesimo: difendere una persona sofferente spiegando che tutti quelli che non ci piacciono non hanno una vita.

È la misericordia secondo il socialismo da tastiera: ama il prossimo tuo, purché voti, pensi e commenti come te.

Scanzi possiede ormai una caratteristica rara: riesce a denunciare l’odio usando il lessico dell’odio, a lamentare la mancanza di pietà mostrando pochissima pietà verso chi considera avversario, e a denunciare l’arroganza del dibattito pubblico parlando con l’umiltà di un profeta appena sceso dal Sinai con le tavole della legge sotto il braccio.

Il tutto condito dall’inevitabile impressione che esistano due categorie antropologiche.

Da una parte i sensibili, gli intelligenti, gli umani.

Dall’altra il resto del Paese.

Indovinate in quale gruppo si colloca l’autore.

Il punto, però, è proprio questo: si può avere ragione su una vicenda e diventare insopportabili nel modo in cui la si racconta.

Si può difendere una causa giusta senza proclamarsi ultimo custode della civiltà.

Si può criticare un’opinione senza diagnosticare a chi la esprime una vita “inesistente”.

E soprattutto si può voler bene a qualcuno senza usare quell’affetto come lasciapassare per sputare sentenze sull’intera nazione.

Scendi, Andrea.

Non dal piedistallo: sarebbe già molto.

Scendi almeno da quel curioso metatarso metafisico nel quale sembri abitare da qualche tempo insieme al coro degli adepti, dove ogni tua indignazione diventa una categoria dello spirito e ogni dissenso una prova del decadimento dell’Occidente.

Quaggiù, nel mondo terreno, le cose sono più complicate.

Ci sono persone perbene che sbagliano.

Persone intelligenti che dissentono.

Persone di destra e di sinistra capaci di compassione.

E persino individui che, udite udite, possono trovare insopportabile Andrea Scanzi senza essere per questo “carogne”, “ignoranti” o portatori sani di putrescenza morale.

È questo il piccolo inconveniente della democrazia: non basta proclamarsi dalla parte dei buoni per diventarlo automaticamente.

E non basta scrivere “ti voglio bene” alla fine di un anatema per trasformare l’anatema in una carezza.

La pietà, se davvero non è morta, comincia precisamente dove finisce la nostra voglia di considerare subumano chi non la pensa come noi.

Il resto è teatro.

Ben scritto, magari.

Ma sempre teatro.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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