Delitto Chindemi: la scienza torna sulla scena per dare un nome ai killer
Otto anni dopo l'agguato a Gallico, la tecnologia riapre il caso della 'ndrangheta reggina
Nuovi rilievi antropometrici e simulazioni scientifiche sul luogo dell'omicidio di Pasquale Chindemi. Gli investigatori puntano sulle tecnologie moderne per colmare il silenzio e trovare la risposta a un mistero vecchio di otto anni
L'Editoriale di Luigi Palamara
Certi delitti sembrano appartenere al passato. Poi basta vedere tornare una macchina dei Carabinieri, un tecnico con gli strumenti di misurazione, uomini che osservano un marciapiede e prendono le distanze, per capire che il passato non è passato affatto.
A Gallico, periferia nord di Reggio Calabria, i Carabinieri sono tornati nel luogo dove il 15 febbraio 2018 venne ucciso Pasquale Chindemi, 53 anni.
Sono trascorsi più di otto anni.
Per la giustizia, qualche volta, il tempo non cancella. Complica. Ma può anche offrire strumenti che prima non c’erano.
Sul luogo dell’agguato stanno lavorando gli specialisti delle investigazioni scientifiche dell’Arma. Hanno ricostruito la scena, effettuato misurazioni, collocato persone nei punti ritenuti importanti per verificare distanze, altezze, angoli, movimenti.
Non è una rievocazione. È un esperimento investigativo.
Le nuove tecnologie di rilevamento antropometrico consentono oggi di confrontare proporzioni fisiche, posizioni e dinamiche con una precisione che nel 2018 non era disponibile. Si cerca di capire meglio come si mossero gli assassini, da quale punto agirono, quale posizione occuparono rispetto alla vittima.
A volte un centimetro può raccontare quello che un testimone non ha visto.
Quella sera di febbraio.
Pasquale Chindemi venne sorpreso nei pressi della propria abitazione, in via Anita Garibaldi, mentre si trovava a piedi per strada.
I killer avevano il volto coperto.
Spararono e fuggirono.
Fu un'esecuzione rapida, consumata in una zona nella quale, in quegli anni, la criminalità organizzata stava attraversando una stagione di tensioni e regolamenti di conti.
Gli investigatori considerarono fin dall'inizio il delitto nell'ambito degli equilibri della 'ndrangheta nella periferia nord della città. Chindemi era ritenuto vicino ad ambienti criminali riconducibili alla famiglia Araniti, inserita nel più complesso sistema delle cosche reggine.
Ma sapere in quale mondo può essere maturato un omicidio non significa sapere chi ha sparato.
Ed è proprio qui che, per anni, l'inchiesta ha incontrato il suo confine.
La tecnologia contro il silenzio.
Le indagini di mafia hanno un avversario antico: il silenzio.
C'è chi non vede. Chi non ricorda. Chi ricorda troppo bene e preferisce dimenticare.
La scienza, invece, non ha paura.
Una misura rimane una misura. Una traiettoria non cambia versione. La proporzione di un corpo, confrontata con un'immagine o con una ricostruzione, può restringere il campo delle possibilità.
È questo il senso del nuovo sopralluogo.
Non significa che il caso sia risolto. Non significa neppure, automaticamente, che gli investigatori abbiano già un nome da consegnare a un giudice. Significa però che esistono elementi ritenuti ancora degni di essere verificati e che, grazie agli strumenti di oggi, possono essere riletti con occhi diversi.
In un'inchiesta vecchia di otto anni non è poco.
Il ritorno a Gallico.
Gli specialisti hanno lavorato a lungo.
Misure, posizioni, simulazioni.
Chi passa può vedere soltanto uomini in uniforme davanti a una strada qualunque. Gli investigatori, invece, cercano di riportare quella strada alle condizioni di una sera del febbraio 2018.
Dove si trovava Chindemi.
Dove si trovavano gli assassini.
Quanto erano distanti.
Come si sono mossi.
Da quale posizione hanno sparato.
Domande elementari, in apparenza. Ma nei processi sono spesso le domande elementari a diventare decisive.
Il nuovo accertamento potrebbe servire a confermare una ricostruzione già maturata dagli investigatori oppure a escluderne altre. Saranno gli esiti tecnici, e successivamente le valutazioni della Procura, a stabilirne il peso.
Per ora resta un fatto: dopo più di otto anni lo Stato è tornato nello stesso punto.
È facile dire che il tempo cura le ferite. Non sempre è vero.
Qualche volta il tempo conserva anche le domande.
E a Gallico ce n'è ancora una, semplice e terribile, che aspetta una risposta dal 15 febbraio 2018:
chi ha ucciso Pasquale Chindemi?
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Delitto Chindemi: la scienza torna sulla scena per dare un nome ai killer Otto anni dopo l'agguato a Gallico, la tecnologia riapre il caso della 'ndrangheta reggina Nuovi rilievi antropometrici e simulazioni scientifiche sul luogo dell'omicidio di Pasquale Chindemi. Gli investigatori puntano sulle tecnologie moderne per colmare il silenzio e trovare la risposta a un mistero vecchio di otto anni L'Editoriale di Luigi Palamara Certi delitti sembrano appartenere al passato. Poi basta vedere tornare una macchina dei Carabinieri, un tecnico con gli strumenti di misurazione, uomini che osservano un marciapiede e prendono le distanze, per capire che il passato non è passato affatto. A Gallico, periferia nord di Reggio Calabria, i Carabinieri sono tornati nel luogo dove il 15 febbraio 2018 venne ucciso Pasquale Chindemi, 53 anni. Sono trascorsi più di otto anni. Per la giustizia, qualche volta, il tempo non cancella. Complica. Ma può anche offrire strumenti che prima non c’erano. Sul luogo dell’agguato stanno lavorando gli specialisti delle investigazioni scientifiche dell’Arma. Hanno ricostruito la scena, effettuato misurazioni, collocato persone nei punti ritenuti importanti per verificare distanze, altezze, angoli, movimenti. Non è una rievocazione. È un esperimento investigativo. Le nuove tecnologie di rilevamento antropometrico consentono oggi di confrontare proporzioni fisiche, posizioni e dinamiche con una precisione che nel 2018 non era disponibile. Si cerca di capire meglio come si mossero gli assassini, da quale punto agirono, quale posizione occuparono rispetto alla vittima. A volte un centimetro può raccontare quello che un testimone non ha visto. Quella sera di febbraio Pasquale Chindemi venne sorpreso nei pressi della propria abitazione, in via Anita Garibaldi, mentre si trovava a piedi per strada. I killer avevano il volto coperto. Spararono e fuggirono. Fu un'esecuzione rapida, consumata in una zona nella quale, in quegli anni, la criminalità organizzata stava attraversando una stagione di tensioni e regolamenti di conti. Gli investigatori considerarono fin dall'inizio il delitto nell'ambito degli equilibri della 'ndrangheta nella periferia nord della città. Chindemi era ritenuto vicino ad ambienti criminali riconducibili alla famiglia Araniti, inserita nel più complesso sistema delle cosche reggine. Ma sapere in quale mondo può essere maturato un omicidio non significa sapere chi ha sparato. Ed è proprio qui che, per anni, l'inchiesta ha incontrato il suo confine. La tecnologia contro il silenzio Le indagini di mafia hanno un avversario antico: il silenzio. C'è chi non vede. Chi non ricorda. Chi ricorda troppo bene e preferisce dimenticare. La scienza, invece, non ha paura. Una misura rimane una misura. Una traiettoria non cambia versione. La proporzione di un corpo, confrontata con un'immagine o con una ricostruzione, può restringere il campo delle possibilità. È questo il senso del nuovo sopralluogo. Non significa che il caso sia risolto. Non significa neppure, automaticamente, che gli investigatori abbiano già un nome da consegnare a un giudice. Significa però che esistono elementi ritenuti ancora degni di essere verificati e che, grazie agli strumenti di oggi, possono essere riletti con occhi diversi. In un'inchiesta vecchia di otto anni non è poco. Il ritorno a Gallico Gli specialisti hanno lavorato a lungo. Misure, posizioni, simulazioni. Chi passa può vedere soltanto uomini in uniforme davanti a una strada qualunque. Gli investigatori, invece, cercano di riportare quella strada alle condizioni di una sera del febbraio 2018. Dove si trovava Chindemi. Dove si trovavano gli assassini. Quanto erano distanti. Come si sono mossi. Da quale posizione hanno sparato. Domande elementari, in apparenza. Ma nei processi sono spesso le domande elementari a diventare decisive. Articolo completo su CartaStraccia.News
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