Dire la verità scomoda costa popolarità, ma è l'unico argine contro chi preferisce amministrare l'ignoranza. Quando la politica abdica alla realtà, a saltare è la capacità di scegliere.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Dare un nome alle cose non serve a farsi applaudire.
Serve a capirle.
E spesso le due cose non coincidono affatto.
Chiamare un fatto positivo per quello che è può infastidire chi preferisce negarlo. Chiamare un fatto negativo con il suo vero nome irrita ancora di più chi campa di eufemismi, convenienze e silenzi.
Il consenso, del resto, è una creatura volubile. Ama le parole accomodanti, le mezze verità, le formule che non disturbano nessuno.
La coscienza, invece, è meno educata.
Pretende chiarezza.
Per questo dire le cose come stanno non rende necessariamente popolari. Può dividere, provocare, perfino isolare.
Ma almeno costringe a vedere.
E una società che vede può discutere. Una società che conosce può scegliere. Una società che chiama le cose con il loro nome può perfino correggerle.
Il problema comincia quando, per non perdere consenso, si smette di nominare la realtà.
A quel punto non si governa più il dissenso.
Si amministra l’ignoranza.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.