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​Il funerale all'alba di Domenico Papalia

​Il funerale all'alba di Domenico Papalia

L’alba di don Micu

L'ombra lunga della ’ndrangheta al Nord

​Blindato da quaranta uomini delle forze dell'ordine e vietato in forma pubblica dalla Questura, l'ultimo viaggio del boss storico della cosca Barbaro-Papalia si è chiuso a Platì tra poche persone e rigidi controlli, tracciando il bilancio di quarantanove anni trascorsi in carcere su ottantuno di vita.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Per seppellire Domenico Papalia hanno scelto l’alba. Non per poesia. Per ordine pubblico.

Alle cinque del mattino, mentre Platì ancora sonnecchiava sotto l’Aspromonte, il cimitero era già sveglio. E soprattutto era blindato. Carabinieri, poliziotti, finanzieri: una quarantina di uomini dello Stato per accompagnare alla tomba un uomo che con lo Stato aveva trascorso quasi mezzo secolo in un rapporto semplice e feroce: lui da una parte, lo Stato dall’altra.

Domenico “Micu” Papalia aveva ottantun anni. Quarantanove li aveva passati in carcere.

Era uscito a metà luglio dal penitenziario di Parma perché gravemente malato. Non propriamente libero: arresti domiciliari a Corsico, alle porte di Milano. Ma dopo quarantanove anni dietro le sbarre anche un appartamento sorvegliato può sembrare una pianura sconfinata. Gli è durata poco. Il 26 agosto è morto.

Poi è cominciato l’ultimo viaggio.

Milano-Platì, senza soste, con due auto delle forze dell’ordine a scortare il feretro. Una processione senza folla, senza banda, senza corone esibite in piazza, senza quella liturgia pubblica che in certi paesi del Sud può trasformare un funerale in qualcos’altro: un censimento delle fedeltà, una fotografia dei rapporti di forza, una silenziosa dichiarazione di appartenenza.

La Questura di Reggio Calabria aveva vietato le esequie pubbliche.

E così “don Micu”, indicato per decenni dalla magistratura antimafia come uno degli uomini di vertice della ’ndrangheta trapiantata in Lombardia, è tornato nel suo paese quasi di nascosto. Direttamente al cimitero.

Una ventina di minuti di preghiere. Pochi familiari. Un applauso al momento della tumulazione.

Fine.

O almeno così sembrerebbe.

Perché certe storie non finiscono quando si chiude una bara.

Papalia era nato a Platì, ma la sua storia criminale appartiene anche alla Lombardia. È questo il particolare che dovrebbe interessarci più del folklore del “mammassantissima”, delle coppole immaginarie e delle genealogie di paese. La ’ndrangheta, da molti anni, non è una faccenda confinata tra le montagne della Locride. Ha imparato le autostrade, i cantieri, i ristoranti, gli uffici, i capitali. Ha trasferito uomini, famiglie e metodi là dove circolavano affari e denaro.

Milano compresa.

Domenico Papalia era fratello di Antonio e Rocco e, secondo quanto sostenuto per anni dagli inquirenti, uno dei riferimenti della cosca Barbaro-Papalia radicata nell’area di Buccinasco.

La sua vicenda giudiziaria è lunga quasi quanto la sua detenzione.

Nel 1976 venne accusato dell’omicidio del boss Antonio D’Agostino, ucciso a Roma all’uscita da un ristorante. Fu condannato all’ergastolo. Quarantuno anni dopo, nel 2017, arrivò l’assoluzione della Corte d’assise d’appello di Perugia: non aveva commesso quel fatto.

Ma nel frattempo erano arrivati altri ergastoli.

Quello per l’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, assassinato nel 1990 a Carpiano. E quello per l’uccisione dell’avvocato Pietro Labate, avvenuta a Milano nel 1983. Condanne legate anche alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e alla grande stagione investigativa che mostrò quanto profondamente le organizzazioni mafiose calabresi avessero messo radici al Nord.

Papalia quelle accuse le ha sempre respinte.

È bene ricordarlo, perché un giornale non è un tribunale supplementare e una biografia criminale non autorizza a cancellare le distinzioni tra accuse, condanne e assoluzioni.

Ma è altrettanto bene non lasciarsi ipnotizzare dal particolare umano dell’ultima alba.

Un vecchio malato. Una bara. I parenti. Una cappella di famiglia.

La mafia ha spesso tratto vantaggio proprio da questa capacità di cambiare volto a seconda dell’occasione. Terribile quando deve incutere paura, rispettabile quando deve fare affari, familiare quando deve raccogliersi attorno a un morto.

È in quest’ultima veste che diventa più difficile da raccontare.

Perché davanti alla morte siamo abituati a sospendere il giudizio. È una regola civile, persino pietosa.

Ma la pietà per l’uomo non può diventare amnesia sulla storia.

Quarantanove anni di carcere non sono una parentesi biografica. E quaranta uomini delle forze dell’ordine schierati prima dell’alba davanti a un cimitero non sono una scenografia.

Sono il segno di una storia italiana che continua a costare uomini, denaro, paura e libertà.

Ieri mattina Platì non ha visto il grande funerale di un boss.

Ha visto qualcosa di più sobrio e, forse proprio per questo, di più eloquente: lo Stato che impediva alla morte di trasformarsi in rappresentazione del potere.

Niente corteo. Niente bagno di folla. Niente piazza.

Solo una bara, una cappella e l’alba.

Talvolta anche la democrazia parla sottovoce.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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