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LA MADONNA, LA CITTÀ E IL DOLORE

LA MADONNA, LA CITTÀ E IL DOLORE

Reggio Calabria, 12 settembre 2026

L'Editoriale di Luigi Palamara


In certe giornate una città si riconosce.

Non perché tutto vada bene.

Anzi.

Qualche volta accade proprio quando la festa incontra il dolore e nessuno sa bene quale delle due cose debba avere la precedenza.

A Reggio Calabria, il 12 settembre 2026, è successo questo.

La città aspettava la Madonna della Consolazione. Come ogni anno.

La gente era già in Piazza della Consegna. C’erano le autorità, le forze dell’ordine, i Frati Cappuccini, il vescovo, gli amministratori. C’erano soprattutto i fedeli.

Poi c’era un dolore che nessuno aveva invitato.

La tragedia che ha coinvolto Anthea e Giovanni aveva cambiato il volto della giornata. Anthea non c’era più. Giovanni stava combattendo la sua battaglia.

Quando muore una ragazza così giovane, le parole diventano improvvisamente povere.

Si può dire che una città è in lutto.

Si può dire che i festeggiamenti civili vengono sospesi.

Si può dire che le istituzioni si stringono alle famiglie.

Ma la verità è che davanti a certi dolori non esistono frasi sufficienti.

Resta soltanto la presenza.

E, per chi crede, la preghiera.

La piazza intanto si riempiva.

Arrivava la staffetta della Polizia Locale. Le divise prendevano posto. Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia.

Le autorità salutavano.

La gente aspettava.

C’era qualche nuvola e cadevano le prime gocce di pioggia.

Qualcuno, da queste parti, dice che nel giorno della Madonna una goccia d’acqua è quasi una benedizione.

Forse è soltanto pioggia.

Ma i popoli hanno bisogno anche dei simboli.

Servono a dire cose che le parole non riescono sempre a spiegare.

Il sindaco ricordava il lutto della città e la decisione di sospendere i festeggiamenti civili.

Una scelta giusta.

Non perché una manifestazione cancellata possa diminuire il dolore di una famiglia.

Ma perché anche una comunità deve sapere quando è il momento di abbassare la voce.

Monsignor Fortunato Morrone, arcivescovo di Reggio Calabria, ha usato due parole semplici:

camminare insieme.

Sono parole che sembrano facili.

In realtà sono difficilissime.

Camminare insieme significa accettare che l’altro abbia un passo diverso dal nostro.

Significa non voler essere sempre davanti.

Significa riconoscere che nessuno basta a se stesso.

L’arcivescovo ha parlato della città come di un’orchestra.

Gli strumenti sono diversi.

Uno fa un suono, un altro ne fa un altro.

Se ciascuno vuole suonare da solo, viene fuori soltanto rumore.

Per fare musica bisogna ascoltarsi.

È una buona immagine per una città.

Forse anche per un Paese.

Reggio possiede competenze, intelligenze, professionalità, energie.

Il problema, qualche volta, non è ciò che manca.

È ciò che non riusciamo a mettere insieme.

Monsignor Morrone ha usato una parola meno poetica: autoreferenzialità.

In parole povere: pensare che il nostro pezzo di mondo sia tutto il mondo.

È un difetto antico.

Non riguarda soltanto Reggio Calabria.

Poi l’arcivescovo ha parlato dei giovani.

Anche questa è una parola che sentiamo spesso.

Tutti dicono di volerli aiutare.

Poi molti di loro partono.

Vanno altrove a studiare, a lavorare, a costruirsi una vita.

La domanda dell’arcivescovo era semplice:

che cosa possiamo fare per loro?

La risposta, altrettanto semplice, è stata: aiutarli a fare meglio di noi.

Non è poco.

Una generazione dovrebbe avere questo compito: preparare quella successiva a non ripetere tutti i suoi errori.

Il resto è retorica.

In una giornata segnata proprio dal dramma di due giovani, quelle parole pesavano più del solito.

Poi la Madonna è arrivata.

Prima la si intuiva in lontananza.

Poi è apparsa.

Sui balconi erano state esposte le coperte più belle.

È una tradizione antica.

Non serve spiegarla troppo.

Le tradizioni funzionano così: si imparano vedendole fare.

Un bambino vede la nonna stendere una coperta al balcone e, magari molti anni dopo, farà la stessa cosa.

I Frati Cappuccini hanno accompagnato l’effigie dall’Eremo.

I portatori avanzavano con la Vara.

La folla si stringeva.

Pioveva un poco.

Gli ombrelli si aprivano.

Nessuno sembrava avere fretta di andare via.

Poi è arrivato il momento della consegna.

I Cappuccini affidano la Madonna all’arcivescovo.

È un gesto antico.

Ma le cose antiche, quando hanno ancora qualcosa da dire, non sono vecchie.

Il ministro provinciale dei Frati Cappuccini ha ricordato che la consolazione nasce sempre da un affidamento.

Ha parlato di Maria che va incontro a Elisabetta.

Ha ricordato la storia di Reggio: le pestilenze, i terremoti, le tragedie.

Ogni volta, la città ha alzato lo sguardo verso quella Madre.

Questa volta, simbolicamente, è la Madre a scendere verso la città.

È una bella immagine.

Non soltanto gli uomini che cercano il cielo.

Anche il cielo che cerca gli uomini.

Maria scende verso chi crede.

Verso chi ha smesso di credere.

Verso chi viene per abitudine.

Verso chi arriva soltanto per accompagnare un parente.

Verso chi non sa più nemmeno che cosa chiedere.

Forse la consolazione comincia proprio da qui: dal sentirsi raggiunti.

Monsignor Morrone ha ricordato un punto essenziale.

Accogliere Maria significa accogliere Gesù.

Per un cristiano non dovrebbe essere una precisazione secondaria.

Perché il rischio delle grandi devozioni popolari è sempre lo stesso: fermarsi al rito.

Si può partecipare a una processione senza cambiare di un millimetro la propria vita.

Si può pregare e continuare a essere ingiusti.

Si può portare un cero e non vedere il vicino di casa che ha bisogno.

Si può gridare «Viva Maria» e non perdonare nessuno.

La fede, se è fede, deve avere conseguenze.

Questo era il senso delle parole dell’arcivescovo.

Che posto ha Dio nella nostra vita?

E che cosa cambia, concretamente, il fatto di dirci credenti?

Domande semplici.

Proprio per questo difficili.

Nella preghiera dell’arcivescovo c’era quasi una fotografia della città.

Le famiglie.

Quelle unite e quelle che attraversano una crisi.

Chi cerca lavoro.

Chi lavora onestamente.

I malati.

I fragili.

Gli educatori.

Gli insegnanti.

Gli allenatori.

Gli operatori sanitari.

Le forze dell’ordine.

I Vigili del Fuoco.

I professionisti.

Gli operatori della carità.

Gli amministratori.

I politici.

Una città è fatta di tutto questo.

Non soltanto dei suoi palazzi o dei suoi monumenti.

È fatta soprattutto di persone che, spesso senza essere viste, tengono insieme un pezzo di comunità.

Anche la politica è stata affidata alla Madonna.

Non perché Maria debba risolvere i problemi amministrativi.

Ma perché chi governa ricordi che il potere è servizio.

È una lezione che non fa male ripetere.

Poi la processione è ripartita.

Davanti la Polizia Locale e la banda.

Poi la Croce, i religiosi, i sacerdoti, l’arcivescovo.

Infine la Vara.

Dietro, le istituzioni e la gente.

I gonfaloni della Regione Calabria, del Comune e della Città Metropolitana.

Il sindaco, Francesco Cannizzaro,  per lui la prima volta con la fascia tricolore.

E, soprattutto, migliaia di persone.

La Madonna avanzava.

E dietro camminava la città.

Una città allegra e triste nello stesso momento.

Può sembrare strano.

Non lo è.

La vita è quasi sempre così.

Ci sono giorni nei quali una famiglia celebra un matrimonio mentre, poco lontano, un’altra piange un morto.

Noi vorremmo che la gioia e il dolore arrivassero ordinatamente, uno alla volta.

Non succede.

Arrivano insieme.

E bisogna imparare a convivere con entrambi.

Qualcuno ha detto che la preghiera è una specie di «chat con il Signore».

È un’immagine semplice, forse persino ingenua.

Ma ha una sua verità.

Pregare significa parlare quando non sappiamo più con chi parlare.

Dire un nome.

Chiedere aiuto.

Ringraziare.

O, qualche volta, stare zitti.

Non sempre una preghiera ha bisogno di molte parole.

Quel giorno a Reggio ne bastavano due:

Anthea.

Giovanni.

E dietro quei due nomi c’erano famiglie, amici, speranze, paure.

A Reggio si dice:

«Scende la Madonna».

Sono tre parole.

Ma per molti contengono un’infanzia intera.

Il padre che ti teneva per mano.

La madre che ti insegnava il segno della croce.

La nonna.

Il nonno.

Quelli che sono partiti.

Quelli che non sono più tornati.

Gli emigranti in America, in Argentina, in Australia.

Quelli che hanno cercato lavoro al Nord.

I pescatori che guardavano verso l’Eremo prima di affrontare lo Stretto.

«Madonna mia, fammi tornare».

Forse per questo le processioni sopravvivono ai tempi.

Perché non sono fatte soltanto da quelli che vediamo.

Dentro una folla camminano anche gli assenti.

Lungo il percorso c’erano bambini sulle spalle dei padri.

C’erano anziani che aspettavano in piedi.

C’erano famiglie intere.

Giovani portatori.

Vecchi portatori.

Quelli che oggi reggono la Vara e quelli che sperano di poterlo fare domani.

Una tradizione non vive nei libri.

Vive quando passa da una generazione all’altra.

Quando un gesto viene consegnato.

Quando qualcuno dice a un ragazzo: adesso tocca a te.

Anche questo è un modo di camminare insieme.

Verso il Museo Archeologico, mentre la processione continuava, restava una parola.

Consolazione.

È il titolo della Madonna.

Ed è una parola che rischiamo di capire male.

Consolare non significa dire a chi soffre che presto passerà.

Qualche dolore non passa.

Non significa trovare una spiegazione.

Ci sono cose che non hanno spiegazioni accettabili.

Consolare significa esserci.

Restare.

Non lasciare solo qualcuno quando la sua vita si è improvvisamente spezzata.

Forse è questo il messaggio più semplice di questa giornata.

Reggio ha fatto festa.

Ma ha anche saputo fermarsi.

Ha pregato.

Ha ricordato.

Ha accompagnato.

La Madonna è scesa dall’Eremo.

E per qualche ora una città intera ha camminato nella stessa direzione.

Non accade spesso.

Sarebbe già molto se, finita la processione, riuscissimo a ricordarcelo.

Per Anthea.

Per Giovanni.

Per le loro famiglie.

Per chi soffre.

Per Reggio Calabria.

Viva Maria.

Oggi e sempre Viva Maria.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 
Reggio Calabria, 12 settembre 2026

@luigi.palamara

La Madre che scende dal monte A Reggio, settembre non arriva come negli altri luoghi. Non lo annuncia soltanto il vento che cambia sullo Stretto, né quella luce più dolce che, sul finire dell’estate, si posa sulle case e sulle colline. Settembre, a Reggio, arriva quando la città comincia ad alzare gli occhi verso l’Eremo. Allora ognuno sa. Lo sa chi vive nelle strade del centro e chi abita sulle alture. Lo sa il vecchio seduto davanti alla porta e lo sa il bambino che ancora non comprende perché, in quei giorni, gli adulti parlino con una voce diversa. Scende la Madonna. Sono tre parole soltanto. Ma dentro quelle tre parole c’è una città intera. C’è la gioia e c’è la paura. C’è la festa e c’è il ricordo. Ci sono i vivi, ma sembrano esserci anche i morti. Perché quando la Madonna della Consolazione scende dall’Eremo, nessun reggino cammina veramente solo. Cammina con suo padre. Con suo nonno. Con quelli che partirono per l’America, per l’Australia, per il Nord, portandosi nella valigia una fotografia, una medaglia, un’immaginetta consunta. Cammina con quelli che il terremoto portò via. Con quelli che sotto le bombe pregavano nel buio. Con quelli che sul mare, quando lo Stretto diventava cattivo e le correnti parevano volerli trascinare al largo, alzavano gli occhi verso la collina e dicevano soltanto: - Madonna mia, fammi tornare. La storia cominciò tanto tempo fa. Era il 1547. Reggio era una città diversa da quella che conosciamo. Le case erano altre, le strade erano altre, persino il volto del mare sembrava diverso. Ma il mare era sempre là. E sopra il mare c’era la collina dell’Eremo. Nicolò Andrea Capriolo, pittore reggino, dipinse su una tavola la Vergine seduta in trono con il Bambino. Accanto a lei mise san Francesco d’Assisi e sant’Antonio da Padova. Forse, mentre lavorava, non poteva sapere quello che stava facendo davvero. Un pittore crede di dipingere un volto. A volte, invece, dipinge il destino di un popolo. I Frati Minori Osservanti accolsero quella tavola nel loro convento sulla collina. E la gente cominciò a salire. All’inizio saranno stati pochi. Una donna con un figlio malato. Un pescatore prima di prendere il mare. Un uomo che non sapeva come sfamare la famiglia. Una madre che aspettava qualcuno partito da troppo tempo. Salivano lungo i sentieri polverosi, con il sole d’estate o sotto la pioggia d’inverno. Ognuno portava il proprio dolore. E tornava a casa forse con lo stesso dolore, ma con la forza di portarlo. È questa, qualche volta, la consolazione. Non che il peso scompaia. Ma che qualcuno ci aiuti a tenerlo sulle spalle. Raccontavano anche una cosa strana. Dicevano che avevano tentato di portare il quadro altrove, più vicino alla città, in un luogo forse più comodo, più importante. Ma il quadro tornava all’Eremo. Una volta. E poi ancora. La Madonna, dicevano, aveva scelto da sola la sua casa. Voleva stare lassù. Su quella collina dalla quale lo sguardo abbraccia Reggio e lo Stretto. E i reggini capirono. «Vuole guardarci dall’alto», dissero. Forse voleva guardare quelli che partivano. Forse quelli che tornavano. Forse voleva stare abbastanza in alto da vedere contemporaneamente la terra e il mare, perché questa città ha sempre avuto il cuore diviso tra la montagna e l’acqua. Da allora, quando un pescatore lasciava la riva, sapeva che da qualche parte, sopra di lui, c’era quel volto. Le barche diventavano piccole sul mare. Gli uomini diventavano piccoli dentro le barche. E la Madonna rimaneva lassù. Poi venne la peste. Era il 1576. La morte entrava nelle case senza bussare. Nessuno sapeva da quale strada sarebbe arrivata, né quale porta avrebbe scelto. Quando una città ha paura, anche il silenzio cambia. Le campane suonano diversamente. Le persone si guardano da lontano. Continua .. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere

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