CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

La strada che non portava soltanto a Polsi

La strada che non portava soltanto a Polsi

il racconto di Luigi Palamara 

C’era un tempo in cui per arrivare alla Madonna della Montagna bisognava meritarsi il viaggio.

Non bastava salire in macchina, mettere il navigatore e aspettare che una voce metallica dicesse: “destinazione raggiunta”. Si partiva a piedi da Roccaforte del Greco. Si partiva prima. Giorni prima. Con poco addosso e molto dentro.

Peppino lo faceva così.

Una stiabbucca con pane, formaggio, olive, un pezzo di salame, un po’ di capicollo. Una bottiglia di vino. Scarpe spesso consumate, qualche volta rotte. E poi la montagna.

L’Aspromonte.

Quello vero.

Non quello delle fotografie turistiche, addomesticato da una didascalia e da una strada asfaltata. Quello che ti costringeva a misurarti con te stesso. Sentieri duri, pietre, boschi, silenzi, animali, notti all’aperto. Un territorio che non aveva bisogno di spiegarsi perché esisteva prima di noi e, probabilmente, continuerà a esistere dopo.

Peppino partiva.

Angelina restava.

E anche questo, se ci pensiamo, appartiene a una civiltà che stiamo dimenticando.

C’erano quelli che camminavano e quelli che aspettavano.

Entrambi facevano il viaggio.

Lui attraversava la montagna.

Lei attraversava i giorni.

Prima di partire Angelina gli diceva:

«Torna.»

Non servivano discorsi.

A quei tempi le promesse erano più brevi e forse proprio per questo pesavano di più.

Peppino rispondeva:

«Torno.»

Oggi ci sembrerebbe poco.

Allora bastava.

Perché dietro quella parola c’erano chilometri di montagna, notti sotto gli alberi, piedi gonfi, fame, freddo e quella strana ostinazione che chiamavamo fede senza sentire il bisogno di spiegarla.

Si camminava verso Polsi e lungo la strada si incontrava sempre qualcuno.

Un uomo di San Luca.

Uno di Bova.

Uno di Africo.

Un paesano.

Un conoscente del padre.

Uno che aveva soltanto sentito parlare della tua famiglia.

E immediatamente si mangiava insieme.

Questo era il prodigio.

Non il miracolo soprannaturale che tutti aspettavano.

Il primo miracolo era che il poco diventasse abbastanza.

Un pezzo di pane passava di mano.

La bottiglia di vino girava.

Un formaggio veniva diviso.

Nessuno faceva i conti.

Poi qualcuno tirava fuori l’organetto.

Un altro il tamburello.

E la montagna cambiava voce.

La tarantella si alzava tra gli alberi, i canti della Madonna percorrevano i sentieri, le persone che fino a un’ora prima erano sconosciute diventavano compagnia.

Qualcuno oggi chiamerebbe tutto questo “folklore”.

È una parola comoda.

Serve a imbalsamare ciò che non siamo più capaci di vivere.

Quella gente non faceva folklore.

Viveva.

E viveva con una semplicità che oggi rischia di sembrarci primitiva soltanto perché abbiamo confuso il progresso con l’accumulo.

Poi veniva la notte.

Ed era allora che l’Aspromonte mostrava ciò che le città hanno cancellato.

Il cielo.

A settembre la Via Lattea sembrava una strada sopra la strada.

Le stelle erano tante.

Non quelle tre o quattro che riusciamo ancora a vedere fra un lampione e un’insegna pubblicitaria.

Erano migliaia.

Peppino le guardava.

E forse pensava ad Angelina.

Perché anche gli uomini più duri, quando sono soli sotto un cielo immenso, finiscono per dire la verità almeno a se stessi.

Magari non la chiamavano poesia.

La chiamavano pensiero.

Magari non dicevano amore.

Dicevano:

«Fammi tornare.»

E bastava.

Poi arrivava il mattino.

Prima il rumore dell’acqua.

Poi qualche voce.

Poi i canti.

Infine, dopo una curva, Polsi.

Il Santuario appariva dall’alto, incastrato nella valle.

La strada sterrata.

Il ruscello.

I pastori.

Le curve a gomito.

La chiesa.

Ed era lì che accadeva qualcosa che oggi fatichiamo a comprendere.

Un uomo arrivato scalzo, sporco, affamato, stanco, non si sentiva sconfitto.

Si sentiva felice.

Fermiamoci su questa parola.

Felice.

Noi, che abbiamo quasi tutto, siamo diventati bravissimi a spiegare perché non lo siamo.

Loro, che avevano quasi niente, riuscivano ancora a esserlo.

Non sempre.

Non voglio trasformare la miseria in una cartolina romantica. Sarebbe un insulto a chi l’ha conosciuta davvero.

La povertà faceva male.

Le scarpe rotte non erano poesia.

Camminare scalzi poteva essere devozione, ma spesso era anche necessità.

Dormire sotto un albero non era turismo esperienziale.

Era quello che si poteva fare.

Eppure proprio lì c’era una forza che oggi abbiamo smarrito: la capacità di trasformare la necessità in dignità e la fatica in senso.

Peppino entrava nel Santuario.

E forse non chiedeva ricchezza.

Non chiedeva successo.

Non chiedeva di diventare un altro.

Chiedeva di poter tornare.

Tornare a Roccaforte.

Tornare da Angelina.

Tornare l’anno successivo.

Questa era la sua ricchezza.

Nel frattempo Angelina aspettava.

Non con la teatralità delle storie d’amore moderne.

Non c’erano messaggi, fotografie, telefonate continue.

C’era un silenzio molto più difficile da sopportare.

Ogni tanto usciva davanti alla porta.

Guardava la strada.

Una madre poteva chiederle:

«Che aspetti?»

E Angelina avrebbe risposto:

«Niente.»

Ma le donne dei paesi sapevano benissimo che cosa significava quel niente.

Significava un uomo che doveva tornare.

Quando Peppino finalmente ricompariva, con la polvere addosso e magari le scarpe legate al fagotto perché ormai inutilizzabili, non servivano abbracci da cinema.

Angelina diceva:

«Sei tornato.»

E lui:

«Te l’avevo detto.»

Tutto qui.

Ma dentro quelle quattro parole c’era l’Aspromonte intero.

Poi gli anni passavano.

Peppino tornava ancora.

Prima solo.

Poi con Angelina.

Poi con i figli.

Poi con i nipoti.

E qui la storia privata diventa qualcosa di più importante.

Diventa cultura.

Perché le tradizioni non sopravvivono grazie ai convegni.

Non sopravvivono perché qualcuno le inserisce in un programma culturale.

Sopravvivono quando un nonno prende per mano un nipote e gli dice:

«Qui dormivamo.»

«Qui passavamo.»

«Da quella curva vedevamo il Santuario.»

È così che una civiltà si salva.

Attraverso il racconto.

Attraverso il gesto.

Attraverso la ripetizione.

Attraverso un bambino che vede un vecchio togliersi il cappello entrando in chiesa e, senza che nessuno gli abbia tenuto una lezione, capisce che quel gesto viene da molto lontano.

La Madonna della Montagna è questo.

Certamente fede.

Certamente devozione.

Ma anche una geografia della memoria.

Una strada che lega Roccaforte a Polsi, i vivi ai morti, quelli che sono partiti a quelli che sono rimasti, i padri ai figli.

E forse soprattutto lega una generazione alla successiva.

Peppino invecchiava.

Angelina invecchiava.

Le gambe non erano più quelle di un tempo.

Un giorno la strada a piedi diventava troppo lunga.

Ma la promessa restava.

Perché certe promesse sono più resistenti del corpo.

«L’anno prossimo torniamo.»

Questa frase contiene forse più teologia di tanti discorsi.

Perché in fondo ogni pellegrinaggio è una dichiarazione contro il tempo.

Dice che non siamo ancora finiti.

Che torneremo.

Che qualcuno continuerà dopo di noi.

E allora si capisce perché la Madonna della Montagna non sia soltanto il luogo dell’arrivo.

È il luogo del ritorno.

Peppino tornava a Polsi perché sapeva che Angelina lo aspettava a Roccaforte.

Poi tornava a Roccaforte sapendo che, un anno dopo, avrebbe ripreso la strada per Polsi.

Un cerchio.

Montagna, Santuario, paese, donna, famiglia.

E di nuovo montagna.

Oggi abbiamo strade migliori.

Automobili migliori.

Scarpe migliori.

Cibo migliore.

Abbiamo certamente conquistato molto.

Ma sarebbe bene domandarci, ogni tanto, che cosa abbiamo lasciato lungo il cammino.

Perché Peppino arrivava scalzo al Santuario e si sentiva parte del mondo.

Noi arriviamo dappertutto.

E qualche volta non sappiamo più a che cosa apparteniamo.

Forse per questo la promessa di quei pellegrini continua a commuoverci.

Non diceva:

«Voglio andare lontano.»

Diceva l’esatto contrario.

«Voglio poter tornare.»

E Angelina, davanti alla porta di Roccaforte, era forse la ragione più semplice e più umana per mantenere quella promessa.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

Posta un commento

0 Commenti