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Occhiuto e la Calabria davanti al tempo: dalla Xylella agli aeroporti, dal turismo al Ponte

Occhiuto e la Calabria davanti al tempo: dalla Xylella agli aeroporti, dal turismo al Ponte

Dalla lotta all'epidemia vegetale alle rotte aeree, dalla sfida dei servizi turistici fino al Ponte sullo Stretto: il presidente della Regione traccia la rotta per invertire la storia meridionale e vincere la sfida dei risultati.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

A volte alcune interviste politiche sembrano mettere insieme argomenti lontani e invece, a guardarli bene, raccontano una sola storia.

Quella di Roberto Occhiuto a Reggio Calabria è una di queste.

Si parla di Xylella, di Forza Italia, di aeroporti, di turismo, di investimenti pubblici, di iniziativa privata e, infine, del Ponte sullo Stretto.

Temi diversi.

In apparenza.

Perché il filo che li unisce è sempre lo stesso: il tempo.

Il tempo necessario per intervenire prima che un problema diventi un’emergenza.

Il tempo necessario per spendere le risorse prima di perderle.

Il tempo necessario per trasformare un aeroporto in sviluppo.

Il tempo necessario per preparare un territorio prima che una grande opera cambi gli equilibri.

E forse anche il tempo necessario per capire dove voglia arrivare politicamente Roberto Occhiuto.

La prima questione, però, non concede spazio alle interpretazioni.

La Xylella è arrivata in Calabria.

Il batterio che per anni questa regione ha osservato avanzare altrove, soprattutto in Puglia, è stato individuato a Taurianova, nel Reggino.

Poche piante positive, per ora.

Ma con la Xylella il numero iniziale conta relativamente.

Conta la velocità della risposta.

Gianluca Gallo, assessore regionale all’Agricoltura, ha messo subito il problema sul tavolo. Si parla di crisi, di monitoraggio, di contenimento, di zona cuscinetto.

Occhiuto, da parte sua, usa parole che non lasciano molto spazio alla diplomazia.

Dice di aver consigliato all’assessore di utilizzare tutte le cautele possibili.

E aggiunge che, se sarà necessario procedere alle eradicazioni, bisognerà farlo anche andando un po’ oltre le zone strettamente indicate.

Tradotto: meglio essere accusati domani di aver adottato una misura troppo severa che dover spiegare, tra qualche anno, perché si è intervenuti troppo tardi.

È una linea dura.

Ma la Xylella non è un avversario con cui si negozia.

Non protesta.

Non aspetta.

Non concede tregue.

Si sposta.

E quando si sposta può lasciare dietro di sé un conto economico, agricolo e paesaggistico enorme.

La Puglia lo sa bene.

La Calabria, dunque, possiede almeno un vantaggio: sa cosa può accadere.

Non potrà dire che non era stata avvertita.

Per questo le parole di Occhiuto e il lavoro di Gallo andranno giudicati non sui comunicati, ma sui risultati.

Monitorare.

Circoscrivere.

Eradicare quando serve.

Indennizzare chi subirà danni.

Controllare il materiale vegetale.

Fare presto.

Perché tra prudenza e immobilismo esiste una differenza fondamentale.

La prima può salvare.

Il secondo costa.

E la Xylella, in fondo, introduce perfettamente tutto il resto dell’intervista.

Perché costringe la politica a misurarsi con una cosa che spesso preferisce ignorare: il momento nel quale bisogna decidere.

Poi arriva Forza Italia.

Nei giorni scorsi si è parlato di accordi, intese, assi con Paolo Zangrillo, perfino di cordate per conquistare il partito.

Occhiuto liquida tutto con una frase: “Assolutamente nulla”.

Dice di avere rapporti con tutti i dirigenti del partito, ma di non fare accordi né cordate.

E poi pronuncia una frase che merita di essere conservata: un partito che discute soltanto di leadership è un partito morto.

Frase impeccabile.

E proprio per questo difficilissima da praticare.

Perché i partiti italiani hanno sempre sostenuto di voler parlare dei problemi del Paese e hanno sempre trovato il modo di tornare a parlare dei problemi dei propri dirigenti.

Le leadership.

Le correnti.

Le successioni.

Gli equilibri.

Le candidature.

Il Paese può aspettare.

Occhiuto dice di preferire altro: problemi, riforme, futuro.

Poi la domanda maliziosa se proprio lui possa essere il futuro di Forza Italia.

La risposta è abile: no, sarà ancora la Calabria ad avere come futuro Roberto Occhiuto.

È una risposta che chiude senza chiudere.

Non dice di voler guidare il partito.

Ma non dice neppure che non lo farà mai.

La politica italiana conosce bene quei “no” che hanno una scadenza.

Per il momento, però, Occhiuto chiede di essere giudicato sulla Calabria.

Ed è sugli aeroporti che il discorso cambia registro.

Il presidente sostiene una cosa che in un Paese normale dovrebbe sembrare ovvia: i fondi europei è meglio spenderli che restituirli alla Commissione europea.

Sembra una battuta.

Non lo è.

Per anni il Mezzogiorno ha conosciuto il paradosso di territori affamati di investimenti incapaci di utilizzare interamente le risorse che avevano già a disposizione.

Poveri con il portafoglio pieno.

Una delle contraddizioni più assurde dell’amministrazione meridionale.

Occhiuto rivendica invece una strategia diversa: investire sugli aeroporti, renderli più accoglienti, rendere più conveniente volare in Calabria, aumentare i collegamenti.

E soprattutto fare degli scali il biglietto da visita della regione.

È una strategia comprensibile.

Gli aeroporti sono porte.

Ma una porta, da sola, non costruisce una casa.

Ed è qui che il ragionamento diventa più interessante.

Perché Occhiuto non si limita a dire che il pubblico sta investendo.

Dice anche che il pubblico, oggi, appare molto orientato allo sviluppo mentre il privato è talvolta “un po’ meno veloce” nel produrre risultati.

È quasi un rovesciamento della vecchia narrazione meridionale.

Per decenni abbiamo raccontato l’imprenditore che corre e la pubblica amministrazione che lo trattiene.

Ora Occhiuto suggerisce che, almeno in alcuni settori, sia la Regione a correre più velocemente del mercato.

Se è vero, il problema cambia.

La politica può creare condizioni.

Può finanziare.

Può incentivare.

Può aprire rotte.

Può migliorare gli scali.

Può portare migliaia di persone davanti alla porta della Calabria.

Ma poi il turista arriva davvero.

E lì comincia il lavoro degli altri.

Perché il turista non ha alcun dovere morale di amare la Calabria.

Non basta dirgli che il mare è magnifico.

Non basta mostrargli i Bronzi di Riace.

Non basta indicargli l’Aspromonte.

Non basta raccontargli che qui si mangia meglio che altrove.

Il turista va conquistato.

Va accolto.

Va accompagnato.

Va servito.

E soprattutto va convinto a tornare.

Servono alberghi.

Servono guide che parlino inglese.

Servono servizi.

Servono trasporti.

Serve quella microimprenditorialità che nelle grandi destinazioni turistiche è talmente normale da diventare invisibile.

Una bicicletta da affittare.

Uno scooter.

Una visita organizzata.

Un’esperienza.

Un servizio che impedisca al turista di sentirsi abbandonato appena uscito dall’aeroporto.

Occhiuto lo dice con una semplicità quasi brutale: non basta aprire una rotta.

Ed è forse il passaggio più serio di tutto il suo discorso.

Perché una nuova rotta può creare traffico.

Non necessariamente turismo.

Può aumentare i numeri di uno scalo.

Non necessariamente la ricchezza di una città.

Può riempire un aereo.

Non necessariamente un albergo.

La differenza la fa il territorio.

Un aeroporto può portare un turista una volta.

Un territorio organizzato può farlo tornare.

Ed è questa la vera distanza tra traffico passeggeri e sviluppo.

Il primo crea statistiche.

Il secondo crea economia.

Reggio Calabria, da questo punto di vista, rappresenta un banco di prova perfetto.

L’aeroporto può diventare davvero una leva di crescita soltanto se smette di essere considerato un punto di arrivo e comincia a essere pensato come il primo anello di una catena.

Dall’aereo all’albergo.

Dall’albergo alla città.

Dalla città ai Bronzi.

Dai Bronzi all’Aspromonte.

Dall’Aspromonte alla costa.

Dalla costa ai borghi.

E poi di nuovo all’aeroporto.

Questo è turismo.

Il resto è movimento di passeggeri.

La Regione può fare la sua parte.

Ma non può trasformarsi contemporaneamente in albergatore, ristoratore, guida turistica, tour operator, noleggiatore e imprenditore.

A un certo punto deve iniziare il lavoro del privato.

E se il privato non corre, il pubblico da solo non basta.

Poi c’è il Ponte.

Il Ponte sullo Stretto.

Opera pubblica, simbolo politico, disputa ideologica e ormai quasi test di appartenenza.

In Italia non si domanda più soltanto se il Ponte sia utile.

Si domanda da che parte stai.

Occhiuto, su questo, non mostra dubbi.

Per lui il Ponte può trasformare Reggio Calabria e Messina in un punto di attenzione mondiale.

E usa un’immagine efficace.

Ci sono imprenditori che acquistano grandi squadre di calcio non soltanto per possedere undici giocatori, ma perché intorno allo stadio possono costruire negozi, servizi, attività, economia.

Il Ponte, nella sua visione, sarebbe lo stadio.

Lo Stretto sarebbe la grande galleria naturale.

Reggio e Messina il centro di un nuovo sistema di attrazione.

Alberghi internazionali.

Aziende.

Multinazionali.

Capitali.

Turisti.

Una gigantesca calamita economica piazzata al centro del Mediterraneo.

È una visione ambiziosa.

Forse perfino troppo ottimista.

Ma il problema non è avere un’ambizione grande.

Il problema è confondere l’opera con il risultato.

Perché un Ponte può collegare due territori.

Non può obbligarli a svilupparsi.

Può attirare attenzione.

Non può trasformarla automaticamente in ricchezza.

Può far arrivare persone.

Non può costringerle a fermarsi.

Può attirare investimenti.

Non può sostituire la capacità di accoglierli.

E se intorno al Ponte dovessero esserci ferrovie insufficienti, strade lente, città impreparate, servizi inadeguati e un sistema economico incapace di coglierne le opportunità, potrebbe perfino verificarsi il paradosso più crudele.

Il Ponte potrebbe diventare il modo più veloce per attraversare la Calabria senza viverla.

Ed eccoci, allora, di nuovo al punto di partenza.

Alla Xylella.

Perché tutta l’intervista di Occhiuto, in fondo, parla della stessa cosa.

Del tempo.

Con la Xylella bisogna intervenire prima che il batterio avanzi.

Con i fondi europei bisogna spendere prima che le risorse tornino indietro.

Con gli aeroporti bisogna costruire sviluppo prima che le nuove rotte si riducano a numeri.

Con il turismo bisogna creare servizi prima che il passeggero appena conquistato decida di non tornare.

Con il Ponte bisogna preparare il territorio prima che l’opera, se arriverà, imponga la propria presenza.

Persino con Forza Italia, Occhiuto sostiene che bisognerebbe occuparsi prima delle idee e poi delle leadership.

Tutta la sua narrazione politica può essere riassunta in una parola.

Anticipare.

È una parola importante per una regione che troppo spesso, nella propria storia, è arrivata dopo.

Dopo le emergenze.

Dopo gli investimenti.

Dopo le infrastrutture.

Dopo i turisti.

Dopo le occasioni.

Occhiuto propone una Calabria che prova a invertire l’ordine.

Che interviene sulla Xylella prima che diventi una catastrofe.

Che spende i fondi prima di perderli.

Che apre rotte prima di lamentarsi dell’isolamento.

Che costruisce un sistema turistico prima di pretendere che il turista ritorni.

Che prepara Reggio al Ponte prima che il Ponte, eventualmente, diventi realtà.

È una visione.

E la Calabria, di visioni, ne ha già ascoltate molte.

Quasi tutte magnifiche.

Autostrade che avrebbero cambiato il Sud.

Porti che avrebbero conquistato il Mediterraneo.

Piani industriali che avrebbero cancellato la disoccupazione.

Infrastrutture che avrebbero eliminato il divario.

Il problema, da queste parti, non è mai stato immaginare il futuro.

È stato farlo arrivare.

Ed è questa, alla fine, la vera sfida di Roberto Occhiuto.

Non convincere i calabresi che la Calabria può cambiare.

Questo glielo hanno già detto in molti.

Deve dimostrare che questa volta alle parole seguiranno i risultati.

Che la Xylella sarà fermata prima che diventi una ferita irreversibile.

Che gli aeroporti porteranno sviluppo e non soltanto passeggeri.

Che il turismo diventerà industria e non slogan.

Che il privato raccoglierà la sfida del pubblico.

Che il Ponte, se si farà, sarà una piattaforma di crescita e non soltanto un monumento.

E che la politica saprà parlare davvero di futuro senza tornare, cinque minuti dopo, a discutere soltanto di leadership.

Perché alla fine il vero nemico della Calabria non è soltanto la distanza.

Non è soltanto la burocrazia.

Non è soltanto la mancanza di infrastrutture.

È il tempo perduto.

E il tempo, a differenza dei fondi europei, non può essere rifinanziato.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Occhiuto e la Calabria davanti al tempo: dalla Xylella agli aeroporti, dal turismo al Ponte Dalla lotta all'epidemia vegetale alle rotte aeree, dalla sfida dei servizi turistici fino al Ponte sullo Stretto: il presidente della Regione traccia la rotta per invertire la storia meridionale e vincere la sfida dei risultati. L'Editoriale di Luigi Palamara  A volte alcune interviste politiche sembrano mettere insieme argomenti lontani e invece, a guardarli bene, raccontano una sola storia. Quella di Roberto Occhiuto a Reggio Calabria è una di queste. Si parla di Xylella, di Forza Italia, di aeroporti, di turismo, di investimenti pubblici, di iniziativa privata e, infine, del Ponte sullo Stretto. Temi diversi. In apparenza. Perché il filo che li unisce è sempre lo stesso: il tempo. Il tempo necessario per intervenire prima che un problema diventi un’emergenza. Il tempo necessario per spendere le risorse prima di perderle. Il tempo necessario per trasformare un aeroporto in sviluppo. Il tempo necessario per preparare un territorio prima che una grande opera cambi gli equilibri. E forse anche il tempo necessario per capire dove voglia arrivare politicamente Roberto Occhiuto. La prima questione, però, non concede spazio alle interpretazioni. La Xylella è arrivata in Calabria. Il batterio che per anni questa regione ha osservato avanzare altrove, soprattutto in Puglia, è stato individuato a Taurianova, nel Reggino. Poche piante positive, per ora. Ma con la Xylella il numero iniziale conta relativamente. Conta la velocità della risposta. Gianluca Gallo, assessore regionale all’Agricoltura, ha messo subito il problema sul tavolo. Si parla di crisi, di monitoraggio, di contenimento, di zona cuscinetto. Occhiuto, da parte sua, usa parole che non lasciano molto spazio alla diplomazia. Dice di aver consigliato all’assessore di utilizzare tutte le cautele possibili. E aggiunge che, se sarà necessario procedere alle eradicazioni, bisognerà farlo anche andando un po’ oltre le zone strettamente indicate. Tradotto: meglio essere accusati domani di aver adottato una misura troppo severa che dover spiegare, tra qualche anno, perché si è intervenuti troppo tardi. È una linea dura. Ma la Xylella non è un avversario con cui si negozia. Non protesta. Non aspetta. Non concede tregue. Si sposta. E quando si sposta può lasciare dietro di sé un conto economico, agricolo e paesaggistico enorme. La Puglia lo sa bene. La Calabria, dunque, possiede almeno un vantaggio: sa cosa può accadere. Non potrà dire che non era stata avvertita. Per questo le parole di Occhiuto e il lavoro di Gallo andranno giudicati non sui comunicati, ma sui risultati. Monitorare. Circoscrivere. Eradicare quando serve. Indennizzare chi subirà danni. Controllare il materiale vegetale. Fare presto. Perché tra prudenza e immobilismo esiste una differenza fondamentale. La prima può salvare. Il secondo costa. E la Xylella, in fondo, introduce perfettamente tutto il resto dell’intervista. Perché costringe la politica a misurarsi con una cosa che spesso preferisce ignorare: il momento nel quale bisogna decidere. Poi arriva Forza Italia. Nei giorni scorsi si è parlato di accordi, intese, assi con Paolo Zangrillo, perfino di cordate per conquistare il partito. Occhiuto liquida tutto con una frase: “Assolutamente nulla”. Dice di avere rapporti con tutti i dirigenti del partito, ma di non fare accordi né cordate. E poi pronuncia una frase che merita di essere conservata: un partito che discute soltanto di leadership è un partito morto. Frase impeccabile. E proprio per questo difficilissima da praticare. Perché i partiti italiani hanno sempre sostenuto di voler parlare dei problemi del Paese e hanno sempre trovato il modo di tornare a parlare dei problemi dei propri dirigenti. Le leadership. Le correnti. Le successioni. Gli equilibri. Le candidature. Il Paese può aspettare. Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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