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Quando il giornalista investigativo finisce sotto inchiesta

Quando il giornalista investigativo finisce sotto inchiesta

​Il cortocircuito della trasparenza: Sigfrido Ranucci e la reazione alle polemiche tra difesa legittima, toni apocalittici e la regola aurea per cui chi fa le domande deve accettare di riceverne.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Appare qualcosa di curioso, e perfino di malinconico, nel vedere un giornalista che ha costruito la propria reputazione chiedendo conto agli altri delle loro frequentazioni, delle loro telefonate, delle loro carte e perfino dei loro silenzi, indignarsi quando la lente si gira e, per una volta, inquadra lui.

Sigfrido Ranucci dice che non esiste alcuna “chat segreta”. Bene. Se è così, lo si accerti, lo si documenti e la questione finisca lì. È esattamente ciò che il giornalismo dovrebbe fare: separare il fatto dal sospetto, il documento dall’allusione, la prova dalla suggestione.

Ma nel suo sfogo accade qualcosa di diverso.

Da una vicenda circoscritta si passa improvvisamente alla “più grande campagna di fango della storia”. Non d’Italia, non della Rai, non del giornalismo contemporaneo: della storia. Tre parole così smisurate da far impallidire persino la materia che vorrebbero descrivere.

Poi arrivano i mandanti, le macchine del fango, i giornali proni, le reti unificate, il metodo Boffo, i parlamentari, il Lussemburgo, i telefoni non usati, le intercettazioni impossibili. Tutto finisce nello stesso calderone, finché la difesa da un’accusa non diventa l’atto d’accusa contro un intero sistema.

È un metodo singolare, soprattutto per chi del metodo giornalistico ha fatto una bandiera.

Perché una domanda resta una domanda anche quando viene rivolta a chi fa le domande per mestiere.

Ranucci ha tutto il diritto di denunciare falsità, intimidazioni, persecuzioni o campagne orchestrate, se possiede elementi per dimostrarle. Ha anche il diritto, sacrosanto, di difendere la propria famiglia e i propri collaboratori. Ma il diritto alla difesa non coincide con il diritto all’infallibilità. E il giornalismo non può diventare un sacramento nel quale alcuni officiano e gli altri devono soltanto inginocchiarsi.

C’è poi un passaggio che lascia più inquietudine che indignazione: quello in cui si evoca la possibilità che qualcuno, schiacciato dall’angoscia o dalla depressione, possa “lasciarsi andare”, e che soltanto una tragedia fermerebbe questa macchina.

Il dolore personale merita rispetto. Sempre.

Ma proprio per questo non dovrebbe essere trasformato in un argomento retorico con cui gravare moralmente chi pone domande legittime. Se una notizia è falsa, si smentisce. Se è diffamatoria, si querela. Se è manipolata, si smonta pezzo per pezzo. È così che si combatte il cattivo giornalismo: con il buon giornalismo.

Non con l’apocalisse.

Chi conduce da anni inchieste televisive conosce perfettamente il potere di una domanda insinuante, di un documento parziale, di un collegamento suggerito, di una frase pronunciata davanti a milioni di persone. Sa che anche una domanda può ferire. Sa che un titolo può inchiodare qualcuno molto prima di una sentenza. Sa soprattutto quanto sia difficile ottenere, dopo, lo stesso spazio per una rettifica.

Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe suggerire prudenza quando ci si trova dall’altra parte del tavolo.

Non occorre amare i giornali di Angelucci. Non occorre assolvere chi pubblica sciocchezze. Non occorre neppure credere che tutto ciò che viene scritto su Ranucci sia vero.

Occorre soltanto applicare una regola antica e terribilmente semplice: nessuno può pretendere per sé un giornalismo diverso da quello che pratica sugli altri.

Se le accuse sono false, cadano sotto il peso dei fatti.

Se sono vere, si risponda nel merito.

Se sono mezze vere, si distingua ciò che è vero da ciò che non lo è.

Ma quando alla domanda si replica denunciando complotti, mandanti, barbarie, campagne senza precedenti e tragedie imminenti, il rischio è che la risposta diventi più grande della domanda. E che alla fine il lettore, invece di capire che cosa sia successo, capisca soltanto che qualcuno non sopporta più di essere osservato.

Il giornalismo vive di una presunzione nobile ma pericolosa: quella di poter chiedere conto del potere.

A una condizione.

Che quando il potere, piccolo o grande che sia, finisce nelle mani del giornalista, egli accetti che qualcuno chieda conto anche a lui.

Senza scomuniche.

Senza aureole.

E soprattutto senza pretendere che il mestiere più indiscreto del mondo diventi improvvisamente discreto quando bussa alla propria porta.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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