Scirubetta, quando il gelato smette di essere un dessert e diventa una firma
Dal lungomare di Reggio Calabria alla sfida globale: l'evoluzione del festival internazionale
Trentaquattro maestri da sette Paesi, la proposta per la capitale mondiale e la scommessa dell'eccellenza: come il grande evento reggino punta a trasformarsi da semplice festa in un rigoroso marchio di qualità artigianale.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcuni eventi si organizzano. Altri invece sono eventi che, a un certo punto, diventano un nome.
Scirubetta è ormai questo: un nome che vale più di una locandina, più di una data sul calendario, più di una sfilata di maestri gelatieri. È un marchio. E un marchio, quando è costruito bene, non si limita a promettere qualità: la pretende.
Sul lungomare di Reggio Calabria torna il villaggio del gelato, e torna con numeri che non consentono più di parlare di semplice manifestazione locale: trentaquattro maestri gelatieri, presenze da Germania, Giappone, Ungheria, Macedonia del Nord, Stati Uniti, Slovacchia e Belgio. Sette Paesi stranieri. Sette modi diversi di intendere tecnica, gusto, materia prima, cultura.
È qui che Scirubetta cambia categoria.
Non è più soltanto la festa del cono e della coppetta. È un luogo nel quale il gelato artigianale tenta di diventare linguaggio, confronto, ricerca. E, soprattutto, identità.
Il nome stesso porta con sé una storia che viene da lontano. “Scirubetta” richiama lo sherbet, l’antica bevanda fresca di matrice araba indicata come una delle radici storiche del gelato. Non è un dettaglio folkloristico da inserire nel dépliant per dare colore alla manifestazione. È, al contrario, il punto da cui tutto dovrebbe partire: ricordare che dietro un prodotto apparentemente semplice esistono secoli di contaminazioni, intuizioni, tecniche e cultura mediterranea.
E Reggio Calabria, in questa storia, non è un fondale.
È parte della scena.
Forse è proprio questo il merito più importante della manifestazione: avere avuto l’ambizione di spostare il baricentro. Non chiedere al territorio di limitarsi a ospitare un evento, ma pretendere che il territorio stesso diventi protagonista.
Angelo Musolino, presidente Conpait, lo ha detto chiaramente presentando questa quinta edizione: gli ospiti internazionali porteranno tradizioni, tecniche e interpretazioni del gusto differenti. Ed è qui che il concetto diventa interessante. Perché il gelato, quando è veramente artigianale, non è un composto freddo e zuccherato. È il risultato di una cultura della materia prima, della precisione, dell’equilibrio.
E Scirubetta, edizione dopo edizione, sta provando ad attribuire a questa cultura un marchio di qualità riconoscibile.
Qui sta la vera scommessa.
Molti eventi nascono grandi nei comunicati stampa e muoiono piccoli appena si smontano gli stand. Le città italiane sono piene di “festival internazionali” nei quali l’internazionalità consiste spesso in due ospiti arrivati con un volo low cost.
Scirubetta, invece, ha il dovere di essere severa con se stessa proprio perché è cresciuta.
Quando un marchio raggiunge una certa reputazione, non può più permettersi la mediocrità. Deve selezionare. Deve distinguere. Deve fissare standard. Deve fare in modo che partecipare a Scirubetta significhi essere sottoposti a un giudizio di qualità e non semplicemente occupare uno spazio nel villaggio.
Il vero capitale di Scirubetta non sono gli stand. È la credibilità del nome.
E quella credibilità vale più di qualsiasi finanziamento, patrocinio o fotografia istituzionale.
Da questo punto di vista, la proposta lanciata dal sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro - candidare Reggio Calabria a capitale mondiale del gelato - può sembrare audace. Forse persino esagerata.
Ma le città che non hanno ambizioni sono condannate a diventare periferie di altre città.
La questione, dunque, non è ridere dell’ambizione. È capire se si è disposti a costruirla seriamente.
Perché diventare capitale mondiale del gelato non significa appendere una targa all’ingresso della città. Significa creare filiere, formazione, ricerca, turismo gastronomico, scuole professionali, rapporti internazionali, concorsi credibili, eventi permanenti, sinergie con università, produttori e imprese.
Significa trasformare una manifestazione di alcuni giorni in un’economia che duri dodici mesi.
Questo è il passaggio decisivo.
Il villaggio del gelato offrirà degustazioni, live cooking, laboratori, incontri, spettacoli e attività per le famiglie. Ci saranno chef calabresi, talk sulle materie prime e sulle filiere, influencer e creator. Ci sarà una giuria popolare che premierà il gusto più amato e una giuria tecnica chiamata a valutare tecnica, equilibrio e innovazione.
Bene.
Ma al di là dell’intrattenimento, Scirubetta dovrà continuare a difendere soprattutto una cosa: la cultura dell’eccellenza artigianale.
Perché il gelato italiano ha un nemico molto più pericoloso della concorrenza straniera: la banalizzazione.
Quando tutto viene chiamato “artigianale”, nulla lo è davvero.
Quando ogni prodotto diventa “eccellenza”, la parola eccellenza non significa più niente.
Quando qualsiasi manifestazione diventa “internazionale”, persino il termine internazionale perde valore.
Ecco perché Scirubetta deve fare l’opposto.
Deve rendere il proprio nome difficile da conquistare.
Un marchio di qualità non nasce quando tutti possono utilizzarlo. Nasce quando tutti desiderano meritarlo.
Ed è forse questa la prospettiva più interessante per il futuro: fare di Scirubetta non soltanto il nome di un festival, ma un sigillo riconoscibile della qualità assoluta del gelato artigianale.
Tecnica. Materia prima. Creatività. Equilibrio. Identità.
Cinque parole che valgono più di cento slogan.
Poi naturalmente verranno le luci del lungomare, la musica, le fotografie, gli assaggi, le famiglie, i turisti. Ed è giusto così. La festa deve restare festa.
Ma dietro la festa deve esserci una cosa molto più seria: una visione.
Perché Reggio Calabria possiede mare, storia, agrumi, bergamotto, tradizioni, maestranze e una posizione mediterranea che potrebbe diventare una formidabile carta d’identità gastronomica.
Scirubetta può essere uno dei modi per raccontarla al mondo.
A una condizione: che non si accontenti mai di essere soltanto bella.
Deve essere autorevole.
E quando un giorno, davanti a una gelateria o accanto al nome di un maestro, vedere scritto “Scirubetta” significherà automaticamente pensare a rigore, ricerca, eccellenza e qualità senza compromessi, allora il festival avrà compiuto il salto definitivo.
Non sarà più semplicemente un evento.
Sarà diventato una garanzia.
Scirubetta. Il nome del gelato che vuole farsi qualità assoluta.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Scirubetta, quando il gelato smette di essere un dessert e diventa una firma Dal lungomare di Reggio Calabria alla sfida globale: l'evoluzione del festival internazionale Trentaquattro maestri da sette Paesi, la proposta per la capitale mondiale e la scommessa dell'eccellenza: come il grande evento reggino punta a trasformarsi da semplice festa in un rigoroso marchio di qualità artigianale. L'Editoriale di Luigi Palamara Alcuni eventi si organizzano. Altri invece sono eventi che, a un certo punto, diventano un nome. Scirubetta è ormai questo: un nome che vale più di una locandina, più di una data sul calendario, più di una sfilata di maestri gelatieri. È un marchio. E un marchio, quando è costruito bene, non si limita a promettere qualità: la pretende. Sul lungomare di Reggio Calabria torna il villaggio del gelato, e torna con numeri che non consentono più di parlare di semplice manifestazione locale: trentaquattro maestri gelatieri, presenze da Germania, Giappone, Ungheria, Macedonia del Nord, Stati Uniti, Slovacchia e Belgio. Sette Paesi stranieri. Sette modi diversi di intendere tecnica, gusto, materia prima, cultura. È qui che Scirubetta cambia categoria. Non è più soltanto la festa del cono e della coppetta. È un luogo nel quale il gelato artigianale tenta di diventare linguaggio, confronto, ricerca. E, soprattutto, identità. Il nome stesso porta con sé una storia che viene da lontano. “Scirubetta” richiama lo sherbet, l’antica bevanda fresca di matrice araba indicata come una delle radici storiche del gelato. Non è un dettaglio folkloristico da inserire nel dépliant per dare colore alla manifestazione. È, al contrario, il punto da cui tutto dovrebbe partire: ricordare che dietro un prodotto apparentemente semplice esistono secoli di contaminazioni, intuizioni, tecniche e cultura mediterranea. E Reggio Calabria, in questa storia, non è un fondale. È parte della scena. Forse è proprio questo il merito più importante della manifestazione: avere avuto l’ambizione di spostare il baricentro. Non chiedere al territorio di limitarsi a ospitare un evento, ma pretendere che il territorio stesso diventi protagonista. Angelo Musolino, presidente Conpait, lo ha detto chiaramente presentando questa quinta edizione: gli ospiti internazionali porteranno tradizioni, tecniche e interpretazioni del gusto differenti. Ed è qui che il concetto diventa interessante. Perché il gelato, quando è veramente artigianale, non è un composto freddo e zuccherato. È il risultato di una cultura della materia prima, della precisione, dell’equilibrio. E Scirubetta, edizione dopo edizione, sta provando ad attribuire a questa cultura un marchio di qualità riconoscibile. Qui sta la vera scommessa. Molti eventi nascono grandi nei comunicati stampa e muoiono piccoli appena si smontano gli stand. Le città italiane sono piene di “festival internazionali” nei quali l’internazionalità consiste spesso in due ospiti arrivati con un volo low cost. Scirubetta, invece, ha il dovere di essere severa con se stessa proprio perché è cresciuta. Quando un marchio raggiunge una certa reputazione, non può più permettersi la mediocrità. Deve selezionare. Deve distinguere. Deve fissare standard. Deve fare in modo che partecipare a Scirubetta significhi essere sottoposti a un giudizio di qualità e non semplicemente occupare uno spazio nel villaggio. Il vero capitale di Scirubetta non sono gli stand. È la credibilità del nome. E quella credibilità vale più di qualsiasi finanziamento, patrocinio o fotografia istituzionale. Da questo punto di vista, la proposta lanciata dal sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro — candidare Reggio Calabria a capitale mondiale del gelato — può sembrare audace. Forse persino esagerata. Ma le città che non hanno ambizioni sono condannate a diventare periferie di altre città. La questione, dunque, non è ridere dell’ambizione. È capire se si è disposti a costruirla seriamente. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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@luigi.palamara Scirubetta, quando il gelato smette di essere un dessert e diventa una firma. Dal lungomare di Reggio Calabria alla sfida globale: l'evoluzione del festival internazionale Trentaquattro maestri da sette Paesi, la proposta per la capitale mondiale e la scommessa dell'eccellenza: come il grande evento reggino punta a trasformarsi da semplice festa in un rigoroso marchio di qualità artigianale. L'Editoriale di Luigi Palamara Alcuni eventi si organizzano. Altri invece sono eventi che, a un certo punto, diventano un nome. Scirubetta è ormai questo: un nome che vale più di una locandina, più di una data sul calendario, più di una sfilata di maestri gelatieri. È un marchio. E un marchio, quando è costruito bene, non si limita a promettere qualità: la pretende. Sul lungomare di Reggio Calabria torna il villaggio del gelato, e torna con numeri che non consentono più di parlare di semplice manifestazione locale: trentaquattro maestri gelatieri, presenze da Germania, Giappone, Ungheria, Macedonia del Nord, Stati Uniti, Slovacchia e Belgio. Sette Paesi stranieri. Sette modi diversi di intendere tecnica, gusto, materia prima, cultura. È qui che Scirubetta cambia categoria. Non è più soltanto la festa del cono e della coppetta. È un luogo nel quale il gelato artigianale tenta di diventare linguaggio, confronto, ricerca. E, soprattutto, identità. Il nome stesso porta con sé una storia che viene da lontano. “Scirubetta” richiama lo sherbet, l’antica bevanda fresca di matrice araba indicata come una delle radici storiche del gelato. Non è un dettaglio folkloristico da inserire nel dépliant per dare colore alla manifestazione. È, al contrario, il punto da cui tutto dovrebbe partire: ricordare che dietro un prodotto apparentemente semplice esistono secoli di contaminazioni, intuizioni, tecniche e cultura mediterranea. E Reggio Calabria, in questa storia, non è un fondale. È parte della scena. Forse è proprio questo il merito più importante della manifestazione: avere avuto l’ambizione di spostare il baricentro. Non chiedere al territorio di limitarsi a ospitare un evento, ma pretendere che il territorio stesso diventi protagonista. Angelo Musolino, presidente Conpait, lo ha detto chiaramente presentando questa quinta edizione: gli ospiti internazionali porteranno tradizioni, tecniche e interpretazioni del gusto differenti. Ed è qui che il concetto diventa interessante. Perché il gelato, quando è veramente artigianale, non è un composto freddo e zuccherato. È il risultato di una cultura della materia prima, della precisione, dell’equilibrio. E Scirubetta, edizione dopo edizione, sta provando ad attribuire a questa cultura un marchio di qualità riconoscibile. Qui sta la vera scommessa. Molti eventi nascono grandi nei comunicati stampa e muoiono piccoli appena si smontano gli stand. Le città italiane sono piene di “festival internazionali” nei quali l’internazionalità consiste spesso in due ospiti arrivati con un volo low cost. Scirubetta, invece, ha il dovere di essere severa con se stessa proprio perché è cresciuta. Quando un marchio raggiunge una certa reputazione, non può più permettersi la mediocrità. Deve selezionare. Deve distinguere. Deve fissare standard. Deve fare in modo che partecipare a Scirubetta significhi essere sottoposti a un giudizio di qualità e non semplicemente occupare uno spazio nel villaggio. Il vero capitale di Scirubetta non sono gli stand. È la credibilità del nome. E quella credibilità vale più di qualsiasi finanziamento, patrocinio o fotografia istituzionale. Da questo punto di vista, la proposta lanciata dal sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro — candidare Reggio Calabria a capitale mondiale del gelato — può sembrare audace. Forse persino esagerata. Ma le città che non hanno ambizioni sono condannate a diventare periferie di altre città. La questione, dunque, non è ridere dell’ambizione. È capire se si è disposti a costruirla seriamente. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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