Buon Natale, se sappiamo e ricordiamo ancora cosa significa
L'Editoriale di Luigi Palamara
Buon Natale. Lo diciamo in fretta, quasi per abitudine, come una formula di cortesia. Poi accendiamo le luci, e fingiamo che bastino a dissipare il buio. Ma il buio resta. Sta nelle case dove la voce non risponde più, nei corpi che la malattia ha reso fragili, negli animi che resistono non per speranza, ma per stanchezza.
Il Natale, ammesso che abbia ancora un senso, non è una festa chiassosa. È un tempo che pretende rispetto. Rispetto per chi non c’è più e continua tuttavia a vivere nella memoria, che è l’unico luogo dove i morti non diventano davvero assenti. Rispetto per chi soffre senza platea, perché il dolore autentico non ama mostrarsi e non chiede applausi.
Ci sono solitudini che nessuna musica riesce a coprire. Attese che non conoscono calendario. E poi ci sono luoghi dove il Natale non arriva mai, perché la guerra non fa sconti e non osserva tregue. Lì la violenza è diventata normalità, e l’uomo ha smarrito il senso del limite, che è la prima forma di civiltà. Quando il limite cade, la forza diventa barbarie.
Parliamo di pace con parole logore, come se fosse un’ingenuità d’altri tempi. Eppure senza pace non esiste futuro, e senza umanità non esiste nemmeno il presente. La guerra non distrugge soltanto città e confini: corrode le coscienze di chi la subisce e di chi, potendo vedere, sceglie di voltarsi dall’altra parte.
Ma il Natale non accade solo fuori di noi. Accade, soprattutto, dentro. È in ciascuno di noi che è stato bambino. È il ricordo limpido di una giornata che sembrava diversa da tutte le altre, capace di renderci migliori, più semplici, come se per un istante fossimo parte di un ordine più grande, in pace con il mondo e con noi stessi.
Quel Natale non aveva bisogno di eccessi. Bastava poco per essere felici, perché l’attesa era speranza e la sorpresa era fiducia. È questo il Natale che rischiamo di perdere. Ed è questo il Natale che abbiamo il dovere di consegnare ai bambini di oggi: non l’abbondanza che stordisce, ma lo stupore che educa; non il rumore, ma la sicurezza di essere custoditi.
Il Natale è anche preghiera. È silenzio che diventa ascolto. È la nascita di Gesù bambino, fragile, indifeso, che entra nella storia senza imporsi. “Si è fatto come noi per farci come Lui”: non è una formula teologica, è una provocazione morale. Un Dio che sceglie la debolezza per ricordare all’uomo la sua dignità, che si affida alle mani degli uomini per insegnare loro cosa significa essere uomini.
Qui sta la potenza del Natale. Non nella promessa di una felicità comoda, ma nella possibilità di una trasformazione. Non nel miracolo che risolve tutto, ma nell’esempio che chiama alla responsabilità.
Questo Natale non dovrebbe tranquillizzarci. Dovrebbe inquietarci. Non consolarci, ma renderci più vigili. Almeno per un giorno, meno distratti e più fedeli a ciò che conta davvero.
Perché l’umanità non è un sentimento da ricorrenza: è una scelta quotidiana. E la speranza, quando sembra fragile, va difesa come si difende una fiamma nel vento.
Se il Natale ha ancora una voce, non urla. Parla piano. Ma dice cose che non possiamo più permetterci di ignorare.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
Il Natale 2025
@luigi.palamara Buon Natale, se sappiamo e ricordiamo ancora cosa significa L'Editoriale di Luigi Palamara Buon Natale. Lo diciamo in fretta, quasi per abitudine, come una formula di cortesia. Poi accendiamo le luci, e fingiamo che bastino a dissipare il buio. Ma il buio resta. Sta nelle case dove la voce non risponde più, nei corpi che la malattia ha reso fragili, negli animi che resistono non per speranza, ma per stanchezza. Il Natale, ammesso che abbia ancora un senso, non è una festa chiassosa. È un tempo che pretende rispetto. Rispetto per chi non c’è più e continua tuttavia a vivere nella memoria, che è l’unico luogo dove i morti non diventano davvero assenti. Rispetto per chi soffre senza platea, perché il dolore autentico non ama mostrarsi e non chiede applausi. Ci sono solitudini che nessuna musica riesce a coprire. Attese che non conoscono calendario. E poi ci sono luoghi dove il Natale non arriva mai, perché la guerra non fa sconti e non osserva tregue. Lì la violenza è diventata normalità, e l’uomo ha smarrito il senso del limite, che è la prima forma di civiltà. Quando il limite cade, la forza diventa barbarie. Parliamo di pace con parole logore, come se fosse un’ingenuità d’altri tempi. Eppure senza pace non esiste futuro, e senza umanità non esiste nemmeno il presente. La guerra non distrugge soltanto città e confini: corrode le coscienze di chi la subisce e di chi, potendo vedere, sceglie di voltarsi dall’altra parte. Ma il Natale non accade solo fuori di noi. Accade, soprattutto, dentro. È in ciascuno di noi che è stato bambino. È il ricordo limpido di una giornata che sembrava diversa da tutte le altre, capace di renderci migliori, più semplici, come se per un istante fossimo parte di un ordine più grande, in pace con il mondo e con noi stessi. Quel Natale non aveva bisogno di eccessi. Bastava poco per essere felici, perché l’attesa era speranza e la sorpresa era fiducia. È questo il Natale che rischiamo di perdere. Ed è questo il Natale che abbiamo il dovere di consegnare ai bambini di oggi: non l’abbondanza che stordisce, ma lo stupore che educa; non il rumore, ma la sicurezza di essere custoditi. Il Natale è anche preghiera. È silenzio che diventa ascolto. È la nascita di Gesù bambino, fragile, indifeso, che entra nella storia senza imporsi. “Si è fatto come noi per farci come Lui”: non è una formula teologica, è una provocazione morale. Un Dio che sceglie la debolezza per ricordare all’uomo la sua dignità, che si affida alle mani degli uomini per insegnare loro cosa significa essere uomini. Qui sta la potenza del Natale. Non nella promessa di una felicità comoda, ma nella possibilità di una trasformazione. Non nel miracolo che risolve tutto, ma nell’esempio che chiama alla responsabilità. Questo Natale non dovrebbe tranquillizzarci. Dovrebbe inquietarci. Non consolarci, ma renderci più vigili. Almeno per un giorno, meno distratti e più fedeli a ciò che conta davvero. Perché l’umanità non è un sentimento da ricorrenza: è una scelta quotidiana. E la speranza, quando sembra fragile, va difesa come si difende una fiamma nel vento. Se il Natale ha ancora una voce, non urla. Parla piano. Ma dice cose che non possiamo più permetterci di ignorare. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno Il Natale 2025 #buonnatale #editoriale #luigipalamara ♬ suono originale - Luigi Palamara
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.