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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Quando parlano di te, guarda come vivi.

Quando parlano di te, guarda come vivi.
L'Editoriale di Luigi Palamara


Una frase attribuita a Platone oggi suona quasi sovversiva:
«Se la gente parla male di te, vivi in modo tale che nessuno possa crederle.»
Non dice: rispondi. Non dice: difenditi. Non dice neppure: spiega. Dice: vivi.

È una lezione antica e scomoda, perché va contro il nostro tempo, che è il tempo delle parole gonfiate, delle reputazioni costruite in fretta e distrutte ancora più in fretta.

Oggi si giudica prima di capire, si accusa prima di sapere, si condanna prima ancora di verificare. E si pretende, da chi è colpito, una reazione immediata: una smentita, una replica, possibilmente uno scontro. Platone, invece, suggerisce un’eresia moderna: lascia parlare i fatti.

Le dicerie sono leggere, ma insistenti. Viaggiano bene perché non hanno bisogno di prove: basta un sospetto, un’invidia, una frase mal riportata. Crescono nel rumore e si nutrono di reazioni. Ma c’è una cosa che le voci temono più di ogni smentita: la coerenza nel tempo. Perché il tempo, a differenza dei pettegolezzi, non mente.

La reputazione non è un titolo nobiliare né un’etichetta da esibire. È una contabilità silenziosa. È fatta di come mantieni una promessa quando nessuno applaude, di come tratti chi non ti serve, di come reagisci quando potresti approfittarti di una situazione e scegli di non farlo. È una somma di dettagli, e i dettagli alla lunga raccontano più della propaganda.

Questo non significa chinare la testa. La condotta non è silenzio codardo, è solidità. Non è accettare tutto, è rendere inutili molte accuse. Chi vive con una linea riconoscibile costringe chi parla male a una fatica enorme: quella di inventare contro l’evidenza. E l’evidenza, quando è quotidiana, è una brutta bestia da smentire.

Certo, nessuno è perfetto. E meno male. La credibilità non nasce dall’assenza di errori, ma dal modo in cui li affronti. Un errore ammesso pesa meno di una menzogna difesa. Un errore riparato dice maturità; un errore negato dice paura. E la paura, prima o poi, si sente.

C’è poi un equivoco pericoloso: pensare che vivere bene significhi essere sempre disponibili, sempre spiegabili, sempre giustificabili. Non è così. A volte la condotta migliore è un no netto, un confine tracciato, una distanza presa senza rumore. Le maldicenze prosperano dove i confini sono molli e l’identità è costretta a difendersi di continuo.

Quando parlare, allora? Quando il danno è reale, concreto, misurabile. In quei casi basta poco: una frase asciutta, verificabile, senza teatro. Tutto il resto è rumore, e il rumore muore se non lo si amplifica.

Platone, in fondo, non ci invita a essere buoni. Ci invita a essere inermi solo in apparenza, ma forti nella sostanza. A non inseguire ogni giudizio, a non mendicare consenso, a non trasformare la vita in una conferenza stampa permanente.
Le voci passano. Oggi urlano, domani si stancano.

La condotta resta. Accumula prove. Fa memoria.

E quando qualcuno prova a raccontarti male, se hai vissuto diritto, sarà la tua vita — senza alzare la voce — a rendere quelle parole semplicemente incredibili.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

#reputazione
#editoriale #luigipalamara

@luigi.palamara Quando parlano di te, guarda come vivi. L'Editoriale di Luigi Palamara Una frase attribuita a Platone oggi suona quasi sovversiva: «Se la gente parla male di te, vivi in modo tale che nessuno possa crederle.» Non dice: rispondi. Non dice: difenditi. Non dice neppure: spiega. Dice: vivi. È una lezione antica e scomoda, perché va contro il nostro tempo, che è il tempo delle parole gonfiate, delle reputazioni costruite in fretta e distrutte ancora più in fretta. Oggi si giudica prima di capire, si accusa prima di sapere, si condanna prima ancora di verificare. E si pretende, da chi è colpito, una reazione immediata: una smentita, una replica, possibilmente uno scontro. Platone, invece, suggerisce un’eresia moderna: lascia parlare i fatti. Le dicerie sono leggere, ma insistenti. Viaggiano bene perché non hanno bisogno di prove: basta un sospetto, un’invidia, una frase mal riportata. Crescono nel rumore e si nutrono di reazioni. Ma c’è una cosa che le voci temono più di ogni smentita: la coerenza nel tempo. Perché il tempo, a differenza dei pettegolezzi, non mente. La reputazione non è un titolo nobiliare né un’etichetta da esibire. È una contabilità silenziosa. È fatta di come mantieni una promessa quando nessuno applaude, di come tratti chi non ti serve, di come reagisci quando potresti approfittarti di una situazione e scegli di non farlo. È una somma di dettagli, e i dettagli alla lunga raccontano più della propaganda. Questo non significa chinare la testa. La condotta non è silenzio codardo, è solidità. Non è accettare tutto, è rendere inutili molte accuse. Chi vive con una linea riconoscibile costringe chi parla male a una fatica enorme: quella di inventare contro l’evidenza. E l’evidenza, quando è quotidiana, è una brutta bestia da smentire. Certo, nessuno è perfetto. E meno male. La credibilità non nasce dall’assenza di errori, ma dal modo in cui li affronti. Un errore ammesso pesa meno di una menzogna difesa. Un errore riparato dice maturità; un errore negato dice paura. E la paura, prima o poi, si sente. C’è poi un equivoco pericoloso: pensare che vivere bene significhi essere sempre disponibili, sempre spiegabili, sempre giustificabili. Non è così. A volte la condotta migliore è un no netto, un confine tracciato, una distanza presa senza rumore. Le maldicenze prosperano dove i confini sono molli e l’identità è costretta a difendersi di continuo. Quando parlare, allora? Quando il danno è reale, concreto, misurabile. In quei casi basta poco: una frase asciutta, verificabile, senza teatro. Tutto il resto è rumore, e il rumore muore se non lo si amplifica. Platone, in fondo, non ci invita a essere buoni. Ci invita a essere inermi solo in apparenza, ma forti nella sostanza. A non inseguire ogni giudizio, a non mendicare consenso, a non trasformare la vita in una conferenza stampa permanente. Le voci passano. Oggi urlano, domani si stancano. La condotta resta. Accumula prove. Fa memoria. E quando qualcuno prova a raccontarti male, se hai vissuto diritto, sarà la tua vita — senza alzare la voce — a rendere quelle parole semplicemente incredibili. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #reputazione #editoriale #luigipalamara ♬ suono originale - Luigi Palamara

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