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Il sì che fa paura

Il sì che fa paura.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un referendum che non parla di giustizia in generale, ma della giustizia nel suo punto più sensibile: il pubblico ministero. E già questo basta a spiegare perché faccia così paura. Non perché sia rivoluzionario, ma perché è terribilmente lineare: applicare, finalmente, l’articolo 111 della Costituzione. Quello che parla di giusto processo. Non di processi giusti “a sentimento”, ma di giudici terzi, imparziali, indipendenti. Anche — e soprattutto — dal pubblico ministero.
Il presidente lo dice senza giri di parole: votare sì significa votare per la terzietà del giudice. Non è un capriccio degli avvocati, né una crociata ideologica. È una questione di struttura. Perché un giudice non può essere davvero terzo se condivide carriera, cultura, correnti e destino con chi accusa. L’indipendenza non è solo verso la politica — mantra buono per i convegni — ma anche tra le funzioni. Requirente e giudicante devono smettere di guardarsi allo specchio.

E allora perché tante resistenze? Perché magistrati autorevoli — Nicola Gratteri in testa, Giuseppe Lombardo a ruota — si oppongono con toni apocalittici? Dicono che il pubblico ministero finirà sotto il controllo dell’esecutivo. Ma basta leggere la riforma per capire che non è vero.

 L’articolo 104 garantisce al PM le stesse identiche tutele del giudice. Due CSM separati, autonomi, indipendenti. Nessuna subordinazione, nessuna catena di comando. Solo una distinzione netta delle funzioni.

Il resto è propaganda. O peggio, slogan.
Si agita lo spauracchio del PM “assoggettato alla politica”, ma si dimentica che oggi decine di magistrati sono distaccati al Ministero della Giustizia, alle dirette dipendenze dell’esecutivo. E questo, curiosamente, non scandalizza nessuno. Si grida al colpo di Stato giuridico, ma si tace sui casi concreti: il caso Palamara, le correnti, le linee guida dettate dai PM ai giudici, l’urbanistica di Milano, le carcerazioni dimenticate per 43 giorni liquidate come errori di poco conto.

Qui non si indebolisce la magistratura. Si smette di confondere i ruoli.

E c’è un altro punto che fa male, forse il più doloroso. L’imputato. Oggi entra in aula senza la certezza — nemmeno psicologica — di essere giudicato da un giudice davvero indipendente. Lo sente, lo percepisce. Perché la sproporzione tra accusa e difesa è evidente. Separare le carriere non significa colpire il PM, ma riequilibrare il processo. Livellare le parti. Restituire dignità alla difesa. Dare sostanza alla parola “giusto”.

Quando Davigo dice che “l’imputato assolto è solo un colpevole non provato”, e Nicola Gratteri riprende il concetto, non è una battuta infelice. È una visione del mondo. Ed è una visione che nell’aula di giustizia fa danni. Offende l’intelligenza del cittadino, dell’avvocato, dell’imputato. E mina alla radice la fiducia nel processo.
Questa riforma arriva tardi. Forse troppo tardi. Ma è necessaria. È un punto di partenza, non di arrivo. Serve a ristabilire l’equilibrio tra accusa e difesa, a rendere visibile — non solo dichiarata — la terzietà del giudice. Serve a togliere ossigeno alle correnti, a separare davvero chi giudica da chi accusa. Due professionalità distinte, due percorsi autonomi, nessun tavolo comune dove si spartiscono carriere e favori.

E no, non accelererà i processi. Ma non è questo il suo scopo. La velocità non è sempre una virtù, soprattutto quando si decide della vita degli uomini. Per accelerare servono risorse, assunzioni, organizzazione. Questo è un altro capitolo. Qui si parla di equità, non di cronometri.

La riforma non ha colore politico. O forse li ha tutti. È stata sostenuta in passato dalla sinistra, oggi osteggiata. È appoggiata da pezzi della destra, ma non è “di destra”. È semplicemente una riforma di sistema. Politicizzarla è l’errore più grave che si possa fare.

Gli avvocati lo sanno. Non sono tutti di destra, né tutti di sinistra. Ma sanno che questo è un impegno che riguarda i cittadini, non le bandiere. Perché una giustizia più terza, più imparziale, più credibile è nell’interesse di tutti. Anche — e soprattutto — di chi la esercita.

Il sì non è contro la magistratura. È per la giustizia.
E forse è proprio questo che fa paura.

Luigi Palamara Giornalista 

Gli avvocati intervistati sono: Francesco Siclari, Pasquale Foti e Corrado Politi.


Reggio Calabria 22 dicembre 2025
@luigi.palamara

Il sì che fa paura. L'Editoriale di Luigi Palamara Un referendum che non parla di giustizia in generale, ma della giustizia nel suo punto più sensibile: il pubblico ministero. E già questo basta a spiegare perché faccia così paura. Non perché sia rivoluzionario, ma perché è terribilmente lineare: applicare, finalmente, l’articolo 111 della Costituzione. Quello che parla di giusto processo. Non di processi giusti “a sentimento”, ma di giudici terzi, imparziali, indipendenti. Anche — e soprattutto — dal pubblico ministero. Il presidente lo dice senza giri di parole: votare sì significa votare per la terzietà del giudice. Non è un capriccio degli avvocati, né una crociata ideologica. È una questione di struttura. Perché un giudice non può essere davvero terzo se condivide carriera, cultura, correnti e destino con chi accusa. L’indipendenza non è solo verso la politica — mantra buono per i convegni — ma anche tra le funzioni. Requirente e giudicante devono smettere di guardarsi allo specchio. E allora perché tante resistenze? Perché magistrati autorevoli — Nicola Gratteri in testa, Giuseppe Lombardo a ruota — si oppongono con toni apocalittici? Dicono che il pubblico ministero finirà sotto il controllo dell’esecutivo. Ma basta leggere la riforma per capire che non è vero. L’articolo 104 garantisce al PM le stesse identiche tutele del giudice. Due CSM separati, autonomi, indipendenti. Nessuna subordinazione, nessuna catena di comando. Solo una distinzione netta delle funzioni. Il resto è propaganda. O peggio, slogan. Si agita lo spauracchio del PM “assoggettato alla politica”, ma si dimentica che oggi decine di magistrati sono distaccati al Ministero della Giustizia, alle dirette dipendenze dell’esecutivo. E questo, curiosamente, non scandalizza nessuno. Si grida al colpo di Stato giuridico, ma si tace sui casi concreti: il caso Palamara, le correnti, le linee guida dettate dai PM ai giudici, l’urbanistica di Milano, le carcerazioni dimenticate per 43 giorni liquidate come errori di poco conto. Qui non si indebolisce la magistratura. Si smette di confondere i ruoli. E c’è un altro punto che fa male, forse il più doloroso. L’imputato. Oggi entra in aula senza la certezza — nemmeno psicologica — di essere giudicato da un giudice davvero indipendente. Lo sente, lo percepisce. Perché la sproporzione tra accusa e difesa è evidente. Separare le carriere non significa colpire il PM, ma riequilibrare il processo. Livellare le parti. Restituire dignità alla difesa. Dare sostanza alla parola “giusto”. Quando Davigo dice che “l’imputato assolto è solo un colpevole non provato”, e Nicola Gratteri riprende il concetto, non è una battuta infelice. È una visione del mondo. Ed è una visione che nell’aula di giustizia fa danni. Offende l’intelligenza del cittadino, dell’avvocato, dell’imputato. E mina alla radice la fiducia nel processo. Questa riforma arriva tardi. Forse troppo tardi. Ma è necessaria. È un punto di partenza, non di arrivo. Serve a ristabilire l’equilibrio tra accusa e difesa, a rendere visibile — non solo dichiarata — la terzietà del giudice. Serve a togliere ossigeno alle correnti, a separare davvero chi giudica da chi accusa. Due professionalità distinte, due percorsi autonomi, nessun tavolo comune dove si spartiscono carriere e favori. E no, non accelererà i processi. Ma non è questo il suo scopo. La velocità non è sempre una virtù, soprattutto quando si decide della vita degli uomini. Per accelerare servono risorse, assunzioni, organizzazione. Questo è un altro capitolo. Qui si parla di equità, non di cronometri. La riforma non ha colore politico. O forse li ha tutti. È stata sostenuta in passato dalla sinistra, oggi osteggiata. È appoggiata da pezzi della destra, ma non è “di destra”. È semplicemente una riforma di sistema. Politicizzarla è l’errore più grave che si possa fare. Gli avvocati lo sanno. Non sono tutti di destra, né tutti di sinistra. Ma sanno che questo è un impegno che riguarda i cittadini, non le bandiere. Perché una gius

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