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Lettera a Babbo Occhiuto, ovvero il Natale che inciampa.

Lettera a Babbo Occhiuto, ovvero il Natale che inciampa.

In Calabria il Natale non porta doni. Porta barelle. E talvolta, come nel caso che ci occupa, porta una porta automatica che non si apre.

È una storia piccola, quindi enorme. Una di quelle storie che non fanno notizia perché non hanno il sangue spettacolare delle grandi tragedie, ma che spiegano tutto. Spiegano una sanità che non crolla con fragore, ma si sbriciola con l’indifferenza. 

Un sensore che non funziona. Una donna trascinata a terra. Una spalla fratturata, un bacino lesionato. Il pronto soccorso che diventa il luogo dell’incidente invece che del soccorso.

Caro presidente Occhiuto, qui non le si chiede di fare il taumaturgo. Nessuno pretende che risani la sanità calabrese, impresa che avrebbe messo in difficoltà persino Nostro Signore con un buon assessore al bilancio. Le si chiede molto meno. 

Le si chiede il minimo sindacale della civiltà: far aprire una porta.
Perché la sanità, mi perdoni la brutalità, non muore solo per i grandi scandali, per le ruberie, per le nomine clientelari.
 Muore per le piccole cose non fatte. Per i dettagli ignorati. Perché nessuno si è preso la briga di controllare se un sensore funziona mentre si inaugurano reparti con il nastro tricolore e il fotografo al seguito.

E poi c’è l’altro dono richiesto. Quello che non costa nulla, ma che vale moltissimo: dire grazie. Ringraziare pubblicamente medici, infermieri, operatori sanitari.

Quelli che tengono in piedi l’illusione che un sistema esista ancora. Quelli che fanno turni massacranti, che lavorano senza strumenti, senza personale, senza tutele. 

Quelli che suppliscono allo Stato con il proprio corpo, la propria schiena, la propria coscienza.

Lei parla spesso di sanità, presidente. Ma senza di loro non parlerebbe affatto. Perché non ci sarebbe più nulla di cui parlare.


Questo Natale calabrese non chiede miracoli. Chiede porte che si aprano invece di chiudersi addosso ai cittadini. Chiede gratitudine invece di propaganda. Chiede rispetto invece di slogan.

È poco, forse. Ma in Calabria, ormai, anche il poco è rivoluzionario.

E il Natale, se deve avere un senso, comincia da lì.

Reggio Calabria 24 dicembre 2025

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

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