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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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La terra che resta. Quando Loy cadde, nessuno se ne accorse.

La terra che resta

Quando Loy cadde, nessuno se ne accorse.


In Aspromonte le cadute arrivano come l’inverno: silenziose. Inevitabili.
Chi le vive, impara presto a tacere.

Il mattino lo trovò immobile sul letto.
Il silenzio della casa gli pesava sulle spalle.
La madre era già in piedi.
Piegata sul focolare. Come un ramo vecchio.

— La terra non è più nostra — disse, senza voltarsi.

Loy non rispose.
Le parole, a volte, sono pietre.
E le pietre… non si sollevano.

Scese per il sentiero, passo lento.
Ogni sasso gli ricordava dove metteva i piedi da bambino.

Incontrò Rocco.
Cappello calcato sugli occhi.

— Non devi lasciar perdere — disse.
— Non lascio niente. — Loy serrò le labbra. — Mi hanno tolto. È diverso.
— E tu?
— Io resto.

Al campo, Loy vide una donna.
Ferma vicino al muretto.
Fazzoletto scuro sui capelli. Un cesto al braccio.
Guardava la terra… come chi vuole comprenderla.
Come chi vuole accarezzarla.

— Cercate qualcuno? — chiese Loy.

Occhi chiari, stanchi, lo scrutavano.

— Cerco un pezzo di campo da lavorare. Anche piccolo.
— Questo non è più mio.
— Ma voi lo conoscete.

Loy restò in silenzio.
— Lo conosco — disse infine — perché ci sono cresciuto.

— Mi chiamo Francesca. Sono tornata.
— Tornata da dove?
— Da lontano. Ma la terra… non si dimentica.

Nei giorni seguenti, si incontrarono all’alba.
Francesca piantava.
Loy aggiustava il muretto. Raddrizzava i solchi.

Il vento sembrava fermarsi a guardare.
Non c’erano promesse.
Solo gesti.
Gestii che raccontavano più delle parole.

— Perché lo fate? — chiese lei, un mattino.
— Per non perdere la mano.
— E l’onore?

Loy la guardò.
Occhi duri. Sinceri.
— Quello non me l’ha tolto nessuno.

Il paese parlava.
— Lavora la terra che non è sua.
— Non si rialzerà più.

Ma Loy… figlio di questa montagna…
conosceva il vero significato di rialzarsi:
Non l’ascesa.
Ma la resistenza.

Quando la madre lo mandò da Luigi, il suo zio prediletto, Loy non esitò.
Luigi era la guida silenziosa.
L’uomo che leggeva i segni della terra e del vento.
Lavorare con lui significava ritrovare forza e fiducia.
Era lì, tra il sudore e i solchi, che Loy imparava a risorgere davvero.

Il primo raccolto non era grande.
Ma era pulito. Vivo.

Francesca gli porse una manciata di terra.
— Questa resta — disse.

Loy la prese tra le mani callose.
— Finché la sappiamo tenere.

Guardò l’Aspromonte davanti a sé:
Le creste al sole.
Le ombre lunghe.
Il vento… che parlava senza voce.

Non prometteva nulla.
Ma non negava nulla.

Capì allora che rialzarsi non è tornare dove eri.
Ma restare uomo…
quando tutto ti spinge a piegarti.

E per chi nasce e vive in Aspromonte…
rialzarsi con dignità.
Con la forza del sangue.
Del lavoro.
Dell’onore…

È l’unico modo degno di rinascere.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

Abstract da "Il Castello dei Sogni Incantati " il libro di Luigi Palamara

#roccafortedelgreco #aspromonte #editoriale #luigipalamara
#musicantore

@luigi.palamara La terra che resta Quando Loy cadde, nessuno se ne accorse. In Aspromonte le cadute arrivano come l’inverno: silenziose. Inevitabili. Chi le vive, impara presto a tacere. Il mattino lo trovò immobile sul letto. Il silenzio della casa gli pesava sulle spalle. La madre era già in piedi. Piegata sul focolare. Come un ramo vecchio. — La terra non è più nostra — disse, senza voltarsi. Loy non rispose. Le parole, a volte, sono pietre. E le pietre… non si sollevano. Scese per il sentiero, passo lento. Ogni sasso gli ricordava dove metteva i piedi da bambino. Incontrò Rocco. Cappello calcato sugli occhi. — Non devi lasciar perdere — disse. — Non lascio niente. — Loy serrò le labbra. — Mi hanno tolto. È diverso. — E tu? — Io resto. Al campo, Loy vide una donna. Ferma vicino al muretto. Fazzoletto scuro sui capelli. Un cesto al braccio. Guardava la terra… come chi vuole comprenderla. Come chi vuole accarezzarla. — Cercate qualcuno? — chiese Loy. Occhi chiari, stanchi, lo scrutavano. — Cerco un pezzo di campo da lavorare. Anche piccolo. — Questo non è più mio. — Ma voi lo conoscete. Loy restò in silenzio. — Lo conosco — disse infine — perché ci sono cresciuto. — Mi chiamo Francesca. Sono tornata. — Tornata da dove? — Da lontano. Ma la terra… non si dimentica. Nei giorni seguenti, si incontrarono all’alba. Francesca piantava. Loy aggiustava il muretto. Raddrizzava i solchi. Il vento sembrava fermarsi a guardare. Non c’erano promesse. Solo gesti. Gestii che raccontavano più delle parole. — Perché lo fate? — chiese lei, un mattino. — Per non perdere la mano. — E l’onore? Loy la guardò. Occhi duri. Sinceri. — Quello non me l’ha tolto nessuno. Il paese parlava. — Lavora la terra che non è sua. — Non si rialzerà più. Ma Loy… figlio di questa montagna… conosceva il vero significato di rialzarsi: Non l’ascesa. Ma la resistenza. Quando la madre lo mandò da Luigi, il suo zio prediletto, Loy non esitò. Luigi era la guida silenziosa. L’uomo che leggeva i segni della terra e del vento. Lavorare con lui significava ritrovare forza e fiducia. Era lì, tra il sudore e i solchi, che Loy imparava a risorgere davvero. Il primo raccolto non era grande. Ma era pulito. Vivo. Francesca gli porse una manciata di terra. — Questa resta — disse. Loy la prese tra le mani callose. — Finché la sappiamo tenere. Guardò l’Aspromonte davanti a sé: Le creste al sole. Le ombre lunghe. Il vento… che parlava senza voce. Non prometteva nulla. Ma non negava nulla. Capì allora che rialzarsi non è tornare dove eri. Ma restare uomo… quando tutto ti spinge a piegarti. E per chi nasce e vive in Aspromonte… rialzarsi con dignità. Con la forza del sangue. Del lavoro. Dell’onore… È l’unico modo degno di rinascere. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #roccafortedelgreco #aspromonte #editoriale #luigipalamara #musicantore ♬ suono originale - Luigi Palamara

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