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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Loy, il venditore di sogni

Loy, il venditore di sogni

Hai scandito il mio tempo senza che me ne accorgessi. Giorno dopo giorno, come un orologio silenzioso, lo hai preso e reso tuo. Ora mi sembra di guardare la mia vita da fuori, come una stanza abitata da altri.

— Ciao — ho detto, con quella voce che si usa quando non si vuole disturbare.
— Ciao — hai risposto tu, Loy, con l’aria di chi sa già tutto.

Sai, mi piacerebbe sognare. L’ho detto così, come si dice una cosa semplice, ma dentro di me pesava come una confessione.

— Davvero? — hai chiesto, senza sorpresa.
— Sì… credo… forse — ho risposto. Perché chi è solo non è mai sicuro nemmeno dei propri desideri.

Mi hai guardata con attenzione, come si osserva un oggetto che potrebbe avere un valore nascosto.
— Che cosa vorresti sognare?

Ho abbassato gli occhi.
— Non essere più sola.

Tu hai annuito piano, come chi riconosce una richiesta comune.
— Capisco.

In quel “capisco” c’era tutta la stanchezza del mondo.
— Mi puoi aiutare? — ho chiesto allora, con una speranza che mi faceva quasi vergogna.

— Vediamo — hai detto, spostando lo sguardo altrove, come se davanti a te ci fosse un catalogo invisibile. — Abbiamo disponibile un sogno in offerta.

— Qualunque cifra — ho detto subito. — Qualunque cosa.

Tu hai sorriso appena, un sorriso che non prometteva nulla.
— Bene. Con questo sogno potrai davvero non essere più sola.

Il cuore mi ha battuto più forte.
— Sì! Qualunque cifra, qualunque cosa!

— Qualunque cosa? — hai insistito, fermandomi con uno sguardo.

— Sì — ho risposto. — Qualunque.

Allora la tua voce si è fatta più grave, come se stessi pronunciando una verità che nessuno vuole ascoltare.
— Per non essere più sola dovrai rinunciare alla felicità.

Sono rimasta in silenzio.
— Come? — ho mormorato.

— Essere felice ti impedisce di stare insieme agli altri — hai spiegato. — La felicità isola. Ti rende diversa. Rinuncia a essa, e non sarai più sola.

Ho sentito un freddo improvviso, come quando si capisce che una strada porta lontano da casa.
— Be’… veramente… — ho esitato. — Che me ne faccio della compagnia senza felicità?

Tu hai sospirato, come un mercante che conosce bene i limiti della sua merce.
— Questo è un altro sogno — hai detto. — E costa parecchio.

Sono rimasta lì, immobile, mentre il tempo tornava a scorrere, lento e indifferente. Ho capito allora che i sogni non si comprano senza perdere qualcosa, e che la solitudine, a volte, è il prezzo di ciò che siamo stati capaci di salvare.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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