Angelina. Una madre, la terra, la voce.
La guardo dormire. In paese si dice che quando una madre dorme, il mondo tenga il fiato sospeso. Angelina dorme come ha vissuto: senza fare rumore.
Fuori, la notte di Roccaforte del Greco è ferma, antica. Le case sembrano ascoltare.
«Mamma, dormi?»
Non risponde. Ma so che mi sente. Le madri sentono anche quando il silenzio è più forte delle parole.
Ricordo quando le chiedevo:
«Mamma, sei stanca?»
E lei, sempre uguale:
«No, figlio mio. Passa.»
Passava tutto, per lei. La fame, la paura, la fatica. Passava perché restassimo noi.
Angelina non parlava di senso della vita. Lo faceva.
Una volta le dissi, con l’aria di chi ha scoperto il mondo:
«Bisogna dare un senso alla vita, mamma.»
Lei sorrise appena, continuando a lavorare.
«Se fai il bene, il senso ti trova da solo.»
Era la sua filosofia. Più antica dei libri, più dura delle idee.
«Avrei voluto darti di più», le dico adesso.
Come se il tempo potesse tornare indietro per educazione.
Lei avrebbe risposto come sempre:
«Mi basta vederti.»
Ecco cosa faceva paura di mia madre: si accontentava di poco perché aveva dato tutto.
Non chiedeva riconoscenza, non voleva parole grandi.
Quando provavo a ringraziarla, mi fermava:
«Le madri non si ringraziano. Si vivono.»
Angelina appartiene alla terra che l’ha cresciuta. Alle donne che hanno imparato a perdere senza smettere di amare.
«Mamma, dammi la tua forza», le sussurro.
E sento che me l’ha già data. Senza dirmelo.
Un giorno le chiesi:
«Hai paura?»
Lei mi guardò sorpresa.
«Paura di cosa?»
«Di restare sola.»
Abbassò gli occhi.
«Finché ci siete voi, io non sono mai sola.»
Ora capisco. Le madri non temono la fine. Temono solo che i figli non imparino a continuare.
Angelina resterà in ogni gesto che farò senza pensarci. In ogni rinuncia che sembrerà naturale. In ogni volta che darò senza aspettarmi niente.
Così vivono le madri: non nella memoria, ma nel modo in cui impariamo a stare al mondo.
«Grazie, mamma bella», dico piano.
Lei non risponde.
Ma il suo volto è sereno.
E questo, per una madre, è già una risposta.
Tuo figlio Luigi
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