Il porto chiuso e la città che finge di non accorgersene.
L'Editoriale di Luigi Palamara
«È chiuso?»
«Chiuso.»
«Da quando?»
L’uomo alza le spalle, guarda il mare senza guardarlo davvero. «Da sempre, ormai.»
A Reggio Calabria le risposte finiscono spesso così: sospese, consumate, come certe strade di campagna dove il silenzio pesa più delle parole. Il porto è lì, davanti a tutti, eppure distante come una promessa non mantenuta. Nessun rumore di passi, nessun via vai. Solo cancelli e cartelli, come se il mare fosse diventato improvvisamente proprietà privata.
Il porto è chiuso ai cittadini. Non per una ragione che qualcuno abbia avuto il coraggio di spiegare fino in fondo, ma per una somma di rinvii, di prudenza, di quella cautela meridionale che spesso maschera l’abbandono. Una situazione che ristagna da tempo, tanto che la città ha smesso di farle domande.
«Ma non dovrebbe essere il cuore?» chiede un ragazzo, seduto su un muretto, indicando l’acqua.
«Il cuore, qui, batte piano» risponde un anziano. «Così non dà fastidio.»
Eppure il porto, in ogni città di mare, è il punto dove le storie arrivano e ripartono. È lavoro, passeggio, identità. Qui è diventato una zona vietata, come se Reggio avesse deciso di voltare le spalle al proprio destino naturale. Non si sa bene perché. O forse lo sanno tutti, ma nessuno parla.
Bisogna capire quali sono i problemi che hanno portato a questa chiusura. Se sono reali, se sono risolvibili. Se qualcuno, da qualche ufficio, se ne sta occupando davvero. Se esiste un progetto che non sia solo una parola buona per i convegni.
«E il futuro?» domanda una donna, fermandosi accanto al cancello.
«Il futuro non entra, senza permesso» le risponde qualcuno, amaro.
Da oggi, almeno, i fari sono puntati. Non per accusare, ma per illuminare. Perché una città che rinuncia al suo porto rinuncia a una parte della propria voce. E Reggio Calabria, che di silenzi ne ha già collezionati troppi, non può permettersi un porto chiuso.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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