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Calabria, cronaca di un’emergenza annunciata.

Calabria, cronaca di un’emergenza annunciata.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Una parola che in Italia arriva sempre dopo: prevenzione. Arriva dopo il fango, dopo l’acqua che si mangia le strade, dopo le case che scivolano verso il mare come bestie ferite. Questa volta è toccato alla Calabria, insieme a Sicilia e Sardegna. E come sempre, lo Stato è arrivato quando il peggio era già successo.

Il Consiglio dei Ministri ha deliberato lo stato di emergenza. Cento milioni di euro, “prima tranche”, li chiamano così, come se il dolore potesse essere diviso in rate. È un gesto necessario, certo. Ma non è un gesto eroico. È il minimo sindacale di una Repubblica che interviene solo quando l’acqua è già entrata nei salotti.

Francesco Cannizzaro, deputato reggino, rivendica – con toni fermi e istituzionali – la presenza dello Stato: il Ministro Musumeci sui luoghi colpiti, i sopralluoghi, il filo diretto con i sindaci, la promessa solenne: non lasceremo solo nessun cittadino. È una frase che in Italia abbiamo sentito troppe volte per non guardarla con sospetto. Non per cattiveria, ma per esperienza.

Perché il Sud non chiede compassione. Chiede serietà. E la serietà si misura prima delle alluvioni, non dopo.

Cannizzaro ha però ragione su un punto che pochi osano dire con franchezza: molti luoghi, specie quelli a ridosso del mare, non torneranno più come prima. Non è pessimismo, è realismo. È la resa dei conti con un territorio violentato per decenni da abusivismo, incuria, piani regolatori trattati come carta straccia. La natura presenta il conto, e non accetta sconti.

Ricostruire “com’era e dov’era” è spesso un atto di vigliaccheria politica, mascherato da nostalgia. La vera sfida – e qui sta il banco di prova di governo e istituzioni – è ricostruire meglio, diversamente, più lontano dal disastro annunciato. Con progettazione, con coraggio, con la capacità di dire qualche no impopolare.

Nel frattempo, però, c’è l’emergenza. Ci sono famiglie che hanno perso tutto, sindaci lasciati a fare da parafulmine tra cittadini disperati e burocrazia lenta. A loro va riconosciuto il lavoro sporco, quello che non finisce nei comunicati stampa. E se davvero esiste una “linea diretta” con Roma, allora che serva a questo: a tagliare tempi, non nastri.

La Calabria è di nuovo sotto i riflettori. Speriamo non sia la solita luce abbagliante che dura il tempo di una dichiarazione. Perché il fango si lava via, sì. Ma l’oblio, quello no. E il Sud, ed in particolare la Calabria, ne è stanco.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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