L’uomo, ultimo testimone del cosmo
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un’idea che spaventa più dell’infinito: che l’infinito ci abiti.
Che l’universo non sia solo sopra di noi, ma dentro di noi. Che le stelle, le galassie, la luce primordiale non siano un altrove remoto, ma una memoria intima, antica, ostinata.
Dire che ognuno di noi è l’universo sembra una bestemmia per i devoti e una sciocchezza per i materialisti. Eppure è forse l’unica affermazione che riesce a tenere insieme scienza e fede senza farle a pezzi.
Noi siamo polvere di stelle, ci dicono gli astrofisici.
Siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, ci dice la fede.
Due frasi che si guardano in cagnesco da secoli e che invece raccontano la stessa vertigine: l’uomo come centro di coscienza, non del cosmo, ma del suo significato.
L’universo, senza qualcuno che lo guardi, è muto.
Esiste, sì. Ma non parla.
Diventa racconto, legge, armonia solo quando una creatura fragile, temporanea, imperfetta prova a capirlo. A misurarlo. A nominarlo. A chiedersi perché.
È qui che l’uomo diventa pericoloso.
Perché non si limita a esistere: interpreta.
E interpretare significa arrogarsi un ruolo che somiglia terribilmente a quello di un creatore.
La nostra origine è una luce. Un’esplosione. Un atto iniziale che la scienza chiama Big Bang e la fede chiama Creazione. Cambia il linguaggio, non la sostanza: da qualcosa è nato tutto. E da quel tutto è nata una coscienza capace di tornare indietro, di studiare le leggi che l’hanno generata.
Non è forse questo il vero mistero?
Non tanto l’universo, ma il fatto che l’universo abbia prodotto qualcuno in grado di interrogarsi su di esso.
L’uomo nasce per conoscere. Non per dominare, come ha creduto con arroganza. Ma per comprendere. E comprendere è già una forma di fede, anche quando si traveste da metodo scientifico.
La fede non è rinuncia alla ragione. È il suo limite dichiarato.
È l’ammissione che, oltre un certo punto, non si misura più: si crede.
Noi siamo l’immagine del creatore, si dice.
Ma forse questo significa una cosa molto più scomoda di quanto sembri: siamo responsabili. Responsabili di ciò che facciamo della creazione, di noi stessi, della nostra coscienza.
Essere “come Dio” non è un privilegio. È un peso.
E continueremo a esserlo fino alla fine dei tempi, qualunque cosa significhi “fine”. Perché il tempo, lo sappiamo, è solo una convenzione umana. L’eternità non ha orologi. Non ha prima né dopo. È un luogo – o forse uno stato – dove il senso non ha più bisogno di spiegazioni.
Lì, se davvero ci sarà un “insieme”, non conteranno le differenze, le ideologie, le guerre di religione combattute in nome di un Dio che, se esiste, deve averle guardate con infinita tristezza.
Forse allora scopriremo che non eravamo Dio.
Ma nemmeno solo polvere.
Eravamo coscienza in cammino, chiamata a guardare l’universo e a restituirgli, almeno una volta, uno sguardo consapevole.
Ed è già abbastanza per chiamarlo mistero.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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