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Calabria, quando la politica resta senza popolo e l’alternanza prende il posto dell’alternativa

Calabria, quando la politica resta senza popolo e l’alternanza prende il posto dell’alternativa
Editoriale di Luigi Palamara

A Lamezia, il 2 gennaio 2026, la sala era piena. Ma non era piena di popolo.
Era piena di parole, di ragionamenti, di memoria politica. Piena di chi ancora sente il dovere di capire, di spiegare, di resistere. Ma non di chi dovrebbe raccogliere il testimone. Le sedie occupate erano quelle di sempre: volti noti, storie lunghe, esperienza accumulata negli anni. Fuori, intanto, la città continuava a vivere come se nulla stesse accadendo. Il traffico, i bar, i telefoni accesi. Un ragazzo si fermò davanti all’ingresso, lesse il manifesto dell’assemblea, fece un mezzo sorriso e tirò dritto. Non per distrazione. Per convinzione.

«Non entrano più», mi disse un uomo seduto accanto a me.
«Chi?»
«I giovani. E neppure i cittadini comuni. Non credono più che qui dentro cambi qualcosa».

Era una constatazione, non un’accusa. E forse avevano ragione loro, più di quanto fossimo disposti ad ammettere.

Dentro, però, si parlava con lucidità rara.
Gli interventi di Enzo Bruno, Enzo Damiano, Salvatore Zoccali, Francesca Straticò, Sandro Principe, Agazio Loiero, Franco Ambrogio, Salvatore Perugini, Nino Gemelli, Franco Petramala hanno composto una diagnosi severa, coerente, documentata. Nessuna indulgenza, nessuna retorica salvifica. La Calabria sta diventando una grande Area Interna non per vocazione geografica, ma per abbandono politico. Un territorio che si svuota, che invecchia, che perde densità civile prima ancora che demografica. Un luogo dove il silenzio avanza più in fretta delle strade.

Qualcuno disse: «Siamo di meno».
Lo disse quasi come una consolazione, come se la riduzione numerica potesse rendere più semplice il governo.
Un altro rispose secco: «Essere di meno non ci salva. Ci espone».
Aveva ragione. Quando una comunità si assottiglia, il potere non si distribuisce: si concentra.

«Qui comandano in pochi», mormorò un sindaco in prima fila.
«E nessuno li controlla più», aggiunse qualcuno alle sue spalle.

I commissariamenti, nati come strumento straordinario, sono diventati normalità.
E la normalità, in Calabria, ha assunto la forma dell’oligarchia. Un potere che si presenta come rassicurante, decisionista, efficiente, ma che in realtà è diventato un “cerchio magico”: pochi decidono, molti subiscono, nessuno controlla. È un potere che non ama il conflitto democratico, perché il conflitto rallenta. Preferisce l’obbedienza silenziosa, l’emergenza permanente, la scorciatoia amministrativa.

La partecipazione si spegne.
Le maggioranze diventano inutili, perché non decidono. Le minoranze diventano evanescenti, perché non incidono. Il cittadino smette di bussare. Non perché non abbia bisogno, ma perché sa che non aprirà nessuno.

«Io non voto più», mi disse una donna all’uscita.
«Perché?»
«Perché uno vale l’altro. Prima comandano questi, poi quegli altri. Ma la mia vita non cambia».

Eccola, la ferita centrale.
In Calabria l’alternativa politica non esiste più: è stata sostituita dall’alternanza. Un avvicendamento senza differenze sostanziali. Cambiano i nomi, non il metodo. Cambiano le sigle, non i risultati. Questa percezione dura da oltre vent’anni ed è diventata senso comune. Quando anche l’opposizione è vista come parte dello stesso gioco, la democrazia entra in apnea. Non muore di colpo: si consuma lentamente, nell’indifferenza.

Nel frattempo si muore davvero.
Si muore per patologie che altrove si curano. La sanità calabrese non è solo inefficiente: è ingiusta. «A mia sorella hanno detto di aspettare», raccontò un uomo. Aspettare cosa? La malattia non aspetta. E lo Stato, quando non cura, tradisce il suo primo dovere.

I giovani continuano a partire.
Non per mancanza di amore verso la loro terra, ma per mancanza di prospettive. Le università calabresi formano competenze nuove, preparano ai mestieri del futuro, ma il territorio non le assorbe. Non c’è un progetto che le trattenga. Partono i figli, poi partono i genitori. Intere famiglie si sradicano per restare unite. È un’emigrazione che non impoverisce solo il futuro, ma anche il presente, lasciando vuoti affettivi e professionali difficili da colmare.

Sono passati decenni dal fallimento del mito dell’industrializzazione degli anni Settanta.
Da allora, nessun progetto di sviluppo degno di questo nome. Le istituzioni navigano a vista, inseguendo bandi, emergenze, annunci. Producono parole invece di politiche. E quando la politica parla troppo e costruisce poco, cresce il disincanto, cresce l’idea che partecipare sia inutile.

La sinistra non ha saputo leggere il tempo.
La destra governa senza un’idea di società, limitandosi alla gestione del potere. Eppure non è sempre stato così. Il Mezzogiorno e la Calabria hanno conosciuto stagioni migliori, quando esisteva una cultura riformista larga, capace di mediazione e visione. Fu il tempo delle intese alte: cattolici democratici, socialisti, laici, repubblicani. Da lì nacquero riforme che cambiarono il Paese: lo Statuto dei Lavoratori, la sanità pubblica, i diritti civili, l’Europa politica.

«Allora si discuteva davvero», disse un vecchio amministratore.
«E oggi?»
«Oggi si comunica. Lo si fa sui social. Manca il contatto diretto. Il confronto nelle segreterie spoglie ma piene di gente. La narrazione dura lo spazio di un like o di una faccina».

L’Europa, emersa più volte nel dibattito, non va demolita ma rinnovata.
Perché senza Europa tornano le guerre, le paure, le chiusure identitarie. E una Calabria fragile è sempre la prima a pagarne il prezzo, schiacciata tra periferia geografica e marginalità politica.

Da Lamezia è emersa una proposta chiara: costruire una vasta Area Riformista e Progressista.
Non un partito in più, ma una casa comune. Aperta, plurale, inclusiva. Un luogo dove la partecipazione torni a contare davvero. Dove associazioni, movimenti, energie civiche possano incidere. In opposizione alla deriva presidenzialista che personalizza il potere e svuota i territori, trasformando le elezioni in riti senza popolo.

«Qui votiamo, ma non scegliamo», disse una studentessa, una delle poche giovani presenti.
La legge elettorale designa più di quanto rappresenti. I parlamentari rispondono ai centri decisionali, non alle comunità. E il Mezzogiorno resta senza voce proprio mentre arrivano sfide decisive: l’intelligenza artificiale, il lavoro che cambia, la necessità di una vera rappresentanza femminile e giovanile.

Lo Stato deve tornare a governare il mercato.
Non subirlo. L’IA non può essere lasciata a se stessa. Senza regole diventa disuguaglianza, senza politica diventa dominio.

Servono nuove regole etiche.
Per tutti. Senza magisteri, ma con responsabilità. La magistratura va difesa come presidio di libertà e riformata senza essere delegittimata, resa più vicina ai cittadini deboli, più rapida, più comprensibile.

Qualcuno ricordò Cosenza e Rende.
Dove una vasta area riformista ha saputo unirsi, ha vinto la politica del progresso. È la dimostrazione che un’altra strada è possibile, se si ha il coraggio di percorrerla insieme.

Ma ora non basta più diagnosticare.
Serve la terapia. Istituzionalizzare l’assemblea. Trasformarla in presidio permanente. Sostenere chi, nelle istituzioni, ha resistito in solitudine al potere incontrollato. Offrire non solo analisi, ma strumenti, programmi, scelte verificabili.

Uscendo, ripensai al ragazzo che non era entrato.
La politica deve tornare a parlare a lui. Non per convincerlo, ma per meritarselo. Perché una Calabria senza cittadini è una terra amministrata, non governata. E una democrazia senza popolo non è una democrazia: è solo una scena vuota che, prima o poi, qualcun altro occuperà.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

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