@luigi.palamara Da Polìstena a Locri, parlando di salute e di attesa. L'Editoriale di Luigi Palamara A Polìstena il mattino ha un silenzio particolare. Non è pace, è sospensione. «Dicono che oggi l’ambulanza c’è.» «E domani?» «Domani si vedrà.» Due uomini parlano seduti su una panchina davanti all’ospedale. Uno ha il cappello in mano, l’altro guarda l’ingresso come si guarda una chiesa chiusa. «Mio fratello l’hanno portato a Reggio.» «Perché?» «Perché qui mancava l’anestesista.» La parola cade come una pietra. Nessuno la raccoglie. In Calabria le parole pesanti restano a terra. «Una volta — dice il più anziano — l’ospedale era una sicurezza. Non guarivano tutti, ma almeno ci provavano.» «Ora provano a trasferirti.» Passa un’ambulanza senza sirena. Non corre. Sembra chiedere permesso. «Quando si ferma la rianimazione,» continua l’uomo, «è come quando si spegne il fuoco in casa. Restano i muri, ma non ci vivi più.» La strada verso Locri è lunga e uguale a se stessa. Ulivi, curve, paesi che si assomigliano come fratelli stanchi. A metà strada una donna aspetta alla fermata dell’autobus. «Dove va?» «A Locri. Mio padre deve fare un controllo.» «Qui non lo fanno?» «Qui non c’è più chi lo fa.» Sorride, ma è un sorriso educato, di quelli che non chiedono niente. «Dicevano che la sanità era un diritto.» «Lo è.» «Allora perché bisogna spostarsi come per andare a lavorare fuori?» Nessuno risponde. La risposta non è pronta. Non lo è da anni. A Locri, davanti all’ospedale, la gente parla a bassa voce. Non per rispetto, ma per abitudine. Qui le proteste non fanno rumore: si accumulano. «Hanno sospeso di nuovo.» «Che cosa?» «Un altro servizio.» Un ragazzo ascolta. Ha trent’anni, è infermiere. «Io resto,» dice. «Ma non so per quanto.» «Perché?» «Perché lavoriamo in pochi. Sempre gli stessi. Sempre di più.» Un uomo lo guarda con gratitudine, come si guarda chi resta quando tutti partono. «Figlio mio,» gli dice, «non ce l’abbiamo con voi. Ce l’abbiamo con chi vi lascia soli.» Davanti al pronto soccorso un’ambulanza è ferma. Dentro, un paziente aspetta. «Quanto ancora?» «Finché si libera un posto.» «E se non si libera?» «Si va altrove.» “Altrove” è una parola che in Calabria ha fatto carriera. È diventata soluzione, destino, condanna. Un vecchio, appoggiato al bastone, parla piano: «Una volta si moriva per destino. Ora si muore per distanza.» Nessuno lo contraddice. Tra Polìstena e Locri non c’è solo una strada. C’è un filo invisibile fatto di attese, di trasferimenti, di ambulanze che partono e di reparti che chiudono. È la stessa Calabria: non rassegnata, ma stanca; non silenziosa, ma ascoltata male. Qui la sanità non è una statistica. È un viaggio. E ogni viaggio, quando riguarda la vita, dovrebbe avere una sola direzione: verso casa, non lontano da essa. Ma finché da Polìstena a Locri si continuerà a parlare di salute come di una fortuna, vorrà dire che qualcosa, nel profondo, si è rotto. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
♬ suono originale - Luigi Palamara
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.