Forza Italia, quando tutti negano il problema c'è.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Forza Italia discute di sé stessa come fanno i partiti quando non sanno più bene chi sono. Si riuniscono, si parlano, si rassicurano. Dicono che va tutto bene. Ed è proprio lì che bisognerebbe preoccuparsi.
Un’ora e mezza di colloquio tra Marina Berlusconi e Roberto Occhiuto non è una notizia. È un sintomo. La notizia nasce dopo, quando tutti si affrettano a dire che non c’è alcuna notizia. Nessuna contrapposizione, nessuna questione, nessun problema. Il lessico classico delle stagioni incerte.
Occhiuto esce dalla residenza milanese con la formula più consumata della politica italiana: “incontro interessante e costruttivo”. È la frase che si usa quando non si vuole dire nulla ma si desidera far sapere che qualcosa è stato detto. E infatti qualcosa deve essere stato detto, se poche ore dopo Antonio Tajani si sente costretto a precisare che “non esiste una questione Occhiuto”. Nei partiti tranquilli non si nega ciò che non esiste.
Forza Italia è rimasta orfana di Silvio Berlusconi, ma non ancora adulta. Vive una strana condizione: è il partito del fondatore assente e della famiglia presente, della leadership proclamata e della legittimazione cercata. Marina Berlusconi non fa politica, si dice. Ed è vero. Ma come accade nelle dinastie, anche il silenzio pesa più delle parole.
Tajani governa, tiene insieme, media. È il suo mestiere. Ma mentre parla di partito “aperto”, l’aria che circola è quella di una casa dove si cammina in punta di piedi. L’obiettivo del 20% è ambizioso, quasi eroico, e per questo rivelatore: si punta in alto quando non si è certi delle fondamenta.
La “spinta liberale” evocata da Occhiuto somiglia più a una nostalgia che a un progetto. Il liberalismo, in Italia, è sempre stato una promessa rinviata, una bandiera agitata quando serve distinguersi senza rompere davvero. E forse è proprio questo il nodo: Forza Italia vuole rinnovarsi senza cambiare, rassicurare senza scegliere, crescere senza dividersi. Una quadratura del cerchio che la politica raramente concede.
Intanto si litiga sulla Consob, si smentiscono accordi, si alzano i toni con la Lega. Anche qui, nulla di nuovo. Ma è nei dettagli che si misura la forza di un partito: nella capacità di imporre autorevolezza senza alzare la voce, di contare senza spiegarsi.
Forza Italia cerca di essere la “casa degli orfani” del centro. Ma gli orfani, si sa, cercano prima di tutto una guida. Non un condominio ben amministrato, bensì un’identità riconoscibile. Silvio Berlusconi l’aveva, nel bene e nel male. Oggi resta il bene amministrato e manca il male necessario: il conflitto vero, la scelta netta, il rischio.
Il partito si prepara a commemorare anniversari, messaggi storici, discese in campo. È giusto. Ma la storia non si eredita, si rinnova. E nessun partito sopravvive a lungo vivendo solo del proprio passato, anche quando quel passato si chiamava “il Paese che amo”.
Forza Italia, oggi, non è in crisi. È in attesa. E l’attesa, in politica, è spesso la forma più elegante dell’indecisione.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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Bravo
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