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L'ipocrisia in giacca e cravatta.

L'ipocrisia in giacca e cravatta. 
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un’ipocrisia che non fa rumore. Non urla nelle piazze, non sporca le mani. Indossa la giacca e la cravatta, frequenta salotti rispettabili, si presenta come “persona per bene”. Ed è proprio questa la sua forza: sembrare normale mentre fa danni.

Sono quelli che dicono una cosa e ne praticano un’altra. Parlano di legalità mentre schiacciano il prossimo. Pronunciano la parola “libertà” come fosse un ornamento, salvo poi umiliarla quando non serve più ai loro interessi. Amano i monologhi, perché il dialogo presuppone confronto, e il confronto smaschera.

Ci vuole una "faccia di mpigna", diciamolo senza ipocrisie. Un cinismo solido, allenato, impermeabile al pudore. Quel tipo di cinismo che non prova vergogna nemmeno davanti allo specchio. E che, in un Paese sano, meriterebbe non applausi ma sanzioni morali severe. Perché il danno che produce non è solo economico: è civile.

Questi personaggi non sbagliano: calcolano. Non inciampano: avanzano. E mentre avanzano si arricchiscono sulle spalle della città, svuotano le istituzioni dall’interno, consumano fiducia come fosse una risorsa rinnovabile. Non lo è. Una città può sopravvivere alla povertà, ma non alla menzogna sistematica.

Certo, il tempo — quel vecchio cronista che non firma articoli ma non sbaglia mai — finirà per raccontare la vera storia. Lo fa sempre. Smaschera i perbenisti di cartone, restituisce alle parole il loro peso, rimette i fatti davanti alle facce. Ma il tempo arriva dopo. E nel frattempo il danno resta.

“Nu poveru rinesciutu”, lo chiamano. Uno che, sentendosi improvvisamente sulle corna della luna, scambia il successo per superiorità morale e la furbizia per intelligenza. È questa la figura più pericolosa: non il delinquente dichiarato, ma il rispettabile senza scrupoli. Quello che non ruba in strada, ma in ufficio. Non minaccia, ma decide. Non alza la voce, ma firma.

Ecco chi fa davvero male alla città.
Non chi protesta, non chi sbaglia apertamente, non chi cade.
Ma chi recita la virtù mentre consuma tutto ciò che tocca.

Ed è contro questa ipocrisia elegante, ben pettinata e ben introdotta, che una comunità dovrebbe trovare il coraggio di ribellarsi. Non con slogan, ma con memoria. Non con rabbia, ma con verità. Perché alla fine, come sempre, la maschera cade. E quello che resta, raramente, è bello da vedere.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

Riferimenti a fatti o a persone realmente esistiti è  puramente casuale.

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