I Kalavria. Cinquant’anni dopo, senza clamore.
L' Editoriale di Luigi Palamara
A Pellaro il mare non fa rumore quando decide di farsi ascoltare. Sta lì, come certe storie che non hanno fretta. È da questo tratto di costa, nel 1976, che comincia la vicenda dei Kalavrìa. Non con un manifesto, non con un’ambizione dichiarata, ma con canzoni dette a bassa voce, come si fa tra persone che si conoscono.
Allora la Calabria era ancora un luogo che si lasciava raccontare dagli altri. I suoi figli partivano, chi restava imparava a tacere. I Kalavrìa, invece, scelsero di cantare. Non per ribellione, ma per necessità. Come chi parla per non perdere la memoria di sé.
Nino Stellittano era uno di quelli che sapevano ascoltare prima di parlare. Le sue canzoni nascevano da gesti semplici: il lavoro delle mani, le parole dei padri, il silenzio delle madri. Non cercava il colore locale, ma la verità quotidiana. E la verità, in Calabria, non è mai rumorosa.
Col tempo i suoni cambiarono. Alle chitarre si affiancarono strumenti antichi, poi ritmi nuovi, influenze lontane. Funk, rock, progressive. Ma sotto, come una radice che non si vede, restava la lingua. Restava il passo lento della civiltà contadina, quella che non corre e non si lamenta. Quella che resiste.
I Kalavrìa andarono lontano. Sanremo, i palchi nazionali, le tournée, gli incontri con il teatro e con Gigi Miseferi. Eppure non se ne andarono mai davvero. Tornavano sempre a Pellaro, come si torna a casa per capire se si è rimasti fedeli a ciò che si era promesso senza dirlo.
Ora sono passati cinquant’anni. Un tempo che per molti diventa nostalgia, per loro diventa responsabilità. Non una celebrazione, ma un gesto. Il 30 gennaio 2026, al Dopolavoro Ferroviario, lo spettacolo “Cu non voli mi sciorba” sarà un incontro prima ancora che un concerto. Le libere offerte andranno all’Hospice di Reggio Calabria, perché aiutare qualcuno è un modo per ricordarsi chi si è.
Non ci saranno proclami. Non ce n’è bisogno.
Chi conosce questa terra sa che la solidarietà non si annuncia: si pratica. Come la musica, quando è vera.
I Kalavrìa, dopo mezzo secolo, non raccontano una carriera. Raccontano un modo di stare al mondo. E mentre il mare di Pellaro continua a guardare, senza applaudire, la loro storia resta lì: semplice, ostinata, necessaria.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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