Il tempo sul crinale: dialoghi d’ombra nell’Aspromonte
L'editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nella vita degli uomini, in cui il tempo smette di essere una strada e diventa un crinale. Da una parte ciò che è stato, dall’altra un silenzio che non promette nulla. Qui non arrivano gli slogan, non passano i venditori di speranza. Qui si arriva soli, come si arriva in certi paesi dell’Aspromonte quando la sera scende all’improvviso e le ombre si allungano prima dei pensieri.
Lo capii una sera, seduto su una pietra davanti a una casa di fango e calce, mentre il vento portava l’odore dei castagni.
«A un certo punto», disse il vecchio Loy, guardando il profilo scuro delle montagne, «non conti più i giorni che vengono, ma quelli che se ne sono andati».
«E questo ti rende triste?» gli chiesi.
Scosse la testa. «No. Ti rende sveglio. La tristezza è per chi dorme».
Qui, nel cuore aspro della Calabria, nessuno ha mai creduto davvero alla favola del “vivere il presente”. La gente di montagna sa che il presente è un passaggio stretto, come un sentiero tra due dirupi. Si cammina, si guarda dove si mettono i piedi, e si va avanti senza raccontarsela.
«I giovani parlano di progetti», disse ancora Loy. «Noi, quando arriva una certa età, impariamo a fare i conti con quello che manca».
«E i sogni?»
«I sogni non muoiono», rispose. «Cambiano voce. Non gridano più, sussurrano».
C’è una solitudine che non ha nulla a che fare con l’assenza degli altri. È la solitudine di chi vede l’inverno arrivare e non ha voglia di fingersi primavera. In paese ti ascoltano, fanno cenno di capire, poi distolgono lo sguardo. Non per cattiveria: per paura. Perché la lucidità è contagiosa, e non tutti vogliono ammalarsi di verità.
Una donna anziana, seduta sull’uscio, intervenne senza guardarci:
«La fine non spaventa. Spaventa parlarne. Perché chi ne parla costringe gli altri a smettere di mentire».
Poi tacque, come se avesse detto fin troppo.
In queste montagne si è sempre saputo che ogni tramonto accorcia la strada. Non è un dono, è una misura. E non c’è disperazione in questo, solo una dignità severa. La stessa di chi cammina fino all’ultimo tratto senza chiedere scorciatoie.
Forse è questo il destino di chi guarda la realtà senza veli: restare solo, ma restare in piedi. Come un albero d’Aspromonte, che il vento piega ma non convince. E mentre il mondo, laggiù in pianura, continua a cantarsi addosso, qui si ascolta il silenzio. Perché è l’unico che non mente.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
#editoriale #luigipalamara #aspromonte
@luigi.palamara Il tempo sul crinale: dialoghi d’ombra nell’Aspromonte L'editoriale di Luigi Palamara Arriva un momento, nella vita degli uomini, in cui il tempo smette di essere una strada e diventa un crinale. Da una parte ciò che è stato, dall’altra un silenzio che non promette nulla. Qui non arrivano gli slogan, non passano i venditori di speranza. Qui si arriva soli, come si arriva in certi paesi dell’Aspromonte quando la sera scende all’improvviso e le ombre si allungano prima dei pensieri. Lo capii una sera, seduto su una pietra davanti a una casa di fango e calce, mentre il vento portava l’odore dei castagni. «A un certo punto», disse il vecchio Loy, guardando il profilo scuro delle montagne, «non conti più i giorni che vengono, ma quelli che se ne sono andati». «E questo ti rende triste?» gli chiesi. Scosse la testa. «No. Ti rende sveglio. La tristezza è per chi dorme». Qui, nel cuore aspro della Calabria, nessuno ha mai creduto davvero alla favola del “vivere il presente”. La gente di montagna sa che il presente è un passaggio stretto, come un sentiero tra due dirupi. Si cammina, si guarda dove si mettono i piedi, e si va avanti senza raccontarsela. «I giovani parlano di progetti», disse ancora Loy. «Noi, quando arriva una certa età, impariamo a fare i conti con quello che manca». «E i sogni?» «I sogni non muoiono», rispose. «Cambiano voce. Non gridano più, sussurrano». C’è una solitudine che non ha nulla a che fare con l’assenza degli altri. È la solitudine di chi vede l’inverno arrivare e non ha voglia di fingersi primavera. In paese ti ascoltano, fanno cenno di capire, poi distolgono lo sguardo. Non per cattiveria: per paura. Perché la lucidità è contagiosa, e non tutti vogliono ammalarsi di verità. Una donna anziana, seduta sull’uscio, intervenne senza guardarci: «La fine non spaventa. Spaventa parlarne. Perché chi ne parla costringe gli altri a smettere di mentire». Poi tacque, come se avesse detto fin troppo. In queste montagne si è sempre saputo che ogni tramonto accorcia la strada. Non è un dono, è una misura. E non c’è disperazione in questo, solo una dignità severa. La stessa di chi cammina fino all’ultimo tratto senza chiedere scorciatoie. Forse è questo il destino di chi guarda la realtà senza veli: restare solo, ma restare in piedi. Come un albero d’Aspromonte, che il vento piega ma non convince. E mentre il mondo, laggiù in pianura, continua a cantarsi addosso, qui si ascolta il silenzio. Perché è l’unico che non mente. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #editoriale #luigipalamara #aspromonte ♬ suono originale - Luigi Palamara
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