La pioggia, i padri e il dovere di restare uomini
L'Editoriale di Luigi Palamara
Piove sulla città come pioveva un tempo sui campi, quando la terra capiva il linguaggio dell’attesa. Oggi la pioggia cade sull’asfalto e non sembra più chiedere nulla. Scivola via, come scivola via la fiducia, come scivola via la memoria. Eppure, in quel vento leggero che accompagna l’acqua, c’è ancora un respiro: il segno che non siamo del tutto spenti.
Viviamo in un tempo che ha perso il senso della misura. Le parole sono diventate rumorose e i gesti vuoti. Le emozioni, che dovrebbero essere la radice dell’agire umano, vengono manipolate da chi non le conosce e non le rispetta. Governa non chi sa, ma chi occupa. E occupare non significa costruire.
Le Istituzioni, nate per custodire, oggi sembrano difendersi dai cittadini. Non chiedono più fiducia, la pretendono. Ma la fiducia non si impone: si merita. Quando la legge smette di essere uguale per tutti, non educa più, punisce soltanto. E chi punisce senza giustizia prepara la disobbedienza morale, prima ancora di quella civile.
C’è stata un’Italia che conosceva il valore del sacrificio. Un’Italia fatta di padri e madri che non parlavano di diritti, ma di doveri. Hanno lavorato la terra, le fabbriche, le strade, lasciando ai figli non ricchezza, ma possibilità. Quell’eredità non è stata rubata: è stata amministrata male. E nulla è più grave di un patrimonio morale dissipato.
Oggi camminiamo convinti di essere liberi, ma ci muoviamo dentro confini invisibili. Abbiamo rinunciato alla profondità per la velocità, al pensiero per l’opinione. Anche la famiglia, un tempo luogo di silenzi fecondi, è diventata teatro di apparenze. Ci parliamo senza ascoltarci, ci guardiamo senza vederci.
La sofferenza, che rendeva gli uomini simili, viene ora usata per dividerli. Ci mettono gli uni contro gli altri, come se il dolore avesse una colpa e un volto. È la strategia di chi teme la coscienza collettiva: separare per governare.
Eppure, sotto questa pioggia, resta qualcosa che non si piega. La dignità. Quella silenziosa, che non chiede applausi. La dignità di chi sa che nascere prigionieri può essere destino, ma diventare schiavi è una scelta imposta solo a chi smette di ricordare.
Vogliamo restare uomini.
Liberi di lavorare senza umiliazione.
Liberi di amare senza paura.
Liberi di sbagliare senza essere cancellati.
Liberi di sognare senza essere derisi.
Perché una società muore davvero solo quando smette di riconoscere il valore dell’uomo comune. E noi, uomini comuni, abbiamo ancora il dovere più antico: non tradire ciò che ci è stato consegnato.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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