Le promesse servono a chi?
Ovvero: l’arte antica di annunciare, senza mai rispondere
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nella vita pubblica di una regione, in cui le promesse smettono di essere speranze e diventano un insulto. È il momento in cui chi governa confonde l’elenco dei desideri con il bilancio della realtà, e scambia i social network per una sede istituzionale. Roberto Occhiuto ci offre, con le sue “dieci cose belle che accadranno in Calabria nel 2026”, un saggio perfetto di questa degenerazione.
Dieci cose. Belle. Accadranno. Verbo al futuro, che in Calabria è il tempo più abusato e meno frequentato.
L’annuncio è confezionato come una letterina a Babbo Natale, ma firmata da un presidente di Regione. Aeroporti scintillanti, hangar fiammanti, Ryanair che atterra come un messia low cost, medici stranieri che arrivano a tappare falle strutturali, ospedali che “vedranno la luce”, strade che “avvieranno i lavori”. Tutto vedrà, tutto partirà, tutto inizierà. Nulla, guarda caso, è.
Qui non siamo di fronte a un progetto politico: siamo davanti a un esercizio di retorica. Il “governo dei gerundi”, la “menzogna vestita da entusiasmo”. Perché la domanda vera non è cosa accadrà, ma perché non è già accaduto.
Prendiamo la sanità. Uscita dal commissariamento “nel 2026”. Come se fosse un evento naturale, una cometa che passa quando vuole, non il risultato di scelte, responsabilità, fallimenti accumulati. E nel frattempo? Nel frattempo si governa con i medici importati come tappi di emergenza, senza una parola su perché i medici calabresi scappano, su perché i reparti chiudono, su perché curarsi resta una lotteria geografica. Questa non è programmazione: è amministrazione del declino con sorriso incorporato.
Il reddito di merito per i giovani? Cinquecento euro. Una mancia travestita da strategia, un cerotto su una frattura esistenziale. I giovani non se ne vanno per mancanza di elemosine regionali: se ne vanno per mancanza di lavoro vero, di università competitive, di un ecosistema che non li tratti come ospiti temporanei. Promettere loro 500 euro per “restare” è come promettere una coperta a chi sta affogando.
E poi le infrastrutture: la Ss106, eterna incompiuta elevata a simbolo nazionale dell’attesa. “Avvio dei lavori”. Ancora. Sempre. Da decenni. In Calabria i lavori non finiscono mai, ma gli annunci sì: si rinnovano puntualmente, come i calendari.
Il punto, Presidente Occhiuto, non è se queste cose siano auspicabili. Lo sono. Il punto è un altro: a chi servono queste promesse?
Non ai cittadini, che vivono di presente. Non ai malati, che non possono aspettare il 2026. Non ai giovani, che fanno le valigie oggi. Servono a chi governa per guadagnare tempo, consenso, narrazione. Servono a spostare l’attenzione dalla domanda più scomoda di tutte: che cosa avete fatto finora?
“Ed è solo l’inizio”, promette il governatore.
No, Presidente. È proprio questo il problema: per la Calabria è sempre l’inizio. Mai il bilancio. Mai il conto. Mai la responsabilità.
La politica non è l’arte di elencare sogni, ma il dovere di rendere conto dei fatti. E quando i fatti mancano, le promesse non sono speranza: sono rumore. E il rumore, in una terra stanca di aspettare, non entusiasma più. Indigna.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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