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L’IMPERIALISMO MAFIOSO di Trump e la fine della favola americana.

L’IMPERIALISMO MAFIOSO di Trump e la fine della favola americana.
Editoriale di Luigi Palamara
Per decenni l’America ha fatto l’impero fingendo di non farlo. Bombardava parlando di democrazia, rovesciava governi in nome dei diritti umani, occupava territori chiamandole missioni di pace. Era un imperialismo ipocrita, ma elegante. Oggi, con Donald Trump, l’eleganza è finita. Resta solo l’impero. Nudo. E per questo più pericoloso.

Sull’Aspromonte, quando cala il sole e il vento scende dalle fiumare, la gente parla piano. Le parole devono durare, non fare rumore.

Quando uno smette di spiegarti perché entra in casa tua, disse un vecchio guardando le montagne,
vuol dire che non ti considera più padrone nemmeno della porta.

Definire quello di Trump imperialismo mafioso non è una provocazione giornalistica, ma una constatazione politica. Non si seduce più, si minaccia. Non si convince più, si ricatta. Non si esporta più un modello, si pretende obbedienza. È il linguaggio del pizzo applicato alle relazioni internazionali: o stai con me o paghi.

Sotto un castagno secolare, due pastori parlavano senza guardarsi:
Prima venivano col sorriso, disse il più giovane.
Ora vengono col conto, rispose l’altro. E il conto non lo puoi discutere.

Il Venezuela ne è l’esempio più recente. Non è stato aggredito per Maduro, per il socialismo o per il chavismo. È stato aggredito perché sovrano, ricco, non allineato. Le accuse di brogli elettorali restano sospetti mai dimostrati in modo definitivo. Ma anche se fossero veri, nessun principio di diritto internazionale giustifica l’aggressione a uno Stato sovrano.

Un ragazzo, salendo verso un vecchio casolare abbandonato, chiese:
Perché proprio loro?
Un uomo anziano si fermò, poggiò il bastone a terra e disse:
Perché avevano qualcosa da prendere. E perché erano lontani da chi poteva difenderli.

Qui cade l’ultima maschera morale dell’Occidente. Gli Stati Uniti non hanno più alcuna autorità per fare la morale a nessuno, soprattutto mentre sostengono uno Stato che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo. Questo non è antiamericanismo. È realismo storico.

Davanti a una casa di pietra, una donna disse piano:
Chi parla sempre di giustizia, spesso la usa solo per sé.

Trump non è un incidente di percorso. È il prodotto finale di un impero che non accetta il proprio declino. Era stato eletto come isolazionista e si è rivelato più interventista dei neocon. Aveva persino chiesto il Nobel per la pace, mentre alimentava conflitti.

Dice che è costretto, mormorò qualcuno vicino al fuoco.
Chi è davvero costretto non ha il tempo di vantarsene, rispose un altro.

Il vero nemico di Trump non è la Russia, non è la Cina. È il multipolarismo. L’idea che il mondo non abbia più un solo padrone. Ed è qui che il paradosso dei nostri tempi diventa evidente: la Cina, demonizzata per decenni, appare oggi più prudente, più razionale, perfino più responsabile.

Un muratore, seduto sul muretto a secco, osservando il cielo disse:
Quelli non gridano. Ma intanto mettono le pietre una sopra l’altra.
E alla fine la casa resta in piedi, concluse l’altro.

E l’Italia? L’Italia sceglie il ruolo peggiore: quello del vassallo. Un Paese che ha avuto una storia politica autonoma oggi abbassa la testa per non disturbare il padrone. Non per interesse nazionale, ma per paura.

Sull’Aspromonte, la paura ha sempre avuto un nome: silenzio.
Quando non parli più, disse un uomo, è perché hai già obbedito.

C’è chi sostiene che queste siano questioni lontane dalla vita quotidiana. È falso. La geopolitica arriva negli ospedali che chiudono, nelle strade che crollano, nelle città del Sud come Reggio Calabria.

Una donna, aspettando un autobus che non arrivava, disse:
Per le cose che servono a vivere non ci sono mai soldi.
Poi tacque un attimo e aggiunse:
Per quelle che servono a morire, sì.

Quando un impero declina, diventa più violento. Quando diventa più violento, perde definitivamente la sua legittimità. L’America di Trump è arrivata a questo punto. Non finge più. Non chiede più scusa. Oggi è toccato al Venezuela domani sarà la Groenlandia.

Forse è questa l’unica luce nel buio: la fine dell’ipocrisia. Perché solo quando il potere si mostra per ciò che è, i popoli possono finalmente riconoscerlo.

Un vecchio, guardando la montagna al tramonto, disse:
La libertà non chiede permesso. Si difende.

E allora una frase che sembrava sepolta nella storia torna attuale. Non come insulto, ma come richiesta di rispetto:

Yankee go home.

Lasciate in pace i popoli sovrani.

Luigi Palamara
Giornalista e artista aspromontano
@luigi.palamara

L’IMPERIALISMO MAFIOSO di Trump e la fine della favola americana. Editoriale di Luigi Palamara Per decenni l’America ha fatto l’impero fingendo di non farlo. Bombardava parlando di democrazia, rovesciava governi in nome dei diritti umani, occupava territori chiamandole missioni di pace. Era un imperialismo ipocrita, ma elegante. Oggi, con Donald Trump, l’eleganza è finita. Resta solo l’impero. Nudo. E per questo più pericoloso. Sull’Aspromonte, quando cala il sole e il vento scende dalle fiumare, la gente parla piano. Le parole devono durare, non fare rumore. — Quando uno smette di spiegarti perché entra in casa tua, disse un vecchio guardando le montagne, — vuol dire che non ti considera più padrone nemmeno della porta. Definire quello di Trump imperialismo mafioso non è una provocazione giornalistica, ma una constatazione politica. Non si seduce più, si minaccia. Non si convince più, si ricatta. Non si esporta più un modello, si pretende obbedienza. È il linguaggio del pizzo applicato alle relazioni internazionali: o stai con me o paghi. Sotto un castagno secolare, due pastori parlavano senza guardarsi: — Prima venivano col sorriso, disse il più giovane. — Ora vengono col conto, rispose l’altro. E il conto non lo puoi discutere. Il Venezuela ne è l’esempio più recente. Non è stato aggredito per Maduro, per il socialismo o per il chavismo. È stato aggredito perché sovrano, ricco, non allineato. Le accuse di brogli elettorali restano sospetti mai dimostrati in modo definitivo. Ma anche se fossero veri, nessun principio di diritto internazionale giustifica l’aggressione a uno Stato sovrano. Un ragazzo, salendo verso un vecchio casolare abbandonato, chiese: — Perché proprio loro? Un uomo anziano si fermò, poggiò il bastone a terra e disse: — Perché avevano qualcosa da prendere. E perché erano lontani da chi poteva difenderli. Qui cade l’ultima maschera morale dell’Occidente. Gli Stati Uniti non hanno più alcuna autorità per fare la morale a nessuno, soprattutto mentre sostengono uno Stato che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo. Questo non è antiamericanismo. È realismo storico. Davanti a una casa di pietra, una donna disse piano: — Chi parla sempre di giustizia, spesso la usa solo per sé. Trump non è un incidente di percorso. È il prodotto finale di un impero che non accetta il proprio declino. Era stato eletto come isolazionista e si è rivelato più interventista dei neocon. Aveva persino chiesto il Nobel per la pace, mentre alimentava conflitti. — Dice che è costretto, mormorò qualcuno vicino al fuoco. — Chi è davvero costretto non ha il tempo di vantarsene, rispose un altro. Il vero nemico di Trump non è la Russia, non è la Cina. È il multipolarismo. L’idea che il mondo non abbia più un solo padrone. Ed è qui che il paradosso dei nostri tempi diventa evidente: la Cina, demonizzata per decenni, appare oggi più prudente, più razionale, perfino più responsabile. Un muratore, seduto sul muretto a secco, osservando il cielo disse: — Quelli non gridano. Ma intanto mettono le pietre una sopra l’altra. — E alla fine la casa resta in piedi, concluse l’altro. E l’Italia? L’Italia sceglie il ruolo peggiore: quello del vassallo. Un Paese che ha avuto una storia politica autonoma oggi abbassa la testa per non disturbare il padrone. Non per interesse nazionale, ma per paura. Sull’Aspromonte, la paura ha sempre avuto un nome: silenzio. — Quando non parli più, disse un uomo, è perché hai già obbedito. C’è chi sostiene che queste siano questioni lontane dalla vita quotidiana. È falso. La geopolitica arriva negli ospedali che chiudono, nelle strade che crollano, nelle città del Sud come Reggio Calabria. Una donna, aspettando un autobus che non arrivava, disse: — Per le cose che servono a vivere non ci sono mai soldi. Poi tacque un attimo e aggiunse: — Per quelle che servono a morire, sì. Quando un impero declina, diventa più violento. Quando diventa più violento, perde definitivamente la sua legittimità. L’America di Trump è arrivata a questo punto. Non finge

♬ suono originale - Luigi Palamara

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