CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

3/recent/post-list

Nel deserto dell’uomo moderno: quando il viaggio in moto diventa coscienza, identità e Mediterraneo

Nel deserto dell’uomo moderno: quando il viaggio in moto diventa coscienza, identità e Mediterraneo

L’editoriale di Luigi Palamara

Il deserto, la moto e l’uomo

Ci sono sport che finiscono quando l’arbitro fischia. Altri finiscono quando si spegne il motore.
E poi ce ne sono alcuni che non finiscono affatto, perché continuano dentro l’uomo.

Il rally nel deserto è uno di questi. Non è una gara: è una verifica. Non si corre contro qualcuno, ma insieme a qualcosa. Alla sabbia, al caldo, al silenzio. E soprattutto a se stessi.

«Nel deserto non vinci mai», dice Carmelo Palmer una sera, seduto su una cassa di legno davanti alla tenda.
«E allora perché ci torni?» gli chiede qualcuno.
Carmelo sorride appena: «Perché se non perdi, non capisci».

È per questo che il Premio Chibani non poteva finire sul petto di un vincitore da copertina. È andato a un uomo che non ha mai confuso la velocità con la fretta, né il successo con l’esibizione. Come il deserto, Carmelo Palmer ha imparato a parlare poco e a durare a lungo.

Chibani e Carmelo: due povertà che sanno dare

Chibani era un beduino. Un uomo povero che dava ciò che non aveva.
«Come faceva?» chiese una volta un ragazzo del posto.
«Non lo so», rispose un anziano. «Ma quando usciva dalla tenda, qualcuno era sempre meno solo».

Carmelo Palmer, calabrese, figlio di un Sud che spesso manda via i suoi migliori figli senza salutare, fa qualcosa di simile. Prende una moto, una bussola, una disciplina severa e ne fa un gesto umano. Non sempre arriva primo. Ma arriva. E arrivare, nel deserto, è già una forma di dignità.

«Quando arrivi a Dakar», racconta, «non ti senti vincitore. Ti senti restituito».

Douz, Reggio Calabria e il Mediterraneo che non si arrende

Douz non è solo una città tunisina. È una soglia.
«Da qui si parte», dice una guida locale indicando l’orizzonte, «ma soprattutto qui si torna».

Carmelo lo ascolta in silenzio. Sa che il suo non è uno sport di fuga, ma di ritorno. Torna sempre al limite, alla fatica, a quel punto dove l’uomo smette di comandare e inizia a capire.

È qui che l’intuizione dell’associazione Ermesja, guidata da Pietro Romeo, prende forma. Non un’agenzia di viaggi, ma una grammatica del movimento. L’idea che il Mediterraneo non separi, ma unisca. Che Reggio Calabria non sia margine, ma centro di una mappa più antica dei confini.

«Il motociclista non cerca la meta», dice Romeo, con la calma di chi ha percorso molte strade.
«E allora cosa cerca?»
«Il viaggio. Perché il viaggio non mente».

La moto come seconda pelle

Nel deserto la moto non è un mezzo. È una presenza.
«Se la tratti male, ti lascia», dice Carmelo accarezzando il serbatoio.
«E se la rispetti?»
«Ti porta lontano. Ma piano».

Quando racconta che la moto gli ha “chiesto” di rallentare, non è lirismo. È esperienza. Nel deserto la velocità è un vizio, non una virtù. La vera forza è arrivare interi, senza penalità, senza aver barattato la lucidità con l’adrenalina.

«Honda non sceglie i più veloci», osserva qualcuno.
«Sceglie quelli che tornano», risponde lui.

E oggi, tornare, è un atto sovversivo.

Il numero 72 e la memoria che resiste

In un mondo che cambia nome a ogni stagione, Carmelo corre sempre con lo stesso numero: 72.
«Perché non lo cambi?» gli chiedono.
«Perché non sono io a dover cambiare», risponde.

È la sua data di nascita. È la sua misura. È anche una delle tabelline più difficili. Nulla di facile, infatti, resta a lungo.

Quando la politica cammina

Giovanni Latella, da amministratore, fa una cosa che oggi sorprende: sostiene ciò che funziona senza metterci sopra il timbro.
«Non dobbiamo inventare», dice, «dobbiamo accompagnare».

Sport, turismo, sociale: parole che spesso servono a coprire il vuoto, qui diventano passi concreti. Doni portati ai bambini tunisini. Borghi attraversati senza fretta. Strade interne raccontate a chi non le conosce.

«La politica», dice un vecchio motociclista, «dovrebbe assomigliare a questo: partire insieme e arrivare insieme».


Carmelo Palmer non è un eroe. Gli eroi finiscono sui manifesti.
Lui è un esempio, che è molto più scomodo.

Dimostra che si può andare lontano senza perdere la voce di casa. Che si può attraversare il deserto senza diventare duri. Che il viaggio, se è vero, non consuma: costruisce.

E forse è per questo che il Premio Chibani gli sta addosso come una seconda pelle.
Perché entrambi sapevano una cosa che oggi sembriamo aver dimenticato:

non conta quanto vai veloce,
conta quanto resti umano mentre vai lontano.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista aspromontano
@luigi.palamara

INTERVISTA AL CONSIGLIERE DELAGATO ALLO SPORT E AL TURISMO GIOVANNI LATELLA. Nel deserto dell’uomo moderno: quando il viaggio in moto diventa coscienza, identità e Mediterraneo L’editoriale di Luigi Palamara Il deserto, la moto e l’uomo Ci sono sport che finiscono quando l’arbitro fischia. Altri finiscono quando si spegne il motore. E poi ce ne sono alcuni che non finiscono affatto, perché continuano dentro l’uomo. Il rally nel deserto è uno di questi. Non è una gara: è una verifica. Non si corre contro qualcuno, ma insieme a qualcosa. Alla sabbia, al caldo, al silenzio. E soprattutto a se stessi. «Nel deserto non vinci mai», dice Carmelo Palmer una sera, seduto su una cassa di legno davanti alla tenda. «E allora perché ci torni?» gli chiede qualcuno. Carmelo sorride appena: «Perché se non perdi, non capisci». È per questo che il Premio Chibani non poteva finire sul petto di un vincitore da copertina. È andato a un uomo che non ha mai confuso la velocità con la fretta, né il successo con l’esibizione. Come il deserto, Carmelo Palmer ha imparato a parlare poco e a durare a lungo. Chibani e Carmelo: due povertà che sanno dare Chibani era un beduino. Un uomo povero che dava ciò che non aveva. «Come faceva?» chiese una volta un ragazzo del posto. «Non lo so», rispose un anziano. «Ma quando usciva dalla tenda, qualcuno era sempre meno solo». Carmelo Palmer, calabrese, figlio di un Sud che spesso manda via i suoi migliori figli senza salutare, fa qualcosa di simile. Prende una moto, una bussola, una disciplina severa e ne fa un gesto umano. Non sempre arriva primo. Ma arriva. E arrivare, nel deserto, è già una forma di dignità. «Quando arrivi a Dakar», racconta, «non ti senti vincitore. Ti senti restituito». Douz, Reggio Calabria e il Mediterraneo che non si arrende. Douz non è solo una città tunisina. È una soglia. «Da qui si parte», dice una guida locale indicando l’orizzonte, «ma soprattutto qui si torna». Carmelo lo ascolta in silenzio. Sa che il suo non è uno sport di fuga, ma di ritorno. Torna sempre al limite, alla fatica, a quel punto dove l’uomo smette di comandare e inizia a capire. È qui che l’intuizione dell’associazione Ermesja, guidata da Pietro Romeo, prende forma. Non un’agenzia di viaggi, ma una grammatica del movimento. L’idea che il Mediterraneo non separi, ma unisca. Che Reggio Calabria non sia margine, ma centro di una mappa più antica dei confini. «Il motociclista non cerca la meta», dice Romeo, con la calma di chi ha percorso molte strade. «E allora cosa cerca?» «Il viaggio. Perché il viaggio non mente». La moto come seconda pelle. Nel deserto la moto non è un mezzo. È una presenza. «Se la tratti male, ti lascia», dice Carmelo accarezzando il serbatoio. «E se la rispetti?» «Ti porta lontano. Ma piano». Quando racconta che la moto gli ha “chiesto” di rallentare, non è lirismo. È esperienza. Nel deserto la velocità è un vizio, non una virtù. La vera forza è arrivare interi, senza penalità, senza aver barattato la lucidità con l’adrenalina. «Honda non sceglie i più veloci», osserva qualcuno. «Sceglie quelli che tornano», risponde lui. E oggi, tornare, è un atto sovversivo. Il numero 72 e la memoria che resiste In un mondo che cambia nome a ogni stagione, Carmelo corre sempre con lo stesso numero: 72. «Perché non lo cambi?» gli chiedono. «Perché non sono io a dover cambiare», risponde. È la sua data di nascita. È la sua misura. È anche una delle tabelline più difficili. Nulla di facile, infatti, resta a lungo. Quando la politica cammina. Giovanni Latella, da amministratore, fa una cosa che oggi sorprende: sostiene ciò che funziona senza metterci sopra il timbro. «Non dobbiamo inventare», dice, «dobbiamo accompagnare». Sport, turismo, sociale: parole che spesso servono a coprire il vuoto, qui diventano passi concreti. Doni portati ai bambini tunisini. Borghi attraversati senza fretta. Strade interne raccontate a chi non le conosce. «La politica», dice un vecchio motociclista, «dovrebbe assomigliare a questo: partire insieme e arrivare insieme». Carmelo Palm

♬ suono originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

INTERVISTA A PIETRO ROMEO PRESIDENTE DI HERMESJA. Nel deserto dell’uomo moderno: quando il viaggio in moto diventa coscienza, identità e Mediterraneo L’editoriale di Luigi Palamara Il deserto, la moto e l’uomo Ci sono sport che finiscono quando l’arbitro fischia. Altri finiscono quando si spegne il motore. E poi ce ne sono alcuni che non finiscono affatto, perché continuano dentro l’uomo. Il rally nel deserto è uno di questi. Non è una gara: è una verifica. Non si corre contro qualcuno, ma insieme a qualcosa. Alla sabbia, al caldo, al silenzio. E soprattutto a se stessi. «Nel deserto non vinci mai», dice Carmelo Palmer una sera, seduto su una cassa di legno davanti alla tenda. «E allora perché ci torni?» gli chiede qualcuno. Carmelo sorride appena: «Perché se non perdi, non capisci». È per questo che il Premio Chibani non poteva finire sul petto di un vincitore da copertina. È andato a un uomo che non ha mai confuso la velocità con la fretta, né il successo con l’esibizione. Come il deserto, Carmelo Palmer ha imparato a parlare poco e a durare a lungo. Chibani e Carmelo: due povertà che sanno dare Chibani era un beduino. Un uomo povero che dava ciò che non aveva. «Come faceva?» chiese una volta un ragazzo del posto. «Non lo so», rispose un anziano. «Ma quando usciva dalla tenda, qualcuno era sempre meno solo». Carmelo Palmer, calabrese, figlio di un Sud che spesso manda via i suoi migliori figli senza salutare, fa qualcosa di simile. Prende una moto, una bussola, una disciplina severa e ne fa un gesto umano. Non sempre arriva primo. Ma arriva. E arrivare, nel deserto, è già una forma di dignità. «Quando arrivi a Dakar», racconta, «non ti senti vincitore. Ti senti restituito». Douz, Reggio Calabria e il Mediterraneo che non si arrende. Douz non è solo una città tunisina. È una soglia. «Da qui si parte», dice una guida locale indicando l’orizzonte, «ma soprattutto qui si torna». Carmelo lo ascolta in silenzio. Sa che il suo non è uno sport di fuga, ma di ritorno. Torna sempre al limite, alla fatica, a quel punto dove l’uomo smette di comandare e inizia a capire. È qui che l’intuizione dell’associazione Ermesja, guidata da Pietro Romeo, prende forma. Non un’agenzia di viaggi, ma una grammatica del movimento. L’idea che il Mediterraneo non separi, ma unisca. Che Reggio Calabria non sia margine, ma centro di una mappa più antica dei confini. «Il motociclista non cerca la meta», dice Romeo, con la calma di chi ha percorso molte strade. «E allora cosa cerca?» «Il viaggio. Perché il viaggio non mente». La moto come seconda pelle. Nel deserto la moto non è un mezzo. È una presenza. «Se la tratti male, ti lascia», dice Carmelo accarezzando il serbatoio. «E se la rispetti?» «Ti porta lontano. Ma piano». Quando racconta che la moto gli ha “chiesto” di rallentare, non è lirismo. È esperienza. Nel deserto la velocità è un vizio, non una virtù. La vera forza è arrivare interi, senza penalità, senza aver barattato la lucidità con l’adrenalina. «Honda non sceglie i più veloci», osserva qualcuno. «Sceglie quelli che tornano», risponde lui. E oggi, tornare, è un atto sovversivo. Il numero 72 e la memoria che resiste In un mondo che cambia nome a ogni stagione, Carmelo corre sempre con lo stesso numero: 72. «Perché non lo cambi?» gli chiedono. «Perché non sono io a dover cambiare», risponde. È la sua data di nascita. È la sua misura. È anche una delle tabelline più difficili. Nulla di facile, infatti, resta a lungo. Quando la politica cammina. Giovanni Latella, da amministratore, fa una cosa che oggi sorprende: sostiene ciò che funziona senza metterci sopra il timbro. «Non dobbiamo inventare», dice, «dobbiamo accompagnare». Sport, turismo, sociale: parole che spesso servono a coprire il vuoto, qui diventano passi concreti. Doni portati ai bambini tunisini. Borghi attraversati senza fretta. Strade interne raccontate a chi non le conosce. «La politica», dice un vecchio motociclista, «dovrebbe assomigliare a questo: partire insieme e arrivare insieme». Carmelo Palmer non è un eroe. Gli eroi f

♬ suono originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

INTERVISTA A CARMELO PALMER. Nel deserto dell’uomo moderno: quando il viaggio in moto diventa coscienza, identità e Mediterraneo L’editoriale di Luigi Palamara Il deserto, la moto e l’uomo Ci sono sport che finiscono quando l’arbitro fischia. Altri finiscono quando si spegne il motore. E poi ce ne sono alcuni che non finiscono affatto, perché continuano dentro l’uomo. Il rally nel deserto è uno di questi. Non è una gara: è una verifica. Non si corre contro qualcuno, ma insieme a qualcosa. Alla sabbia, al caldo, al silenzio. E soprattutto a se stessi. «Nel deserto non vinci mai», dice Carmelo Palmer una sera, seduto su una cassa di legno davanti alla tenda. «E allora perché ci torni?» gli chiede qualcuno. Carmelo sorride appena: «Perché se non perdi, non capisci». È per questo che il Premio Chibani non poteva finire sul petto di un vincitore da copertina. È andato a un uomo che non ha mai confuso la velocità con la fretta, né il successo con l’esibizione. Come il deserto, Carmelo Palmer ha imparato a parlare poco e a durare a lungo. Chibani e Carmelo: due povertà che sanno dare Chibani era un beduino. Un uomo povero che dava ciò che non aveva. «Come faceva?» chiese una volta un ragazzo del posto. «Non lo so», rispose un anziano. «Ma quando usciva dalla tenda, qualcuno era sempre meno solo». Carmelo Palmer, calabrese, figlio di un Sud che spesso manda via i suoi migliori figli senza salutare, fa qualcosa di simile. Prende una moto, una bussola, una disciplina severa e ne fa un gesto umano. Non sempre arriva primo. Ma arriva. E arrivare, nel deserto, è già una forma di dignità. «Quando arrivi a Dakar», racconta, «non ti senti vincitore. Ti senti restituito». Douz, Reggio Calabria e il Mediterraneo che non si arrende. Douz non è solo una città tunisina. È una soglia. «Da qui si parte», dice una guida locale indicando l’orizzonte, «ma soprattutto qui si torna». Carmelo lo ascolta in silenzio. Sa che il suo non è uno sport di fuga, ma di ritorno. Torna sempre al limite, alla fatica, a quel punto dove l’uomo smette di comandare e inizia a capire. È qui che l’intuizione dell’associazione Ermesja, guidata da Pietro Romeo, prende forma. Non un’agenzia di viaggi, ma una grammatica del movimento. L’idea che il Mediterraneo non separi, ma unisca. Che Reggio Calabria non sia margine, ma centro di una mappa più antica dei confini. «Il motociclista non cerca la meta», dice Romeo, con la calma di chi ha percorso molte strade. «E allora cosa cerca?» «Il viaggio. Perché il viaggio non mente». La moto come seconda pelle. Nel deserto la moto non è un mezzo. È una presenza. «Se la tratti male, ti lascia», dice Carmelo accarezzando il serbatoio. «E se la rispetti?» «Ti porta lontano. Ma piano». Quando racconta che la moto gli ha “chiesto” di rallentare, non è lirismo. È esperienza. Nel deserto la velocità è un vizio, non una virtù. La vera forza è arrivare interi, senza penalità, senza aver barattato la lucidità con l’adrenalina. «Honda non sceglie i più veloci», osserva qualcuno. «Sceglie quelli che tornano», risponde lui. E oggi, tornare, è un atto sovversivo. Il numero 72 e la memoria che resiste In un mondo che cambia nome a ogni stagione, Carmelo corre sempre con lo stesso numero: 72. «Perché non lo cambi?» gli chiedono. «Perché non sono io a dover cambiare», risponde. È la sua data di nascita. È la sua misura. È anche una delle tabelline più difficili. Nulla di facile, infatti, resta a lungo. Quando la politica cammina. Giovanni Latella, da amministratore, fa una cosa che oggi sorprende: sostiene ciò che funziona senza metterci sopra il timbro. «Non dobbiamo inventare», dice, «dobbiamo accompagnare». Sport, turismo, sociale: parole che spesso servono a coprire il vuoto, qui diventano passi concreti. Doni portati ai bambini tunisini. Borghi attraversati senza fretta. Strade interne raccontate a chi non le conosce. «La politica», dice un vecchio motociclista, «dovrebbe assomigliare a questo: partire insieme e arrivare insieme». Carmelo Palmer non è un eroe. Gli eroi finiscono sui manifesti

♬ suono originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti