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Questa non è una riforma. È un travestimento.

Questa non è una riforma. È un travestimento.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Reggio Calabria 17 gennaio 2026.
In Italia abbiamo un talento speciale: cambiare i nomi alle cose per non cambiarle davvero. Così le sconfitte diventano “ripartenze”, i tagli “razionalizzazioni” e oggi questa operazione chirurgica sulla Costituzione viene chiamata, con una certa faccia tosta, “riforma della giustizia”.

È come raccontare un’alluvione e concludere che il problema sono le foglie. Una bugia educata. E per questo più pericolosa.

Perché questa riforma non aumenta il numero dei magistrati, non migliora gli uffici, non digitalizza i tribunali, non riduce l’arretrato, non accelera i processi. Non tocca nulla di ciò che rende la giustizia lenta, faticosa, talvolta indecente.
Nulla.

E allora la domanda non è ideologica, non è corporativa, non è nemmeno tecnica. È elementare:

se non serve a far funzionare la giustizia, a cosa serve?

Il primo inganno: chiamarla riforma.
Questa non è una riforma funzionale. È una revisione costituzionale che interviene sul Titolo IV della Costituzione, cioè sui nervi scoperti della democrazia. Non migliora i servizi: modifica l’equilibrio dei poteri.

Qui non si ripara un edificio malandato.
Si spostano i pilastri.

Gianrico Carofiglio ha usato un’espressione che molti hanno giudicato eccessiva. Ma eccessiva non è. È precisa: uno scassinamento della democrazia rappresentativa. E quando uno scrittore che pesa le parole sceglie “scassinare”, non lo fa per sbaglio.

Il sorteggio: la resa mascherata da virtù.
Il cuore della riforma è il sorteggio nel Consiglio Superiore della Magistratura. La lotteria come metodo di governo.

Ci viene venduto come medicina anticorruttiva. Ma il sorteggio non è una cura: è una confessione. Dice che non siamo più capaci di scegliere, di eleggere, di assumerci responsabilità. Dice che la democrazia, invece di correggersi, abdica.

Se la risposta ai problemi della rappresentanza è l’estrazione a sorte, allora non siamo davanti a una riforma. Siamo davanti a una resa.

Il sorteggio cancella la responsabilità, spezza la partecipazione organizzata, disgrega la componente togata e rafforza quella politica. È una partita di bowling truccata: da una parte una palla sola, compatta, organizzata; dall’altra tanti birilli isolati, estratti a caso. E a cadere, alla fine, non è il magistrato. È il cittadino.

Non è un caso che nel 2019 le Camere Penali definissero il sorteggio “un’umiliazione delle regole democratiche”. Non è un caso che oggi abbiano cambiato idea senza spiegarne il motivo. E quando qualcuno cambia idea senza spiegare perché, di solito non ha cambiato idea: ha cambiato interesse.

Il CSM: da garanzia a bersaglio.
Il CSM non è “una cosa loro”. È una res publica. Da lì passano carriere, trasferimenti, procedimenti disciplinari, l’organizzazione degli uffici, le tabelle che decidono chi giudica chi. È un luogo di garanzia, non un club.

Indebolire il CSM significa indebolire il giudice prima ancora che entri in aula. E qui cade la maschera: questa riforma non vuole un giudice controllato. Lo vuole influenzabile.

Il controllo è visibile.
L’influenza è subdola.
E la paura lavora in silenzio.

L’Alta Corte disciplinare: il corto circuito.
Poi c’è il capolavoro dell’assurdo: l’Alta Corte disciplinare. Un organo che giudica e si fa giudicare da sé stesso. Un sistema in cui l’impugnazione avviene davanti a un’altra sezione dello stesso organo. Una composizione affidata alla legge ordinaria, cioè alla maggioranza politica del momento.

Qui non serve essere giuristi. Basta il buon senso.

Un magistrato che sa di essere giudicato da un organo precario, politicamente esposto, privo di un vero secondo grado non è più un magistrato libero. È un magistrato prudente. E la prudenza, in giustizia, è il nome elegante della paura.

Giurisdizione o obbedienza.
Il conflitto vero non è tra destra e sinistra. È tra due culture.

La cultura della giurisdizione non è il semplice rispetto delle regole. Quello è il minimo sindacale. È difendere i diritti quando è impopolare, assolvere quando si deve, resistere alle pressioni del potere.

Quando si chiede alla magistratura di “collaborare con il governo per la sicurezza”, non si chiede giustizia. Si chiede obbedienza. E una magistratura che collabora con un potere non è più un potere autonomo. È una funzione ausiliaria.

Il PM: da primo giudice a incognita.
Giuseppe Lombardo lo ha detto con semplicità devastante: “Io mi sono sempre sentito il primo giudice”. Il pubblico ministero italiano nasce per filtrare, valutare, garantire. Non per vincere.

Spezzare l’unità della giurisdizione significa creare un PM formato diversamente, con obiettivi diversi, forse orientato ai numeri, forse subordinato all’esecutivo.

La domanda è una sola, e nessuno osa rispondere: cosa diventerà il nuovo pubblico ministero?
Nessuno lo sa. Nemmeno i promotori del Sì.

E quando nessuno sa cosa diventerà una figura chiave dello Stato, la risposta democratica non è il coraggio. È la prudenza.

Il costo: pagare per peggiorare.
Settantamilioni l’anno. Fino a centodieci. Per due CSM, un’Alta Corte, più burocrazia e meno efficienza. Soldi che non vanno all’informatizzazione, agli UPP, all’edilizia giudiziaria, alla riduzione dei tempi.

Settantamilioni per non risolvere nessun problema reale.

Le riforme costituzionali sono tendenzialmente irreversibili. E questa è stata rapida, forzata, priva di confronto, priva di dati, priva di previsioni.

Non sappiamo cosa accadrà.
Ma sappiamo cosa rischiamo di perdere.

E quando non sai dove stai andando, non buttare via la mappa non è paura. È responsabilità.

Difendere oggi la Costituzione non è conservatorismo. È lucidità.
Dire No non è rifiuto del cambiamento.
È rifiuto di un cambiamento sbagliato.

Luigi Palamara
Giornalista
@luigi.palamara

Questa non è una riforma. È un travestimento. L'Editoriale di Luigi Palamara In Italia abbiamo un talento speciale: cambiare i nomi alle cose per non cambiarle davvero. Così le sconfitte diventano “ripartenze”, i tagli “razionalizzazioni” e oggi questa operazione chirurgica sulla Costituzione viene chiamata, con una certa faccia tosta, “riforma della giustizia”. È come raccontare un’alluvione e concludere che il problema sono le foglie. Una bugia educata. E per questo più pericolosa. Perché questa riforma non aumenta il numero dei magistrati, non migliora gli uffici, non digitalizza i tribunali, non riduce l’arretrato, non accelera i processi. Non tocca nulla di ciò che rende la giustizia lenta, faticosa, talvolta indecente. Nulla. E allora la domanda non è ideologica, non è corporativa, non è nemmeno tecnica. È elementare: se non serve a far funzionare la giustizia, a cosa serve? Il primo inganno: chiamarla riforma. Questa non è una riforma funzionale. È una revisione costituzionale che interviene sul Titolo IV della Costituzione, cioè sui nervi scoperti della democrazia. Non migliora i servizi: modifica l’equilibrio dei poteri. Qui non si ripara un edificio malandato. Si spostano i pilastri. Gianrico Carofiglio ha usato un’espressione che molti hanno giudicato eccessiva. Ma eccessiva non è. È precisa: uno scassinamento della democrazia rappresentativa. E quando uno scrittore che pesa le parole sceglie “scassinare”, non lo fa per sbaglio. Il sorteggio: la resa mascherata da virtù. Il cuore della riforma è il sorteggio nel Consiglio Superiore della Magistratura. La lotteria come metodo di governo. Ci viene venduto come medicina anticorruttiva. Ma il sorteggio non è una cura: è una confessione. Dice che non siamo più capaci di scegliere, di eleggere, di assumerci responsabilità. Dice che la democrazia, invece di correggersi, abdica. Se la risposta ai problemi della rappresentanza è l’estrazione a sorte, allora non siamo davanti a una riforma. Siamo davanti a una resa. Il sorteggio cancella la responsabilità, spezza la partecipazione organizzata, disgrega la componente togata e rafforza quella politica. È una partita di bowling truccata: da una parte una palla sola, compatta, organizzata; dall’altra tanti birilli isolati, estratti a caso. E a cadere, alla fine, non è il magistrato. È il cittadino. Non è un caso che nel 2019 le Camere Penali definissero il sorteggio “un’umiliazione delle regole democratiche”. Non è un caso che oggi abbiano cambiato idea senza spiegarne il motivo. E quando qualcuno cambia idea senza spiegare perché, di solito non ha cambiato idea: ha cambiato interesse. Il CSM: da garanzia a bersaglio. Il CSM non è “una cosa loro”. È una res publica. Da lì passano carriere, trasferimenti, procedimenti disciplinari, l’organizzazione degli uffici, le tabelle che decidono chi giudica chi. È un luogo di garanzia, non un club. Indebolire il CSM significa indebolire il giudice prima ancora che entri in aula. E qui cade la maschera: questa riforma non vuole un giudice controllato. Lo vuole influenzabile. Il controllo è visibile. L’influenza è subdola. E la paura lavora in silenzio. L’Alta Corte disciplinare: il corto circuito. Poi c’è il capolavoro dell’assurdo: l’Alta Corte disciplinare. Un organo che giudica e si fa giudicare da sé stesso. Un sistema in cui l’impugnazione avviene davanti a un’altra sezione dello stesso organo. Una composizione affidata alla legge ordinaria, cioè alla maggioranza politica del momento. Qui non serve essere giuristi. Basta il buon senso. Un magistrato che sa di essere giudicato da un organo precario, politicamente esposto, privo di un vero secondo grado non è più un magistrato libero. È un magistrato prudente. E la prudenza, in giustizia, è il nome elegante della paura. Giurisdizione o obbedienza. Il conflitto vero non è tra destra e sinistra. È tra due culture. La cultura della giurisdizione non è il semplice rispetto delle regole. Parte 1 di 2

♬ suono originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

Questa non è una riforma. È un travestimento. L'Editoriale di Luigi Palamara In Italia abbiamo un talento speciale: cambiare i nomi alle cose per non cambiarle davvero. Così le sconfitte diventano “ripartenze”, i tagli “razionalizzazioni” e oggi questa operazione chirurgica sulla Costituzione viene chiamata, con una certa faccia tosta, “riforma della giustizia”. È come raccontare un’alluvione e concludere che il problema sono le foglie. Una bugia educata. E per questo più pericolosa. Perché questa riforma non aumenta il numero dei magistrati, non migliora gli uffici, non digitalizza i tribunali, non riduce l’arretrato, non accelera i processi. Non tocca nulla di ciò che rende la giustizia lenta, faticosa, talvolta indecente. Nulla. E allora la domanda non è ideologica, non è corporativa, non è nemmeno tecnica. È elementare: se non serve a far funzionare la giustizia, a cosa serve? Il primo inganno: chiamarla riforma. Questa non è una riforma funzionale. È una revisione costituzionale che interviene sul Titolo IV della Costituzione, cioè sui nervi scoperti della democrazia. Non migliora i servizi: modifica l’equilibrio dei poteri. Qui non si ripara un edificio malandato. Si spostano i pilastri. Gianrico Carofiglio ha usato un’espressione che molti hanno giudicato eccessiva. Ma eccessiva non è. È precisa: uno scassinamento della democrazia rappresentativa. E quando uno scrittore che pesa le parole sceglie “scassinare”, non lo fa per sbaglio. Il sorteggio: la resa mascherata da virtù. Il cuore della riforma è il sorteggio nel Consiglio Superiore della Magistratura. La lotteria come metodo di governo. Ci viene venduto come medicina anticorruttiva. Ma il sorteggio non è una cura: è una confessione. Dice che non siamo più capaci di scegliere, di eleggere, di assumerci responsabilità. Dice che la democrazia, invece di correggersi, abdica. Se la risposta ai problemi della rappresentanza è l’estrazione a sorte, allora non siamo davanti a una riforma. Siamo davanti a una resa. Il sorteggio cancella la responsabilità, spezza la partecipazione organizzata, disgrega la componente togata e rafforza quella politica. È una partita di bowling truccata: da una parte una palla sola, compatta, organizzata; dall’altra tanti birilli isolati, estratti a caso. E a cadere, alla fine, non è il magistrato. È il cittadino. Non è un caso che nel 2019 le Camere Penali definissero il sorteggio “un’umiliazione delle regole democratiche”. Non è un caso che oggi abbiano cambiato idea senza spiegarne il motivo. E quando qualcuno cambia idea senza spiegare perché, di solito non ha cambiato idea: ha cambiato interesse. Il CSM: da garanzia a bersaglio. Il CSM non è “una cosa loro”. È una res publica. Da lì passano carriere, trasferimenti, procedimenti disciplinari, l’organizzazione degli uffici, le tabelle che decidono chi giudica chi. È un luogo di garanzia, non un club. Indebolire il CSM significa indebolire il giudice prima ancora che entri in aula. E qui cade la maschera: questa riforma non vuole un giudice controllato. Lo vuole influenzabile. Il controllo è visibile. L’influenza è subdola. E la paura lavora in silenzio. L’Alta Corte disciplinare: il corto circuito. Poi c’è il capolavoro dell’assurdo: l’Alta Corte disciplinare. Un organo che giudica e si fa giudicare da sé stesso. Un sistema in cui l’impugnazione avviene davanti a un’altra sezione dello stesso organo. Una composizione affidata alla legge ordinaria, cioè alla maggioranza politica del momento. Qui non serve essere giuristi. Basta il buon senso. Un magistrato che sa di essere giudicato da un organo precario, politicamente esposto, privo di un vero secondo grado non è più un magistrato libero. È un magistrato prudente. E la prudenza, in giustizia, è il nome elegante della paura. Giurisdizione o obbedienza. Il conflitto vero non è tra destra e sinistra. È tra due culture. La cultura della giurisdizione non è il semplice rispetto delle regole. parte 2 di 2

♬ suono originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Italia ai minimi termini: la giustizia e il referendum che non serve di Luigi Palamara Reggio Calabria 17 gennaio 2025. Abbiamo ridotto l’Italia ai minimi termini, disse qualcuno. E forse aveva ragione. Perché oggi non si discute più di come migliorare la vita dei cittadini, ma di come piegare le istituzioni ai desideri del potere. C’è un referendum sulla giustizia. Ma, diciamolo subito, non è un referendum sulla giustizia: è un referendum che, se passato, indebolirà l’autonomia dei magistrati e con essa i diritti di tutti noi. A spiegare con chiarezza chirurgica la posta in gioco è Stefano Musolino, procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria. Lo ascolti e capisci subito che qui non ci sono giri di parole. «Non è un referendum ad personam», dice. «Ma non servirà a migliorare la qualità della giustizia. Se sarà approvato, l’unico effetto sarà rendere più debole la magistratura, più soggetta alle pressioni della politica, e indebolire i diritti dei cittadini. Questo è il vero problema: i cittadini devono scegliere se accettare uno statuto costituzionale che garantisce indipendenza e autonomia o uno che la riduce». Gli chiedo, inevitabilmente, del contesto recente: attacchi mediatici e pressioni politiche sui magistrati. «Ho subito anch’io una richiesta di trasferimento d’ufficio», ammette senza esitazione. «Ma c’è un CSM forte, autonomo e indipendente, che ha rigettato quella richiesta. Se fosse stato più debole, forse oggi starei in un altro posto». La forza del Consiglio Superiore della Magistratura non è un dettaglio, è l’armatura contro l’arbitrio. Senza di essa, i magistrati sono esposti. E i cittadini anche. Parliamo del caso Palamara, che ha scosso l’opinione pubblica. «È stato un gravissimo vulnus alla nostra credibilità», osserva. «E forse la politica ne ha approfittato nel momento più favorevole per sé e meno adatto alla magistratura. Ma attenzione: il popolo rimane con noi. Io vado per strada e sento sostegno. E soprattutto, il vicepresidente del CSM ha detto chiaramente che quelle vicende non influenzano più le decisioni del Consiglio. Quindi la riforma proposta non può giustificarsi con quel caso. La ragione è un’altra: indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura». Lo ascolto e non posso non notare l’accento sulla sostanza: l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, la riduzione dei poteri del CSM. «L’obiettivo», dice Musolino, «è avere mani più libere, politicamente libere. Chi ha la maggioranza vuole governare senza ostacoli, senza contrappesi, senza giudici che possano dire ‘no’. Ma la Costituzione prevede proprio il contrario». La domanda cruciale allora è: perché votare no? «Se fossi un cittadino, voterei no», risponde con fermezza. «Perché voglio essere certo di trovare un giudice libero, "un Giudice a Berluno", non condizionato dai potenti, un giudice che decida secondo legge e coscienza. La nostra preoccupazione è forte: noi pubblici ministeri probabilmente diventeremo più forti, ma i diritti dei cittadini no. E sono i diritti dei cittadini ciò che ci interessa di più». Chiudo con una nota sulla cronaca politica recente: il voto anticipato. «Sembra un tentativo di arginare l’onda del no», riflette. «I sondaggi indicavano un crescente consenso per il no: più informazione, più consapevolezza, più No. E allora hanno anticipato il voto. Fa parte del gioco. Noi non decidiamo le regole, giochiamo alle regole che stabiliscono altri». E alla fine, la domanda inevitabile: Stefano Musolino, cittadino, cosa vota? «NO», risponde, secco, senza esitazioni. E in quella parola c’è tutto: la difesa della magistratura, dei cittadini, della Costituzione. In tempi in cui l’Italia sembra piegarsi al potere, c’è ancora chi dice no. E lo dice con coraggio, dignità e chiarezza. Luigi Palamara Giornalista #stefanomusolino #referendumgiustizia #comitatono #reggiocalabria #luigipalamara ♬ suono originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Giustizia e Costituzione: perché dire No. L'intervista di Luigi Palamara al Procuratore Aggiunto della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. Reggio Calabria 17 gennaio 2026. Siamo arrivati a questo punto, e la domanda che tutti si pongono è semplice: perché? È solo il caso Palamara, o c’è un malessere più profondo, che circola da tempo nel Paese e che qualcuno ha colto al volo per “vendicarsi”? A rispondere è Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria. «Di riforma della giustizia, della magistratura e di separazione delle carriere si parla da moltissimo tempo», spiega. «Il problema non è parlarne, è come se ne parla. Non si è mai approfondito quello che davvero conta: capire se modificare l’assetto costituzionale possa davvero migliorare il sistema. Separare pubblico ministero e giudice? I dati dimostrano che non porta alcun vantaggio al cittadino, che spesso si trova già in difficoltà nell’affrontare il sistema giudiziario». La questione, inevitabilmente, tocca la politica. Alcuni dicono che la riforma favorisca chi governa, e che possa sembrare una vendetta politica. Lombardo scuote la testa. «Non è questo il punto. Noi guardiamo al diritto, al cittadino, alla giustizia. La separazione, senza un’attenta analisi dello status complessivo del pubblico ministero e senza la certezza degli effetti concreti, rischia di trasformare il pubblico ministero in una figura profondamente diversa da quella attuale. È una grande preoccupazione, di cui i cittadini devono essere consapevoli». In parole semplici, dunque: perché votare no? «Perché l’assetto costituzionale attuale funziona. Non può essere stravolto senza la certezza che la modifica migliori davvero il rapporto tra cittadino e giustizia. Votare no è prudente, ragionevole. Solo quando avremo certezza degli effetti della riforma potremo immaginare cambiamenti». Palamara osserva: il governo sembra spesso voler bacchettare la magistratura, come nel caso della Corte dei Conti. Lombardo ammette: «Siamo consapevoli delle criticità, dei tempi di risposta troppo lunghi, del bisogno di avvicinare la giustizia alle esigenze del cittadino. Ma non tutti i problemi dipendono dalla magistratura. Se certe criticità vanno eliminate, bisogna sedersi a un tavolo e discutere con franchezza, senza ridurre tutte le anomalie a un cattivo funzionamento della magistratura». E qui si tocca il cuore del dibattito: la Costituzione. Lombardo non usa mezzi termini. «Modificare la Costituzione richiede tempo, approfondimento, confronto. La velocità con cui si procede oggi è assolutamente inadeguata. Senza un’analisi seria, rischiamo distorsioni che, nel futuro, ci faranno rendere conto che le modifiche non hanno prodotto gli effetti sperati, anzi hanno peggiorato un sistema già fragile». Infine, il caso Palamara. «Come percezione pubblica, è noto», ammette Lombardo. «Ma davvero faccio fatica a capire come modificare la Costituzione possa avere qualche collegamento con quella vicenda. Sarebbe un errore confondere uno scandalo mediatico con la riforma del sistema giudiziario». In tempi in cui tutto corre veloce e i riflettori della politica cercano colpevoli, Lombardo ci ricorda una verità semplice: la giustizia non è un gioco, la Costituzione non è un optional, e il cittadino deve avere la certezza che i suoi diritti siano tutelati. Per questo, l’unica scelta prudente è dire No. Luigi Palamara Giornalista #giuseppelombardo #comitatono #giustizia #referendum #reggiocalabria ♬ suono originale - Luigi Palamara

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