Siamo passeggeri su una Terra che chiede custodi.
L'Editoriale di Luigi Palamara
E allora lasciamola cadere, questa parola che fa paura: menzogna. Non perché ce l’abbia detta un profeta o un politico in cerca di applausi, ma perché l’ha sussurrata un uomo che ha guardato la Terra da fuori. Da abbastanza lontano da non potersi più raccontare favole.
Ron Garan è tornato dallo spazio e non ha portato medaglie morali né ricette salvifiche. Ha portato una constatazione brutale: viviamo dentro una finzione collettiva, comoda, rassicurante, profondamente irresponsabile. Una bugia che ci raccontiamo ogni giorno per continuare a litigare su confini che non esistono, su ricchezze che non sono nostre, su diritti che pretendiamo senza mai nominare i doveri.
Dall’alto, dice Garan, la Terra non è una scacchiera. È una cosa viva. Una sfera blu, fragile come un respiro trattenuto. Nessuna riga a separare “noi” da “loro”. Nessuna bandiera piantata nell’atmosfera. Solo un sottilissimo velo azzurro che tiene in vita tutto ciò che amiamo e che stiamo consumando con l’arroganza di chi crede di avere un’altra casa pronta.
E qui sta l’inganno più grande: ci comportiamo da proprietari, quando siamo ospiti. Peggio ancora, da passeggeri distratti su un’astronave che vola nel vuoto senza stazioni di servizio. Consumiamo, sprechiamo, inquiniamo come se qualcuno, da qualche parte, avesse firmato una polizza di assicurazione cosmica. Non l’ha firmata nessuno.
Ci hanno insegnato che l’economia viene prima. Sempre. Prima dell’aria, prima dell’acqua, prima delle persone. È diventata una religione laica, con i suoi dogmi e i suoi sacerdoti. Ma vista dallo spazio, questa gerarchia è ridicola. Senza pianeta non c’è società. Senza società non c’è economia. È un sillogismo elementare, eppure continuiamo a ignorarlo come si ignorano le verità scomode.
L’overview effect, lo chiamano gli astronauti. Un’illuminazione improvvisa. Io lo chiamerei atto d’accusa. Perché da lassù l’inquinamento non parla inglese, cinese o russo. I gas serra non chiedono il visto. Le tempeste non rispettano i trattati internazionali. Ogni ferita inferta a un luogo remoto torna indietro come un boomerang. E colpisce tutti.
La Terra, vista da fuori, è un’astronave con miliardi di membri dell’equipaggio. Ma noi insistiamo a comportarci come se fossimo clienti di una crociera di lusso: pretendiamo comfort, ci lamentiamo del servizio, e se qualcosa si rompe diamo la colpa al capitano. Sempre a qualcun altro. Mai a noi.
Questa non è poesia ecologista. È realismo nudo. Spietato. Garan non dice che dobbiamo volerci più bene. Dice che dipendiamo gli uni dagli altri, che ci piaccia o no. Che l’idea di “noi e loro” è una costruzione fragile quanto quell’anello azzurro che protegge la vita.
Vedere la Terra dallo spazio non lo ha fatto sentire insignificante. Lo ha fatto sentire responsabile. È una parola che abbiamo espulso dal vocabolario pubblico, sostituendola con alibi, slogan e rimpalli di colpa. Responsabilità significa sapere che ogni scelta conta, anche quando è invisibile, anche quando non porta voti.
La verità, quella che fa male, è questa: non esistono piani B. Non esiste un pianeta alternativo dove ricominciare meglio. Esiste solo questa navicella imperfetta, bellissima, vulnerabile. E sopra ci siamo tutti.
Il resto — le divisioni, le bandiere, le superiorità presunte — è rumore di fondo.
Quando il silenzio dello spazio lo spazza via, resta una sola certezza, semplice e terribile insieme:
non esistiamo come “io”, come “loro”.
Esistiamo solo come noi.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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