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Socrate e la giustizia che cambia: il passo incerto tra legge, dubbio e responsabilità

Socrate e la giustizia che cambia: il passo incerto tra legge, dubbio e responsabilità
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Nel paese, quando si parla di giustizia, la gente continua ad abbassare la voce. Non per timore reverenziale, ma per quella prudenza antica che nasce dall’aver visto passare molte stagioni e poche certezze. La giustizia non è mai stata una parola neutra: porta con sé speranze e ferite, attese e delusioni.

«Cambiare non dovrebbe fare paura», dice il vecchio maestro, seduto come sempre davanti al municipio.
«E neppure lasciare le cose come stanno», gli risponde il giovane tornato dalla città.
Il maestro sospira: «Il problema non è scegliere. È capire dove porta la scelta».

Decidere di cambiare o di conservare non dovrebbe generare ansia né intimidazione. In uno Stato maturo, il mutamento non è una minaccia e la stabilità non è una religione. È vero: alcune cose devono cambiare. Il tempo passa, la società si trasforma, e la giustizia non può restare immobile come una statua in piazza. Ma il cambiamento, se non è utile e applicabile, rischia di diventare un gesto cieco. E quando le riforme perdono la direzione, diventano incontrollabili. Non sempre fanno rumore, ma scavano. E a lungo andare possono rivelarsi devastanti per la democrazia.

«La legge deve camminare con i tempi», dice qualcuno al bar.
«Sì, ma non deve correre più veloce della coscienza», risponde un altro. «Altrimenti inciampa».

Socrate accettò la condanna pur di non spezzare il filo della legalità. Non per eroismo, ma per lucidità. Sapeva che la legge, anche quando sbaglia, ha bisogno di essere rispettata per poter essere cambiata. Ed è qui che il presente si fa difficile: come distinguere un’evoluzione da un’involuzione? Come capire se una riforma apre strade o ne chiude?

Nel dibattito sulla giustizia, e sulla separazione delle carriere, questa incertezza pesa più delle posizioni ideologiche. Non è facile capire se si tratti di un passo avanti verso maggiore chiarezza o di un arretramento mascherato da efficienza. La giustizia evolve, sì, ma non ogni mutazione è progresso. Alcune sono adattamenti necessari, altre sono regressioni travestite da modernità.

«Non possiamo sapere come andrà», dice una donna che ha visto troppi processi durare una vita.
«Ma possiamo sapere come non dovrebbe andare», le risponde il maestro. «Non dovrebbe togliere garanzie, non dovrebbe creare sudditanze, non dovrebbe alimentare paura».

La democrazia non si difende congelando il presente, ma nemmeno affidandosi alla speranza che tutto ciò che cambia sia migliore. Vive in quell’equilibrio fragile tra il coraggio di riformare e l’umiltà di dubitare. Perché il dubbio, quando è onesto, non paralizza: orienta.

Non sappiamo predire il futuro. Ma una cosa è certa: la giustizia cambia con i tempi perché i tempi cambiano gli uomini. La vera domanda, allora, non è se cambiare o no, ma in che direzione. Se verso una giustizia più comprensibile, più riconoscibile, più equa. O verso un sistema che, pur promettendo ordine, rischia di perdere l’anima del limite.

E nel paese, mentre il sole scende e la piazza si svuota, resta quella sensazione sottile che accompagna le scelte importanti: non la paura del nuovo, ma la responsabilità di non sbagliare strada.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

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