@luigi.palamara Democrazia stanca, uomo forte: cronaca di un abbraccio che soffoca. L'Editoriale di Luigi Palamara Come il pianeta chiamato Democrazia sia arrivato a questo punto è difficile da comprendere e ancora più difficile da spiegare senza cadere nella predica. Forse perché, come spesso accade nella storia, il disastro non arriva con le trombe dell’Apocalisse, ma in punta di piedi. Educato. Rassicurante. Con la voce ferma di chi dice: tranquilli, so io cosa fare. Siamo tornati indietro di cent’anni. Ma con una differenza che rende il viaggio più sinistro: oggi sappiamo. Sappiamo cosa produce l’autoritarismo. Ne conosciamo i campi, le prigioni, i silenzi. Conosciamo l’odore dell’orrore. Eppure, nonostante questa consapevolezza, gli apriamo la porta. Gli offriamo una sedia. Gli chiediamo di decidere al posto nostro. È il grande paradosso del nostro tempo: non l’ignoranza, ma la stanchezza. La fatica della complessità. La noia della democrazia, che discute, frena, litiga, perde tempo. E allora si invoca l’uomo solo al comando, come si invoca un medico quando la febbre sale: tagli corto, faccia presto, non ci spieghi troppo. Così la politica smette di essere un’architettura e diventa un volto. Il governo non è più un’istituzione, ma un carattere. Lo Stato non è più un insieme di regole, ma una volontà. Si personalizza tutto: il potere, la decisione, persino la verità. Non contano più i limiti, ma il temperamento di chi comanda. Non le leggi, ma l’umore del capo. E i cittadini? Retrocedono. Non sono più cittadini, troppo esigenti. Diventano sudditi. Anzi, qualcosa di meno: spettatori riconoscenti. Gente che spera di essere accarezzata dal potere, o almeno di non essere notata. Perché chi non applaude rischia di diventare un problema. E i problemi, si sa, vanno risolti. Il mondo, intanto, viene abbracciato dalla mantide. Un abbraccio che sembra protezione, ma è presa. Un gesto che promette ordine e consegna dipendenza. La mantide non urla, non corre: stringe. E mentre stringe, convince la preda che è per il suo bene. La democrazia non muore tutta insieme. Muore a pezzi. Muore quando si accetta che l’efficienza valga più delle regole. Muore quando si dice che i diritti sono un lusso. Muore quando si delega la propria libertà in cambio di una promessa di sicurezza. Muore, soprattutto, quando si smette di diffidare del potere. Perché il potere, senza diffidenza, non diventa più buono. Diventa solo più audace. E allora la domanda non è come siamo arrivati fin qui. La domanda è un’altra, più scomoda: perché continuiamo ad andare avanti, sapendo esattamente dove porta questa strada. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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