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Il Csm non è una riffa di paese.

Il Csm non è una riffa di paese.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Un’idea che circola con leggerezza sospetta nei corridoi della politica: sorteggiare. Sorteggiare i componenti del Csm come si estrae un numero alla tombola di Natale, come si pesca un biglietto alla sagra del carciofo. Il sorteggio, dicono, è la medicina contro le correnti, contro le cordate, contro il malaffare morale che ha insozzato la magistratura.

È un’idea che seduce perché è semplice. E le idee semplici, quando promettono di risolvere problemi complessi, sono sempre pericolose.

Il sorteggio si fa a una riffa, non nelle istituzioni. Non dove bisogna scegliere il meglio.

Si sorteggia con la monetina la scelta di campo prima della partita. Testa o croce. Ma non si sorteggiano i giocatori da mandare in campo. Non si affida la maglia azzurra al primo nome estratto dal cappello. Non si manda in porta chi capita. Perché la partita la perdi. E quando perdi una partita, pazienza. Quando perdi la credibilità di un’istituzione, non la recuperi con i supplementari.

Il Consiglio Superiore della Magistratura non è un’assemblea condominiale. È l’organo di autogoverno dei giudici. Decide carriere, disciplina, promozioni. Decide — in ultima analisi — la qualità della giustizia che ciascuno di noi incontrerà nella vita. Affidarlo al caso significa dichiarare che il merito non conta più. Che l’esperienza è un optional. Che la responsabilità può essere delegata alla fortuna.

È questo il paradosso: si denuncia la degenerazione delle correnti, e invece di bonificare il terreno si propone di abolire l’agricoltura. Siccome la politica delle toghe ha prodotto scandali, allora togliamo la politica. E come la togliamo? Con il sorteggio. Con la dea bendata elevata a criterio costituzionale.

Ma la democrazia non è un casinò.

Certo, le correnti hanno mostrato il loro volto peggiore. Hanno trasformato l’autogoverno in autoconservazione. Hanno dato l’impressione che le nomine fossero frutto di accordi più che di meriti. E questo è un male. Un male serio. Ma la cura non può essere la rinuncia alla scelta.

Perché scegliere è faticoso. È esporsi. È assumersi la responsabilità di dire: questo è il migliore. Il sorteggio, invece, assolve tutti. Se va male, è colpa del destino. Se va bene, è un colpo di fortuna. È la politica che si lava le mani come Ponzio Pilato davanti a una crisi di fiducia.

E poi c’è un altro rischio, più sottile. Il sorteggio viene presentato come neutrale, puro, incontaminato. Ma non esiste neutralità nel meccanismo che seleziona il potere. Anche stabilire chi può essere sorteggiato è una scelta. Anche definire la lista da cui si pesca è un atto politico. La monetina non elimina il problema: lo sposta a monte, dove diventa meno visibile.

Ci raccontano che il sorteggio restituirebbe indipendenza. Ma l’indipendenza non nasce dal caso. Nasce dal carattere. Dalla cultura delle istituzioni. Dalla trasparenza dei criteri. Dalla capacità di punire chi sbaglia e premiare chi merita.

Se la magistratura ha bisogno di essere riformata — e ne ha bisogno — lo si faccia con rigore. Si limitino le correnti, si rafforzino i criteri oggettivi, si separino con chiarezza le funzioni se lo si ritiene necessario. Ma non si scambi la lotta alla degenerazione con l’abdicazione al principio di responsabilità.

Una Repubblica che affida al sorteggio uno dei suoi snodi fondamentali manda un messaggio pericoloso: che scegliere è impossibile, che il merito è sospetto, che la competenza è un fastidio.

La monetina può decidere chi batte il calcio d’inizio. Non i giocatori che scendono in campo. Non chi governa la giustizia.

Perché la giustizia non è un gioco. E lo Stato non è una riffa di paese.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

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