Politica e Giustizia. Reggio Calabria. Il sorteggio e la tentazione dell’urna cieca
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Reggio Calabria il silenzio dei partiti sul referendum della Giustizia del 22 e 23 marzo 2026 non è distrazione. È prudenza. O inquietudine. Mentre a Roma si discute di separazione delle carriere, qui la parola che serpeggia nei corridoi – ma che pochi pronunciano ad alta voce – è un’altra: sorteggio.
Il meccanismo previsto dalla riforma Nordio per la composizione del CSM spezza l’equilibrio consolidato delle correnti. E questo, oggettivamente, cambia le regole del gioco. Da un lato, c’è chi vede nel sorteggio l’unico antidoto serio al correntismo, che negli ultimi anni ha trasformato l’autogoverno della magistratura in una partita tra blocchi organizzati. Dall’altro, c’è chi teme che l’estrazione a sorte sostituisca un sistema imperfetto con uno cieco.
I vantaggi sono evidenti. Il sorteggio riduce il peso delle correnti, rompe le filiere di consenso interno, rende meno prevedibili le nomine. Un membro del CSM estratto a sorte non deve la propria posizione a una campagna elettorale interna, a un gruppo organizzato, a un patto tra toghe. Questo potrebbe rafforzare l’indipendenza individuale e ridurre le dinamiche di scambio. In territori delicati come la Calabria, dove le decisioni giudiziarie incidono profondamente sulla vita politica e amministrativa, l’imprevedibilità può diventare sinonimo di autonomia.
Ma fermarsi qui sarebbe propaganda.
Il primo dato, spesso taciuto, è che la parola “sorteggio” non compare nella Costituzione. L’articolo 104 parla di membri eletti dai magistrati e dal Parlamento. L’elezione, non l’estrazione casuale, è il criterio previsto dai Costituenti per garantire rappresentanza e legittimazione. Introdurre il sorteggio significa reinterpretare quello spirito, se non modificarlo nel profondo.
Secondo punto: il sorteggio non garantisce competenza. Può capitare il magistrato rigoroso e preparato, come può capitare chi non ha esperienza organizzativa o visione sistemica. L’autogoverno della magistratura non è una funzione simbolica: decide su nomine, carriere, procedimenti disciplinari. Affidare queste scelte a un organismo composto anche per caso solleva una domanda legittima: la casualità è compatibile con la qualità delle decisioni?
Terzo nodo: la responsabilità. Un eletto risponde – almeno in teoria – a chi lo ha scelto. Un sorteggiato risponde solo alla legge e alla propria coscienza. È un bene? Forse sì, sul piano dell’indipendenza. Ma è anche un limite sul piano della rappresentatività. Il CSM non è un tribunale, è un organo di governo interno. E ogni governo presuppone un minimo di legittimazione attiva.
A Reggio Calabria, dove la magistratura incrocia spesso la politica in fascicoli delicati, il timore dei partiti è che un CSM meno controllabile renda le nomine più imprevedibili. È una paura che può nascondere interessi di parte, certo. Ma è anche il segno di un cambiamento reale negli equilibri istituzionali. Non tutto ciò che preoccupa la politica è automaticamente virtuoso; non tutto ciò che la libera dal controllo è automaticamente giusto.
Il sorteggio è democraticamente spietato, ma non è neutrale. Riduce le correnti, ma riduce anche la possibilità di scelta consapevole. Spezza le reti di influenza, ma introduce un elemento di aleatorietà in un organo costituzionale. È un rimedio forte a un male altrettanto forte. E come tutti i rimedi drastici, porta con sé effetti collaterali.
Il punto, allora, non è tifare “Sì” o “No” per appartenenza. È chiedersi quale modello di autogoverno vogliamo: uno basato sulla competizione elettiva, con tutti i rischi di organizzazione correntizia; oppure uno fondato sull’estrazione, che taglia i legami ma affida al caso una parte del potere.
Su Carta Straccia lo abbiamo sempre detto: l’informazione non deve sedurre, deve chiarire. E la chiarezza impone di riconoscere che il sorteggio può essere un argine al correntismo, ma non è scritto nelle tavole della legge costituzionale; può rafforzare l’indipendenza, ma indebolire la rappresentatività; può rendere più difficile l’influenza politica, ma anche meno prevedibile la qualità delle scelte.
A Reggio, come altrove, la vera sfida non è temere l’urna né idolatrarla. È decidere se preferiamo un sistema imperfetto ma scelto, o uno imprevedibile ma sottratto alle filiere del consenso.
Il resto è propaganda. E quella, purtroppo, non ha mai bisogno di sorteggio.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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