Quelli che spariscono
Il racconto di Luigi Palamara
Il sentiero saliva lento tra i faggi, e la nebbia si posava bassa come un respiro trattenuto. In Aspromonte, le cose non spariscono mai davvero: si nascondono.
Antonio camminava senza fretta, con le mani dietro la schiena. Ogni tanto si fermava, guardava giù verso il paese, poi riprendeva.
Lo raggiunse Pietro, con passo più corto.
«Ti cercavo,» disse.
Antonio non si voltò subito. «Mi hai trovato.»
«Non è la stessa cosa.»
Si fermarono entrambi. Il vento muoveva le foglie secche.
«Dicono che vuoi partire,» continuò Pietro.
Antonio fece un mezzo sorriso. «Qui lo sanno sempre prima degli interessati.»
«E dove vai?»
«Lontano.»
«Quanto lontano?»
Antonio si strinse nelle spalle. «Abbastanza.»
Pietro lo guardò con attenzione. «Non è da te.»
«Nemmeno restare lo è più.»
Silenzio. Un corvo passò sopra di loro.
«Che ti è successo?» chiese Pietro.
Antonio si sedette su una pietra.
«Niente che si possa raccontare bene.»
«Prova.»
Antonio rimase qualche secondo in silenzio, poi disse:
«Hai mai pensato di sparire?»
Pietro lo fissò. «Sparire?»
«Sì. Non morire. Sparire. Come se non fossi mai esistito.»
Pietro scosse la testa. «Queste sono cose da città, da gente che non ha radici.»
Antonio sorrise appena. «Le radici possono anche soffocare.»
Pietro non rispose.
«Ho letto,» continuò Antonio, «che in Giappone succede. Paghi e ti aiutano a sparire. Di notte. Ti portano via tutto. Casa, nome, vita.»
«E poi?»
«Poi niente. Non sei più nessuno.»
Pietro fece un passo indietro. «E questo ti sembra vivere?»
Antonio alzò gli occhi. «E questo ti sembra vivere?»
Il vento si fermò di colpo, come per ascoltare.
«Qui,» disse Antonio, «tutti sanno tutto. Anche quello che non è vero. E quello che è vero pesa di più.»
«È sempre stato così.»
«Appunto.»
Pietro si sedette accanto a lui. «E quindi scappi?»
Antonio scosse la testa. «No. Mi tolgo.»
«È la stessa cosa.»
«No. Scappare è avere paura. Sparire è non voler più essere visto.»
Pietro rimase zitto.
«Quando uno sparisce,» continuò Antonio, «non è perché non vuole essere trovato. È perché da tempo nessuno lo cerca davvero.»
Quelle parole rimasero sospese.
«E tua madre?» chiese piano Pietro.
Antonio abbassò lo sguardo. «Penserà che sono partito per lavoro.»
«E tu pensi che non capirà?»
Antonio si passò una mano sul viso. «Le madri capiscono sempre. Ma fanno finta di no. È il loro modo di lasciarti andare.»
Il sole provò a filtrare tra le nuvole, senza riuscirci.
«E dove andrai?» insistette Pietro.
«In un posto dove nessuno mi conosce.»
«E credi che basti?»
Antonio lo guardò. «Basta per ricominciare.»
Pietro scosse la testa lentamente. «No. Basta per nascondersi.»
Antonio si alzò. «A volte è la stessa cosa.»
Restarono in piedi uno davanti all’altro.
«Quando parti?» chiese Pietro.
«Stanotte.»
Pietro abbassò lo sguardo. «Sempre di notte, eh.»
Antonio fece un cenno. «La notte non fa domande.»
«E noi?»
Antonio esitò. «Voi siete la parte difficile.»
Il vento tornò a soffiare.
«Antonio,» disse Pietro, «qui nessuno sparisce davvero.»
Antonio guardò la montagna. «No. Qui si resta anche quando si va via.»
Pietro allungò la mano. Antonio la strinse.
«Se torni…»
Antonio lo interruppe: «Se torno, vorrà dire che non sono riuscito a sparire.»
Pietro lo lasciò andare.
Antonio riprese il sentiero, questa volta in discesa.
La sua figura si fece più piccola, poi si confuse tra gli alberi.
Pietro rimase lì, a guardare.
Dopo un po’, disse a voce bassa:
«Non è vero che non ti cercheremo.»
Ma ormai non c’era più nessuno a sentirlo.
In Aspromonte, pensò, non si evapora.
Si resta, anche quando si scompare.
Luigi Palamara Giuornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Aspromonte. Quelli che spariscono Il racconto di Luigi Palamara Il sentiero saliva lento tra i faggi, e la nebbia si posava bassa come un respiro trattenuto. In Aspromonte, le cose non spariscono mai davvero: si nascondono. Antonio camminava senza fretta, con le mani dietro la schiena. Ogni tanto si fermava, guardava giù verso il paese, poi riprendeva. Lo raggiunse Pietro, con passo più corto. «Ti cercavo,» disse. Antonio non si voltò subito. «Mi hai trovato.» «Non è la stessa cosa.» Si fermarono entrambi. Il vento muoveva le foglie secche. «Dicono che vuoi partire,» continuò Pietro. Antonio fece un mezzo sorriso. «Qui lo sanno sempre prima degli interessati.» «E dove vai?» «Lontano.» «Quanto lontano?» Antonio si strinse nelle spalle. «Abbastanza.» Pietro lo guardò con attenzione. «Non è da te.» «Nemmeno restare lo è più.» Silenzio. Un corvo passò sopra di loro. «Che ti è successo?» chiese Pietro. Antonio si sedette su una pietra. «Niente che si possa raccontare bene.» «Prova.» Antonio rimase qualche secondo in silenzio, poi disse: «Hai mai pensato di sparire?» Pietro lo fissò. «Sparire?» «Sì. Non morire. Sparire. Come se non fossi mai esistito.» Pietro scosse la testa. «Queste sono cose da città, da gente che non ha radici.» Antonio sorrise appena. «Le radici possono anche soffocare.» Pietro non rispose. «Ho letto,» continuò Antonio, «che in Giappone succede. Paghi e ti aiutano a sparire. Di notte. Ti portano via tutto. Casa, nome, vita.» «E poi?» «Poi niente. Non sei più nessuno.» Pietro fece un passo indietro. «E questo ti sembra vivere?» Antonio alzò gli occhi. «E questo ti sembra vivere?» Il vento si fermò di colpo, come per ascoltare. «Qui,» disse Antonio, «tutti sanno tutto. Anche quello che non è vero. E quello che è vero pesa di più.» «È sempre stato così.» «Appunto.» Pietro si sedette accanto a lui. «E quindi scappi?» Antonio scosse la testa. «No. Mi tolgo.» «È la stessa cosa.» «No. Scappare è avere paura. Sparire è non voler più essere visto.» Pietro rimase zitto. «Quando uno sparisce,» continuò Antonio, «non è perché non vuole essere trovato. È perché da tempo nessuno lo cerca davvero.» Quelle parole rimasero sospese. «E tua madre?» chiese piano Pietro. Antonio abbassò lo sguardo. «Penserà che sono partito per lavoro.» «E tu pensi che non capirà?» Antonio si passò una mano sul viso. «Le madri capiscono sempre. Ma fanno finta di no. È il loro modo di lasciarti andare.» Il sole provò a filtrare tra le nuvole, senza riuscirci. «E dove andrai?» insistette Pietro. «In un posto dove nessuno mi conosce.» «E credi che basti?» Antonio lo guardò. «Basta per ricominciare.» Pietro scosse la testa lentamente. «No. Basta per nascondersi.» Antonio si alzò. «A volte è la stessa cosa.» Restarono in piedi uno davanti all’altro. «Quando parti?» chiese Pietro. «Stanotte.» Pietro abbassò lo sguardo. «Sempre di notte, eh.» Antonio fece un cenno. «La notte non fa domande.» «E noi?» Antonio esitò. «Voi siete la parte difficile.» Il vento tornò a soffiare. «Antonio,» disse Pietro, «qui nessuno sparisce davvero.» Antonio guardò la montagna. «No. Qui si resta anche quando si va via.» Pietro allungò la mano. Antonio la strinse. «Se torni…» Antonio lo interruppe: «Se torno, vorrà dire che non sono riuscito a sparire.» Pietro lo lasciò andare. Antonio riprese il sentiero, questa volta in discesa. La sua figura si fece più piccola, poi si confuse tra gli alberi. Pietro rimase lì, a guardare. Dopo un po’, disse a voce bassa: «Non è vero che non ti cercheremo.» Ma ormai non c’era più nessuno a sentirlo. In Aspromonte, pensò, non si evapora. Si resta, anche quando si scompare. Luigi Palamara Giuornalista e Artista Aspromontàno #aspromonte #racconti #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara

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