STRETTE DI MANO E SERVILISMO: LA MONTAGNA HA DECISO, MEGLIO IL SILENZIO
Il gesto di Gratteri spiegato da chi la dignità non l'ha mai fotografata, ma vissuta.
L'Editoriale di Luigi Palamara
L’Aspromonte, la sera, si stringe addosso come una coperta ruvida. I castagni fanno ombra anche quando il sole è già sceso, e il silenzio non è mai davvero silenzio: è un parlare basso di foglie, di vento, di passi lontani.
Seduti su una panca di legno davanti alla casa, compare Rocco e il giovane Michele guardavano la strada che scendeva verso il paese.
«Avete sentito?» disse Michele, rompendo il silenzio. «Dicono che non gli ha dato la mano.»
Rocco non si voltò subito. Tirò una boccata lenta dalla sigaretta e poi la lasciò uscire piano, come se le parole dovessero passare prima dal fumo.
«E perché gliela doveva dare?»
Michele si strinse nelle spalle. «Così si fa. Quando uno ti tende la mano…»
Rocco fece un mezzo sorriso, appena accennato.
«Così si fa dove? Qua?» e con il mento indicò la montagna, le case sparse, la strada che finiva tra le pietre. «Qua la mano non è una cosa che si dà per abitudine.»
Il ragazzo rimase zitto. Non era di lì, si capiva dal modo in cui guardava le cose, come se aspettasse sempre una spiegazione.
«Vedi,» continuò Rocco, «la mano è come la parola. Se la dai a tutti, non vale più niente.»
Dal fondo della strada arrivò compare Totò, con il passo lento e il bastone che picchiava ritmico sulla terra.
«Parlate ancora di quella storia?» disse, sedendosi accanto a loro senza chiedere permesso. «Non avete altro da fare?»
«Stiamo cercando di capire,» rispose Michele. «Perché uno rifiuta una stretta di mano… fa impressione.»
Totò lo guardò, con quegli occhi piccoli che sembravano sapere sempre qualcosa in più.
«Fa impressione a chi non ha mai dato peso ai gesti,» disse. «Qui da noi, una mano può valere più di cento parole.»
«Ma quello è un giornalista importante,» insistette il ragazzo. «Uno che scrive, che parla…»
Rocco sbatté la cenere a terra.
«Appunto. Scrive, parla. Ma dice quello che pensa o quello che gli dicono?»
Michele non rispose. Non aveva una risposta pronta, e questo lo infastidiva.
Totò intervenne piano, quasi per non disturbare la montagna.
«Una volta,» disse, «gli uomini si riconoscevano da come tenevano la parola. Ora si riconoscono da come stanno davanti agli altri. Ma è una cosa diversa.»
Il vento si alzò per un momento, portando l’odore della legna bruciata da qualche casa lontana.
«E allora ha fatto bene?» chiese Michele, più a se stesso che agli altri.
Rocco si alzò, stirando le gambe.
«Ha fatto quello che sentiva,» disse. «E questo basta.»
«Ma l’altro si è offeso.»
Totò fece un piccolo gesto con la mano, come per scacciare una mosca.
«Chi si offende per una mano non data, forse cercava più la scena che il rispetto.»
Rimasero in silenzio. La strada ormai era scura, e le prime luci del paese si accendevano una a una, come stelle basse.
Michele guardò le sue mani, aperte sulle ginocchia.
«Allora… non si deve dare sempre?»
Rocco lo guardò finalmente negli occhi.
«No,» disse. «La mano si dà quando c’è stima. Se no, è meglio lasciarla ferma.»
Il ragazzo abbassò il capo piano, come se avesse capito qualcosa che non sapeva spiegare.
In lontananza un cane abbaiò, e poi tutto tornò come prima: il vento, gli alberi, e quella montagna che non insegnava con le parole, ma con i silenzi.
E lì, tra quei silenzi, una mano non data non era un’offesa.
Era una verità.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara STRETTE DI MANO E SERVILISMO: LA MONTAGNA HA DECISO, MEGLIO IL SILENZIO Il gesto di Gratteri spiegato da chi la dignità non l'ha mai fotografata, ma vissuta. L'Editoriale di Luigi Palamara L’Aspromonte, la sera, si stringe addosso come una coperta ruvida. I castagni fanno ombra anche quando il sole è già sceso, e il silenzio non è mai davvero silenzio: è un parlare basso di foglie, di vento, di passi lontani. Seduti su una panca di legno davanti alla casa, compare Rocco e il giovane Michele guardavano la strada che scendeva verso il paese. «Avete sentito?» disse Michele, rompendo il silenzio. «Dicono che non gli ha dato la mano.» Rocco non si voltò subito. Tirò una boccata lenta dalla sigaretta e poi la lasciò uscire piano, come se le parole dovessero passare prima dal fumo. «E perché gliela doveva dare?» Michele si strinse nelle spalle. «Così si fa. Quando uno ti tende la mano…» Rocco fece un mezzo sorriso, appena accennato. «Così si fa dove? Qua?» e con il mento indicò la montagna, le case sparse, la strada che finiva tra le pietre. «Qua la mano non è una cosa che si dà per abitudine.» Il ragazzo rimase zitto. Non era di lì, si capiva dal modo in cui guardava le cose, come se aspettasse sempre una spiegazione. «Vedi,» continuò Rocco, «la mano è come la parola. Se la dai a tutti, non vale più niente.» Dal fondo della strada arrivò compare Totò, con il passo lento e il bastone che picchiava ritmico sulla terra. «Parlate ancora di quella storia?» disse, sedendosi accanto a loro senza chiedere permesso. «Non avete altro da fare?» «Stiamo cercando di capire,» rispose Michele. «Perché uno rifiuta una stretta di mano… fa impressione.» Totò lo guardò, con quegli occhi piccoli che sembravano sapere sempre qualcosa in più. «Fa impressione a chi non ha mai dato peso ai gesti,» disse. «Qui da noi, una mano può valere più di cento parole.» «Ma quello è un giornalista importante,» insistette il ragazzo. «Uno che scrive, che parla…» Rocco sbatté la cenere a terra. «Appunto. Scrive, parla. Ma dice quello che pensa o quello che gli dicono?» Michele non rispose. Non aveva una risposta pronta, e questo lo infastidiva. Totò intervenne piano, quasi per non disturbare la montagna. «Una volta,» disse, «gli uomini si riconoscevano da come tenevano la parola. Ora si riconoscono da come stanno davanti agli altri. Ma è una cosa diversa.» Il vento si alzò per un momento, portando l’odore della legna bruciata da qualche casa lontana. «E allora ha fatto bene?» chiese Michele, più a se stesso che agli altri. Rocco si alzò, stirando le gambe. «Ha fatto quello che sentiva,» disse. «E questo basta.» «Ma l’altro si è offeso.» Totò fece un piccolo gesto con la mano, come per scacciare una mosca. «Chi si offende per una mano non data, forse cercava più la scena che il rispetto.» Rimasero in silenzio. La strada ormai era scura, e le prime luci del paese si accendevano una a una, come stelle basse. Michele guardò le sue mani, aperte sulle ginocchia. «Allora… non si deve dare sempre?» Rocco lo guardò finalmente negli occhi. «No,» disse. «La mano si dà quando c’è stima. Se no, è meglio lasciarla ferma.» Il ragazzo abbaso il capo piano, come se avesse capito qualcosa che non sapeva spiegare. In lontananza un cane abbaiò, e poi tutto tornò come prima: il vento, gli alberi, e quella montagna che non insegnava con le parole, ma con i silenzi. E lì, tra quei silenzi, una mano non data non era un’offesa. Era una verità. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #nicolagratteri #alessandrosallusti #aspromonte #strettadimano #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara

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