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Messina e il Ponte: il giorno in cui il Sud ha smesso di chiedere permesso.

Messina e il Ponte: il giorno in cui il Sud ha smesso di chiedere permesso.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
A Messina, ieri 28 marzo 2026, non è andata in scena una manifestazione. È andata in scena una dichiarazione di volontà. Che è cosa diversa, e assai più seria. Le manifestazioni passano, sfilano, si sciolgono. Le volontà, invece, restano. E qualche volta fanno la storia.

In Piazza Unione Europea, sotto il sole di marzo, non c’era una folla oceanica. C’era però qualcosa di più importante dei numeri: c’era una gente venuta per dire basta. Basta al repertorio stanco dei rinvii, delle cautele, dei distinguo, delle commissioni che studiano, approfondiscono, rinviano ancora. Basta a quel vizio nazionale per cui al Sud si promette tutto e si realizza niente, salvo poi stupirsi se il Sud si svuota, si arrabbia o si arrende.

Il Ponte sullo Stretto divide da decenni l’Italia in due partiti morali prima ancora che politici: quelli che vogliono fare e quelli che campano sul non fare. I primi possono sbagliare, certo. Ma almeno provano a lasciare un’opera. I secondi lasciano sempre e soltanto alibi. E gli alibi, in questo Paese, sono il cemento più usato.

Messina ieri ha detto una cosa semplice: è finito il tempo in cui la modernità per il Mezzogiorno doveva sembrare un lusso, una concessione, quasi una sfacciataggine. Mille persone, venticinque pullman, delegazioni dalla Sicilia e dalla Calabria, amministratori, professionisti, giovani. Non un pubblico da cartolina, ma una comunità che ha deciso di presentarsi in piazza con una domanda brutale nella sua ovvietà: perché ciò che altrove è infrastruttura, qui deve diventare ideologia?

Sul palco si sono alternate le parole della politica. E come sempre accade in queste occasioni, alcune avevano il peso dei fatti, altre il fiato della propaganda. Matteo Salvini ha chiamato il Ponte “opera di pace e di lavoro”. Formula enfatica, certo. Ma non priva di una verità elementare: il lavoro, quando è vero, è davvero l’antidoto più serio contro la miseria civile, contro l’assistenzialismo, contro la criminalità che prospera dove lo Stato arriva tardi o arriva male. Dire che un cantiere non basta a battere la mafia è giusto. Ma dire che la mafia si combatte anche togliendole il monopolio dell’economia è più giusto ancora.

Francesco Cannizzaro ha parlato di “rivoluzione culturale”. E forse questa è stata la definizione più onesta della giornata. Perché il Ponte, prima ancora che un’opera ingegneristica, è diventato un test psicologico nazionale. Misura il coraggio di una classe dirigente, la fiducia di un territorio, la capacità di un Paese di immaginarsi intero. Da una parte c’è chi continua a rovistare nei cavilli come certi burocrati di provincia rovistano nei cassetti: non per trovare una soluzione, ma per trovare un pretesto. Dall’altra c’è chi, magari con toni roboanti, ha almeno il merito di assumersi una responsabilità.

La verità è che il Ponte fa paura non soltanto per la sua grandezza tecnica o per i suoi costi. Fa paura perché obbliga l’Italia a scegliere. Se lo fai, ammetti che il Sud non è una periferia da consolare ma una parte strategica del Paese. Se non lo fai, confessi che l’unità nazionale è ancora un esercizio retorico buono per le celebrazioni ufficiali e per nessun’altra cosa.

Anche per questo la presenza compatta di Schifani e Occhiuto ha avuto un peso simbolico che va oltre il cerimoniale. Sicilia e Calabria, per una volta, non come due sponde abituate a guardarsi da lontano, ma come due territori che tentano di parlarsi nel linguaggio più concreto che esista: quello delle strade, dei binari, dei traffici, del lavoro. Tutto il resto viene dopo. Anche la poesia dell’unità, prima o poi, ha bisogno di piloni.

I promotori hanno insistito su tre parole: occupazione, ambiente, logistica. Hanno ricordato le migliaia di candidature già raccolte, la riduzione delle emissioni dovuta all’abbattimento delle attese dei traghetti, l’inserimento della Sicilia in una rete europea che da troppo tempo la lambisce senza davvero includerla. Sono argomenti seri, che meritano verifiche serie. Ma almeno sono argomenti da Paese adulto. Meglio discutere di cantieri, emissioni, corridoi ferroviari e cronoprogrammi che continuare a dibattere, come in un salotto esausto, se il Sud abbia o meno il diritto di aspirare alla normalità.

Ecco il punto: il Ponte non è il paradiso. Non redimerà da solo il Mezzogiorno, non guarirà la pubblica amministrazione, non cancellerà sprechi, clientele, inefficienze, paure. Le grandi opere non sono miracoli. Sono strumenti. E gli strumenti, da soli, non salvano nessuno. Ma un Paese che rinuncia agli strumenti per timore di usarli male è un Paese che ha già scelto la propria decadenza.

Messina, ieri, ha fatto qualcosa che l’Italia dovrebbe osservare con rispetto e con un po’ di vergogna. Ha smesso di supplicare. Ha smesso di giustificarsi. Ha detto che vuole essere collegata, contare, partecipare. Ha chiesto non favori, ma infrastrutture. Non elemosine, ma pari dignità.

Adesso viene la parte difficile, quella in cui la politica italiana di solito si sgonfia come un pallone bucato: mantenere. Entro settembre 2026, promettono, si vedranno i primi movimenti di terra. Bene. Sarà allora che la retorica dovrà lasciare il posto alla prova dei fatti. Sarà allora che si vedrà se il Ponte era davvero un progetto nazionale o l’ennesimo comizio con vista sul mare.

Ma una cosa, intanto, è successa. Ed è successa ieri. Per qualche ora, a Messina, il Sud non è sembrato la terra delle attese infinite. È sembrato, semplicemente, un luogo d’Europa che pretende di essere trattato come tale.

Ed era ora.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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