D’Ascola e il coraggio del “Sì” sulla giustizia
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcuni momenti nella vita pubblica di un Paese ci dicono che la questione non è soltanto tecnica, ma diventa politica nel senso più alto del termine. Il referendum sulla giustizia è uno di questi momenti. E a dirlo con chiarezza, senza giri di parole, è stato l’avvocato Nico D’Ascola, intervenuto a Reggio Calabria durante un incontro pubblico a favore del “Sì”.
Non un sì timido, non un sì diplomatico, ma un sì netto, ragionato e politico.
Perché Nico D’Ascola non parla da improvvisato commentatore della giustizia. Parla da penalista, da giurista, da uomo che di queste questioni si occupa da quasi quarant’anni. Lo ha ricordato lui stesso: della separazione delle carriere discute dal 1987, quando al congresso di Bari si iniziò a comprendere che il nuovo processo penale avrebbe avuto un cuore preciso — il contraddittorio — e che quel principio avrebbe dovuto essere difeso con forza.
Ma per capire il senso del suo intervento bisogna partire dalla domanda che D’Ascola ha posto con lucidità quasi brutale: come è stato possibile che in Italia si rovesciasse il rapporto di forza tra politica e magistratura?
Non è una provocazione. È una constatazione storica.
Negli ultimi trent’anni il potere della magistratura è cresciuto enormemente mentre quello della politica si è progressivamente indebolito. E questo, ha spiegato Nico D’Ascola, non è accaduto per caso. È il risultato di una lunga evoluzione culturale che affonda le sue radici già negli anni Cinquanta e Sessanta, quando in alcune correnti della magistratura si sviluppò l’idea di una sorta di primato morale rispetto alla politica.
Quella teoria trovò il suo momento di massima espansione nei primi anni Novanta, con la stagione di Mani Pulite.
Chi ha vissuto quegli anni lo ricorda bene. I partiti della Prima Repubblica crollavano uno dopo l’altro, la politica appariva delegittimata, e mentre quel mondo si dissolgeva emergeva un nuovo potere: quello delle procure.
Il clima era tale che si arrivò perfino a immaginare — e non come semplice battuta — che il procuratore della Repubblica di Milano potesse diventare Presidente della Repubblica e che alcuni suoi sostituti potessero guidare ministeri chiave.
Quel progetto non si realizzò. Ma la cultura che lo aveva reso immaginabile è rimasta.
Ed è la stessa cultura che oggi, secondo D’Ascola, si presenta sotto una nuova veste: quella dei cosiddetti “guardiani della Costituzione”, pronti a denunciare un presunto attentato all’ordine costituzionale ogni volta che si parla di riformare la giustizia.
Su questo punto l’avvocato calabrese è stato chiarissimo: non esiste nella Costituzione italiana alcun principio che imponga l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
La Costituzione tutela l’indipendenza della magistratura e la terzietà del giudice. Non tutela un assetto organizzativo specifico.
E allora la domanda che Nico D’Ascola pone è semplice:
può dirsi davvero terzo un sistema nel quale chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso ordine?
Non si tratta di mettere in discussione l’onestà dei magistrati. Sarebbe una polemica sterile. Il punto è un altro: le istituzioni non si costruiscono sulla fiducia nelle persone, ma sull’equilibrio delle regole.
Il codice di procedura penale del 1988 aveva cercato di avvicinare l’Italia a un modello accusatorio fondato sul contraddittorio. Anni dopo l’articolo 111 della Costituzione ha rafforzato quel principio.
Ma, come ha ricordato D’Ascola, quel modello non è mai stato realizzato pienamente. Il sistema italiano è rimasto un ibrido: metà accusatorio e metà inquisitorio. Un sistema in cui spesso lo stesso giudice che decide è anche quello che ha regolato il contraddittorio e l’ammissione delle prove.
Ecco perché, secondo Nico D’Ascola, la separazione delle carriere non è un attacco alla magistratura. È un tentativo di completare una riforma rimasta a metà.
Ciò che colpisce, semmai, è il clima con cui il dibattito si sta svolgendo. In questa campagna referendaria — ha osservato l’avvocato — i toni sono diventati talmente accesi che, paradossalmente, le campagne elettorali della politica sembrano oggi più moderate.
Ma la questione resta profondamente politica.
Il diritto penale non è una disciplina neutrale. Lo ricordava uno dei grandi maestri del diritto italiano, Marcello Gallo, citato dallo stesso D’Ascola:
«Se vuoi conoscere il grado di liberalismo di un sistema politico, leggi il suo codice penale e il suo codice di procedura penale.»
Per questo il referendum sulla giustizia non è una disputa tra corporazioni. Non è uno scontro tra magistrati e avvocati.
È una scelta sul tipo di Stato che vogliamo.
Ed è per questo che Nico D’Ascola ha scelto di esporsi con chiarezza: votare Sì.
Non perché la riforma risolva ogni problema della giustizia italiana — nessuna riforma lo farebbe — ma perché rappresenta un passo verso un processo più equilibrato, più coerente con il principio della terzietà del giudice.
Il resto, come sempre in democrazia, spetta ai cittadini.
Si può votare sì.
Si può votare no.
Ma — come ha ricordato Nico D’Ascola — sarebbe utile farlo con memoria storica e senso delle istituzioni, non con anatemi.
Perché le democrazie mature non temono le riforme.
Temono soltanto le verità che nessuno ha il coraggio di dire.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontano
@luigi.palamara Reggio Calabria. D’Ascola e il coraggio del “Sì” sulla giustizia L'Editoriale di Luigi Palamara Alcuni momenti nella vita pubblica di un Paese ci dicono che la questione non è soltanto tecnica, ma diventa politica nel senso più alto del termine. Il referendum sulla giustizia è uno di questi momenti. E a dirlo con chiarezza, senza giri di parole, è stato l’avvocato Nico D’Ascola, intervenuto a Reggio Calabria durante un incontro pubblico a favore del “Sì”. Non un sì timido, non un sì diplomatico, ma un sì netto, ragionato e politico. Perché Nico D’Ascola non parla da improvvisato commentatore della giustizia. Parla da penalista, da giurista, da uomo che di queste questioni si occupa da quasi quarant’anni. Lo ha ricordato lui stesso: della separazione delle carriere discute dal 1987, quando al congresso di Bari si iniziò a comprendere che il nuovo processo penale avrebbe avuto un cuore preciso — il contraddittorio — e che quel principio avrebbe dovuto essere difeso con forza. Ma per capire il senso del suo intervento bisogna partire dalla domanda che D’Ascola ha posto con lucidità quasi brutale: come è stato possibile che in Italia si rovesciasse il rapporto di forza tra politica e magistratura? Non è una provocazione. È una constatazione storica. Negli ultimi trent’anni il potere della magistratura è cresciuto enormemente mentre quello della politica si è progressivamente indebolito. E questo, ha spiegato Nico D’Ascola, non è accaduto per caso. È il risultato di una lunga evoluzione culturale che affonda le sue radici già negli anni Cinquanta e Sessanta, quando in alcune correnti della magistratura si sviluppò l’idea di una sorta di primato morale rispetto alla politica. Quella teoria trovò il suo momento di massima espansione nei primi anni Novanta, con la stagione di Mani Pulite. Chi ha vissuto quegli anni lo ricorda bene. I partiti della Prima Repubblica crollavano uno dopo l’altro, la politica appariva delegittimata, e mentre quel mondo si dissolgeva emergeva un nuovo potere: quello delle procure. Il clima era tale che si arrivò perfino a immaginare — e non come semplice battuta — che il procuratore della Repubblica di Milano potesse diventare Presidente della Repubblica e che alcuni suoi sostituti potessero guidare ministeri chiave. Quel progetto non si realizzò. Ma la cultura che lo aveva reso immaginabile è rimasta. Ed è la stessa cultura che oggi, secondo D’Ascola, si presenta sotto una nuova veste: quella dei cosiddetti “guardiani della Costituzione”, pronti a denunciare un presunto attentato all’ordine costituzionale ogni volta che si parla di riformare la giustizia. Su questo punto l’avvocato calabrese è stato chiarissimo: non esiste nella Costituzione italiana alcun principio che imponga l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. La Costituzione tutela l’indipendenza della magistratura e la terzietà del giudice. Non tutela un assetto organizzativo specifico. E allora la domanda che Nico D’Ascola pone è semplice: può dirsi davvero terzo un sistema nel quale chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso ordine? Non si tratta di mettere in discussione l’onestà dei magistrati. Sarebbe una polemica sterile. Il punto è un altro: le istituzioni non si costruiscono sulla fiducia nelle persone, ma sull’equilibrio delle regole. Il codice di procedura penale del 1988 aveva cercato di avvicinare l’Italia a un modello accusatorio fondato sul contraddittorio. Anni dopo l’articolo 111 della Costituzione ha rafforzato quel principio. Ma, come ha ricordato D’Ascola, quel modello non è mai stato realizzato pienamente. Il sistema italiano è rimasto un ibrido: metà accusatorio e metà inquisitorio. Un sistema in cui spesso lo stesso giudice che decide è anche quello che ha regolato il contraddittorio e l’ammissione delle prove. Ecco perché, secondo Nico D’Ascola, la separazione delle carriere non è un attacco alla magistratura. È un tentativo di completare una riforma rimasta a metà. Ciò che colpisce, semmai, è il clima con cui il dibattit
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