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Reggio Calabria. GOM. Distanza 100 metri, attesa 30 Minuti: Il paradosso di un’ambulanza che non parte se non lo dice Catanzaro.

  • Reggio Calabria, l’Assurdo è Servito: crepa di dolore davanti all’Ospedale, ma l’Ambulanza deve arrivare da Scilla!

L'editoriale di Luigi Palamara

Lunedì 9 marzo 2026, a Reggio Calabria, si è consumata una scena che in un Paese civile dovrebbe provocare vergogna. Non indignazione passeggera, non un’alzata di spalle burocratica, ma vergogna vera. Quella che ti costringe a guardarti allo specchio e chiederti: che cosa siamo diventati?

Un uomo sta male. Dolori lancinanti all’addome. Vomita sangue. La figlia chiama il 112 per chiedere un’ambulanza. Non abita in un paesino sperduto dell’Aspromonte. No. Abita di fronte all’ospedale. Davanti al Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. Cento metri. La distanza che un bambino percorre andando a comprare il pane.

Eppure quell’uomo non arriva in ospedale in due minuti.

Aspetta mezz’ora.

Perché l’ambulanza non può partire da lì. Non può partire da quelle che si vedono parcheggiate dal balcone. Deve arrivare da Scilla, perché il coordinamento è a Catanzaro. Così funziona la sanità calabrese: un uomo sanguina a Reggio e la burocrazia decide da un’altra città se può essere soccorso.

È il trionfo dell’assurdo.
È la vittoria della carta sulla vita.

Arrivato finalmente al pronto soccorso, quell’uomo non entra nel vortice efficiente della medicina moderna. No. Entra nel limbo. Nel parcheggio delle barelle. Nella sala d’attesa della sofferenza.

Rimane lì. Ore.

Accanto al triage. Dietro una porta che si apre e si chiude mentre passano altre urgenze. E lui aspetta. Senza sondino, senza flebo, senza una TAC. La figlia lo vede da lontano. Lui le fa cenno di entrare. Ma non può. Il regolamento non lo permette.

Il regolamento.
Sempre lui.
Il regolamento che difende se stesso ma non il malato.

Con lei c’è un medico chirurgo in pensione. Non uno qualsiasi. Uno che in quell’ospedale ha lavorato trentacinque anni in chirurgia d’urgenza. Sa riconoscere una situazione grave quando la vede. Prova a parlare con i medici di turno. Suggerisce. Chiede almeno gli interventi minimi.

Esce ogni volta sconfortato.

«Non si fa così. Non è giusto lasciarlo in quello stato.»

Non è giusto.
Eppure succede.

Dopo tre ore — tre ore quando dentro l’addome di un uomo c’è un’emorragia — qualcuno finalmente ascolta. Una TAC. La diagnosi: emorragia addominale in atto. Operazione urgente.

E qui accade qualcosa che racconta molto bene la tragedia della sanità italiana.

Quando quell’uomo arriva in chirurgia d’urgenza, la sanità funziona. I medici sono preparati. Umani. Rapidi. Lo portano in sala operatoria. L’anestesista fa il suo lavoro con competenza. I chirurghi combattono per salvarlo.

La buona sanità esiste.
È fatta di professionisti seri, spesso eroici.

Ma è soffocata.

Soffocata da un sistema che li lascia pochi, stanchi, logorati. Un pronto soccorso che riceve pazienti da tutta la provincia perché gli ospedali intorno sono stati chiusi. Medici costretti a lavorare sotto una pressione disumana. Turni impossibili. Decisioni prese con la mente annebbiata dalla fatica.

Quando succedono episodi come questo, la tentazione è sempre la stessa: trovare un colpevole. Il medico distratto. L’infermiere freddo. Il sanitario scortese.

È troppo facile.

Il vero colpevole è il sistema.

Un sistema che predica il risparmio come una religione contabile e dimentica che la sanità non è un bilancio. È la differenza tra vivere e morire.

Si risparmia sugli ospedali.
Si risparmia sui medici.
Si risparmia sul personale.

Poi si sprecano milioni altrove.

E mentre si discute di piani sanitari, di commissariamenti, di rientri dal deficit, c’è un uomo su una barella che aspetta tre ore con un’emorragia interna.

Questa non è politica sanitaria.
È abbandono amministrativo.

E il paradosso non finisce qui.

Davanti a quell’ospedale, nella rampa che i pedoni usano per salire e scendere, la notte non c’è luce. Bastano tre o quattro lampadine per evitare che qualcuno cada. Non milioni. Lampadine.

Ma neanche quelle.

È una piccola immagine, quasi simbolica: la sanità che lascia i cittadini al buio.

La figlia di quell’uomo non chiede vendette. Non insulta i medici. Anzi li difende. Sa quanto sia difficile quel mestiere. Nella sua famiglia ce ne sono tanti.

Chiede solo una cosa semplice:
aiutateli.

Assumete altri medici. Date loro condizioni di lavoro umane. Perché chi deve decidere sulla vita di un paziente non può farlo dopo ore di battaglia contro il sovraccarico.

La verità è brutale: un sistema sanitario che funziona grazie all’eroismo dei singoli è un sistema malato.

E prima o poi presenta il conto.

Quel conto lo pagano sempre gli stessi: i cittadini. Su una barella. In attesa che qualcuno, finalmente, si accorga che stanno morendo.

E allora la domanda non è se la sanità calabrese abbia bisogno di riforme.

La domanda è molto più semplice, e molto più scomoda:

quanto deve soffrire ancora la gente prima che qualcuno accenda la luce? 

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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