Reggio Calabria, quando lo sport smette di essere “minore”
L'Editoriale di Luigi Palamara
C’è una parola che a Reggio Calabria si usa troppo spesso quando si parla di sport: minore.
Pallavolo, basket, calcio a cinque. Sport minori, li chiamano. Come se la passione avesse una gerarchia, come se il cuore dei tifosi potesse essere misurato con il metro dei bilanci o delle telecamere nazionali.
Eppure basta entrare al PalaCalafiore, una sera qualunque, per capire quanto questa definizione sia sbagliata. Quattromila persone sugli spalti. Famiglie, ragazzi, bambini con la sciarpa al collo. Non è folklore, non è nostalgia. È vita. È una città che, per qualche ora, smette di guardarsi allo specchio delle sue difficoltà e torna a credere in qualcosa.
A raccontarlo, quasi con stupore, è Billy Gurnari, voce appassionata della pallavolo reggina:
“Quello che sta succedendo è qualcosa di meraviglioso. Si parla sempre dei fasti del passato, ma la cosa più bella è quello che si sta realizzando oggi.”
E in effetti qualcosa sta accadendo davvero. La Domotek Volley Reggio Calabria ha portato in città la Coppa Italia di Serie A3, un trofeo che a livello maschile non era mai arrivato prima. Non è soltanto una vittoria sportiva. È il risultato di una costruzione lenta, quasi artigianale.
Gurnari non usa giri di parole:
“Tutto nasce da competenza, serietà e programmazione. Da uomini e donne che lavorano con professionalità. Quello che vediamo oggi è la conseguenza di tutto questo.”
Parole semplici, ma che suonano quasi rivoluzionarie in una città abituata alle improvvisazioni e alle promesse non mantenute.
Ma lo sport, a Reggio, non è soltanto pallavolo. Anche la pallacanestro sta vivendo una stagione di orgoglio. La Viola Reggio Calabria, guidata da coach Giulio Cadeo, continua a vincere e a tenere la testa della classifica.
Cadeo parla con la calma di chi sa che le vittorie più importanti non sono quelle del tabellone:
“Lo sport dà ai giovani la possibilità di esprimersi e di non restare davanti a uno smartphone senza fare nulla.”
Non è retorica. È la fotografia di un problema generazionale che lo sport, a volte, riesce ancora a risolvere meglio di tante prediche.
C’è poi un altro dettaglio che rende questa stagione speciale: la presenza di tanti ragazzi del territorio. Lo ricorda con orgoglio Giovanni Mafrici, osservatore attento della scena sportiva cittadina:
“Nella Redel gioca Marco Laganà, reggino doc. Nella Domotek il capitano Domenico Laganà arriva da Campo Calabro. E poi ci sono ragazzi di tutta la Calabria: San Giovanni in Fiore, Belvedere Marittimo, Palmi.”
Uno sport fatto in casa, insomma. Non nel senso provinciale del termine, ma nel senso più nobile: quello di una comunità che cresce i propri talenti.
E la storia, a volte, sa essere persino poetica. Qualche settimana fa ha fatto il suo esordio in prima squadra Mattia Viola, nipote del compianto Giudice Viola, figura storica della pallacanestro reggina.
Un dettaglio che Mafrici racconta con emozione:
“Sono corsi e ricorsi storici straordinari. Un bellissimo segnale.”
Nel frattempo, anche il calcio a cinque prova a scrivere la sua pagina. La Futura è terza in Serie A2 Elite, la seconda categoria nazionale. E tutti, inevitabilmente, continuano a guardare alla Reggina, sperando che il calcio torni a regalare notizie migliori.
Ma forse la lezione più importante arriva proprio da questi sport chiamati “minori”.
Perché dimostrano che una città può rialzarsi anche da un palazzetto dello sport, da un pallone che rimbalza sul parquet o da una schiacciata sotto rete.
Alla fine dell’incontro, il giornalista Luigi Palamara sorride e riassume tutto con una frase semplice, quasi antica nel suo entusiasmo:
“Viva Reggio Calabria, viva il volley e viva la pallacanestro.”
E per una volta non sembra una formula retorica.
Sembra, semplicemente, la verità.
@luigi.palamara Reggio Calabria, quando lo sport smette di essere “minore” C’è una parola che a Reggio Calabria si usa troppo spesso quando si parla di sport: minore. Pallavolo, basket, calcio a cinque. Sport minori, li chiamano. Come se la passione avesse una gerarchia, come se il cuore dei tifosi potesse essere misurato con il metro dei bilanci o delle telecamere nazionali. Eppure basta entrare al PalaCalafiore, una sera qualunque, per capire quanto questa definizione sia sbagliata. Quattromila persone sugli spalti. Famiglie, ragazzi, bambini con la sciarpa al collo. Non è folklore, non è nostalgia. È vita. È una città che, per qualche ora, smette di guardarsi allo specchio delle sue difficoltà e torna a credere in qualcosa. A raccontarlo, quasi con stupore, è Billy Gurnari, voce appassionata della pallavolo reggina: “Quello che sta succedendo è qualcosa di meraviglioso. Si parla sempre dei fasti del passato, ma la cosa più bella è quello che si sta realizzando oggi.” E in effetti qualcosa sta accadendo davvero. La Domotek Volley Reggio Calabria ha portato in città la Coppa Italia di Serie A3, un trofeo che a livello maschile non era mai arrivato prima. Non è soltanto una vittoria sportiva. È il risultato di una costruzione lenta, quasi artigianale. Gurnari non usa giri di parole: “Tutto nasce da competenza, serietà e programmazione. Da uomini e donne che lavorano con professionalità. Quello che vediamo oggi è la conseguenza di tutto questo.” Parole semplici, ma che suonano quasi rivoluzionarie in una città abituata alle improvvisazioni e alle promesse non mantenute. Ma lo sport, a Reggio, non è soltanto pallavolo. Anche la pallacanestro sta vivendo una stagione di orgoglio. La Viola Reggio Calabria, guidata da coach Giulio Cadeo, continua a vincere e a tenere la testa della classifica. Cadeo parla con la calma di chi sa che le vittorie più importanti non sono quelle del tabellone: “Lo sport dà ai giovani la possibilità di esprimersi e di non restare davanti a uno smartphone senza fare nulla.” Non è retorica. È la fotografia di un problema generazionale che lo sport, a volte, riesce ancora a risolvere meglio di tante prediche. C’è poi un altro dettaglio che rende questa stagione speciale: la presenza di tanti ragazzi del territorio. Lo ricorda con orgoglio Giovanni Mafrici, osservatore attento della scena sportiva cittadina: “Nella Redel gioca Marco Laganà, reggino doc. Nella Domotek il capitano Domenico Laganà arriva da Campo Calabro. E poi ci sono ragazzi di tutta la Calabria: San Giovanni in Fiore, Belvedere Marittimo, Palmi.” Uno sport fatto in casa, insomma. Non nel senso provinciale del termine, ma nel senso più nobile: quello di una comunità che cresce i propri talenti. E la storia, a volte, sa essere persino poetica. Qualche settimana fa ha fatto il suo esordio in prima squadra Mattia Viola, nipote del compianto Giudice Viola, figura storica della pallacanestro reggina. Un dettaglio che Mafrici racconta con emozione: “Sono corsi e ricorsi storici straordinari. Un bellissimo segnale.” Nel frattempo, anche il calcio a cinque prova a scrivere la sua pagina. La Futura è terza in Serie A2 Elite, la seconda categoria nazionale. E tutti, inevitabilmente, continuano a guardare alla Reggina, sperando che il calcio torni a regalare notizie migliori. Ma forse la lezione più importante arriva proprio da questi sport chiamati “minori”. Perché dimostrano che una città può rialzarsi anche da un palazzetto dello sport, da un pallone che rimbalza sul parquet o da una schiacciata sotto rete. Alla fine dell’incontro, il giornalista Luigi Palamara sorride e riassume tutto con una frase semplice, quasi antica nel suo entusiasmo: “Viva Reggio Calabria, viva il volley e viva la pallacanestro.” E per una volta non sembra una formula retorica. Sembra, semplicemente, la verità. #volley #badket #giovannimafrici #sport #reggiocalabria ♬ audio originale - Luigi Palamara

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