Sánchez alza il muro (e la voce): "No alla guerra di Trump". Madrid rompe il copione e rispolvera la dignità: "Non siamo sudditi".
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nella vita delle nazioni, in cui il silenzio diventa complicità e la prudenza si trasforma in vigliaccheria. Ed è in quei momenti che si misura la statura degli uomini di governo. Non dal volume della voce, ma dal peso delle parole.
Così, dal palazzo della Moncloa, Pedro Sánchez ha risposto a Donald Trump. Non con la cautela burocratica dei comunicati diplomatici, non con la lingua di gomma che spesso infesta i palazzi del potere. Ma con una dichiarazione netta, quasi brutale nella sua chiarezza.
Ha detto, in sostanza: no alla guerra.
Parole semplici, quasi disarmanti nella loro semplicità. Ma proprio per questo esplosive. Perché nel teatro della politica internazionale di oggi, dove i leader spesso gareggiano a chi agita di più il pugno e a chi alza più la voce, dire “no” alla logica dell’escalation equivale a rompere il copione.
Sánchez ha parlato di roulette russa con il destino dell’umanità. Non è un’immagine retorica. È una constatazione. La storia insegna che le grandi catastrofi non arrivano all’improvviso: arrivano a piccoli passi, a decisioni prese per orgoglio, per paura, per calcolo elettorale. Arrivano quando qualcuno pensa che la forza sia più semplice della ragione.
Chi ricorda la tragedia dell’Iraq War sa bene come funziona questa dinamica: prima la minaccia, poi la dimostrazione di forza, poi la guerra. E infine il conto da pagare — in vite umane, in instabilità, in terrorismo, in crisi economiche.
È per questo che la posizione spagnola pesa più delle parole che contiene. Non è soltanto un gesto diplomatico. È una scelta politica. E soprattutto è una scelta morale.
Sánchez lo ha detto con una frase che, in questi tempi di obbedienze automatiche e di alleanze recitate come formule liturgiche, suona quasi rivoluzionaria: la Spagna non sarà complice per paura delle ritorsioni.
In altre parole: la leadership non è obbedienza.
È una frase che avrebbe fatto sorridere amaramente Indro Montanelli, che diffidava delle nazioni troppo pronte a inchinarsi. Ed è una frase che avrebbe probabilmente fatto applaudire Oriana Fallaci, che detestava l’ipocrisia delle diplomazie quando fingono di non vedere l’abisso.
Naturalmente non mancheranno gli accusatori. Diranno che è idealismo. Che è ingenuità. Che il mondo reale funziona con i rapporti di forza.
Forse. Ma la storia dimostra anche il contrario: che molte guerre sono nate proprio da leader convinti che la forza fosse l’unico linguaggio possibile.
E allora la domanda non è se la Spagna abbia ragione o torto.
La domanda è un’altra.
Se, in un tempo in cui il mondo torna a parlare il linguaggio delle minacce e delle rappresaglie economiche, qualcuno abbia ancora il coraggio di dire che la pace non è una debolezza ma una scelta politica.
Oggi, da Madrid, quella parola è stata pronunciata.
E nel rumore delle armi che qualcuno sembra voler rispolverare, suona quasi come una provocazione.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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