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Schiaffi a Washington: Il Magnate del Golfo gela Trump. “Chi ti ha dato il permesso di incendiare casa nostra?”

IL GOLFO CHE NON VUOLE LA GUERRA
Quando un alleato chiede conto all’America

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Certe lettere non sono semplici lettere. Sono schiaffi. Diplomatici, certo. Ma pur sempre schiaffi. E quando arrivano da chi, fino a ieri, sedeva dalla tua stessa parte del tavolo, fanno più rumore di una manifestazione di piazza.

È ciò che è accaduto quando Khalaf Ahmad Al Habtoor, uno degli uomini più ricchi e influenti del Golfo, ha deciso di scrivere una lettera aperta a Donald Trump. Non un editoriale prudente, non una dichiarazione annacquata come ne partoriscono a decine i portavoce dei governi. No. Una domanda secca, brutale, quasi insolente per i codici della diplomazia.

“Chi ti ha dato l’autorità di trascinare la nostra regione in una guerra con l’Iran?”

Domanda semplice. Ma devastante.

Perché non arriva da un oppositore dell’America, né da un ayatollah infuriato, né da qualche tribuno antioccidentale. Arriva da un uomo che appartiene all’establishment degli Emirati Arabi Uniti, cioè da uno di quelli che con Washington hanno costruito affari, alleanze e sicurezza.

Quando un alleato parla così, significa che il limite è stato superato.

Il Medio Oriente, da decenni, è una polveriera dove basta una scintilla per incendiare mezzo pianeta. E ogni volta qualcuno, da qualche capitale lontana, si convince di poter giocare con i fiammiferi. In nome della sicurezza, della deterrenza, della supremazia strategica.

Belle parole. Molto americane.

Ma la realtà è che ogni escalation militare, ogni minaccia, ogni flotta che incrocia nel Golfo Persico non resta un esercizio di geopolitica. Diventa vita reale per chi in quella regione ci vive.

Per chi ha città, economie, famiglie e confini a poche centinaia di chilometri da Teheran.

È questo che Al Habtoor ha detto con una chiarezza che raramente si ascolta nei corridoi del potere: mentre si parlava di pace, mentre si invocavano trattati e stabilità, tornano i venti di guerra.

E quei venti non li sentono a Washington.

Li sentono a Dubai.
Li sentono ad Abu Dhabi.
Li sentono a Riyadh.
Li sentono in ogni città del Golfo che sa bene cosa significa vivere accanto a una guerra.

C’è una vecchia illusione nella politica internazionale: che la forza sia sempre sinonimo di leadership. Che mostrare i muscoli basti a governare il mondo.

Non è vero.

La vera leadership — quella che dura — non si misura con la velocità con cui si ordinano bombardamenti o si spostano portaerei. Si misura con la capacità di evitare le guerre, non di prepararle.

Questo, in sostanza, dice Al Habtoor.
E lo dice all’America.

Il messaggio è semplice: non decidete per noi il destino della nostra regione.

Perché è troppo comodo accendere incendi in casa d’altri.

La storia recente è piena di guerre cominciate con la sicurezza di durare pochi giorni e finite per devastare intere generazioni. Iraq, Afghanistan, Siria: promesse di ordine trasformate in decenni di caos.

E ora qualcuno pensa davvero che un’altra escalation con l’Iran possa essere gestita come una partita a scacchi?

Forse a Washington sì.

Ma nel Golfo, evidentemente, qualcuno ha smesso di crederci.

Quando un imprenditore potente rompe il silenzio e parla così apertamente, non è soltanto un gesto personale. È un segnale. Un segnale che dice che perfino tra gli amici dell’America cresce una domanda scomoda.

Chi decide la guerra? E per conto di chi?

Washington farebbe bene ad ascoltare.

Perché quando gli alleati cominciano a fare queste domande, significa che la fiducia — quella vera — sta iniziando a incrinarsi.

E nella politica internazionale la fiducia è l’unica moneta che, una volta persa, non si ristampa. 

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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