Calabria, stop al "Treno dell'Addio": il Reddito di Merito sfida l'emorragia dei cervelli. Mille euro per restare: Occhiuto punta sul talento.
Non basta trattenere i giovani: bisogna convincerli a restare.
L'Editoriale di Luigi Palamara
La vera povertà di una terra non si misura soltanto dal reddito, dalle infrastrutture mancanti, dai ritardi accumulati. Si misura anche da ciò che essa lascia andare via. E la Calabria, da troppo tempo, lascia partire i suoi giovani migliori. Li vede andar via per studiare, per cercare altrove occasioni, dignità, futuro. Li accompagna quasi con rassegnazione, come se l’addio fosse una legge naturale e non, invece, la confessione di una sconfitta.
I dati di AlmaLaurea danno forma statistica a una ferita che da anni le famiglie calabresi conoscono fin troppo bene: la stragrande maggioranza dei ragazzi che lascia la regione per frequentare l’università fuori sede, poi non rientra. È qui che comincia la grande emorragia. Non al momento del primo impiego, non davanti a una proposta di carriera altrove. Comincia prima, molto prima: quando un giovane comprende che, per dare peso al proprio talento, deve separarlo dalla propria terra.
Ecco perché il reddito di merito non è un provvedimento qualsiasi. Non è una misura ornamentale, né una concessione episodica buona per il dibattito di qualche settimana. È, al contrario, una scelta che colpisce il problema nel suo punto di origine. Sostenere gli studenti calabresi che decidono di frequentare le università della regione, premiando chi mantiene una media alta ed è in regola con il proprio percorso di studi, significa affermare un principio che in Calabria, troppo spesso, è mancato: il merito non deve essere costretto a emigrare per essere riconosciuto.
Dal prossimo anno, questi studenti riceveranno un contributo mensile di 1.000 euro, liberamente utilizzabile. Naturalmente si potrà discutere di criteri, modalità, verifiche, sostenibilità, efficacia. È giusto che ogni misura pubblica sia sottoposta a esame rigoroso. Ma vi sono casi in cui, prima ancora dei dettagli, conta l’ispirazione di fondo. E qui l’ispirazione è chiara: provare a spezzare il riflesso automatico che associa il futuro alla partenza e la permanenza alla rinuncia.
Per questa ragione, è giusto dirlo con nettezza: il reddito di merito è una misura che rende onore a Roberto Occhiuto. E lo rende non per generica benevolenza, né per disciplina di schieramento, ma perché vi sono decisioni che meritano di essere riconosciute anche da chi, nel passato, ha espresso critiche o riserve (come chi scrive). La serietà delle istituzioni, delle professioni e dei ruoli si misura anche da questo: dalla capacità di distinguere la polemica dalla sostanza, il rumore dalla direzione, il tatticismo dalla visione. E questa iniziativa, nonostante le polemiche che hanno accompagnato altre stagioni, va accolta in maniera positiva.
Non basterà, certo. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Nessuna misura isolata può, da sola, mutare una tendenza storica, colmare decenni di ritardi, creare automaticamente sviluppo, lavoro, investimenti, mobilità sociale. La Calabria ha bisogno di molto di più: di università sempre più forti, di un tessuto produttivo capace di assorbire competenze, di infrastrutture degne, di amministrazioni efficienti, di una più ampia idea di futuro. Ma proprio per questo un provvedimento come questo assume rilievo: perché non pretende di risolvere tutto, ma prova almeno a invertire il senso di marcia.
E talvolta il compito più alto della politica è esattamente questo: non offrire illusioni, bensì indicare una direzione. Il reddito di merito può diventare un punto di riferimento importante e significativo, perché interviene non solo sulle condizioni materiali degli studenti, ma anche sul clima morale di una regione. Dice ai ragazzi che impegnarsi conviene. Dice alle famiglie che restare non equivale necessariamente a perdere. Dice alla Calabria che il talento può essere riconosciuto anche senza prendere il treno dell’addio.
Se questa misura sarà accompagnata da una strategia coerente e più ampia, allora potrà davvero contribuire a cambiare il trend dei cervelli in fuga. E forse il suo effetto più importante sarà proprio questo: ricostruire, poco alla volta, la credibilità di una promessa. La promessa che si possa studiare bene, crescere bene, aspirare in grande, senza essere costretti a cercare altrove l’unica legittimazione possibile.
L’approvazione in Giunta e la prossima firma del Protocollo d’Intesa con i rettori delle università calabresi, prevista mercoledì prossimo in Cittadella, segnano dunque un passaggio che va oltre l’atto amministrativo. Qui non si tratta soltanto di rendere operativa una misura. Si tratta di stabilire un principio politico e civile: che la Calabria non può continuare a considerare inevitabile la perdita delle sue energie migliori.
Per troppi anni il merito è partito in silenzio, e la regione si è limitata a registrare l’assenza. Adesso, almeno, si prova a fare qualcosa di diverso: non trattenere i giovani con la retorica, ma convincerli con un segnale concreto. È un inizio, non una conclusione. Ma gli inizi, quando sono seri, hanno già in sé il valore delle svolte.
Perché una terra cambia davvero non quando smette di vedere i propri figli partire, ma quando comincia finalmente a meritarsi la loro permanenza.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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