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I forti e le loro ragioni

I forti e le loro ragioni.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Non vi diranno mai: vogliamo comandare.
I potenti non parlano così. Sarebbero troppo sinceri, e la sincerità non è una virtù del potere. Il potere preferisce travestirsi da necessità, da giustizia, da destino. E il discorso di Xi Jinping a Piazza Tiananmen, nel luglio del 2021, era precisamente questo: non un discorso, ma un travestimento. La forza vestita da innocenza. L’ambizione vestita da memoria. L’impero vestito da vittima.

Xi dice: il popolo cinese ama la giustizia. Xi dice: la Cina non ha mai oppresso nessuno. Xi dice: non permetteremo mai a nessuno di opprimerci. E intanto, tra una frase e l’altra, alza quella sua grande muraglia d’acciaio, non di pietra ma di uomini, di disciplina, di obbedienza, di nazionalismo, e la offre al mondo come una promessa di pace. È il trucco più antico della politica: minacciare in nome della serenità, stringere in nome dell’ordine, colpire in nome dell’autodifesa.

Non c’è niente di più pericoloso di una potenza che si crede moralmente innocente. Perché una potenza che sa di essere colpevole, almeno qualche volta si ferma, esita, si vergogna. Ma una potenza che si sente redentrice non si ferma mai. Avanza. E siccome avanza convinta di avere ragione, pretende anche l’applauso.

La Cina di Xi non si limita a governare un Paese: pretende di interpretare una civiltà, di parlare a nome della Storia, di incarnare la ferita e il riscatto di un miliardo e quattrocento milioni di persone. Qui sta il punto. Non nel comunismo, che ormai è una tappezzeria ideologica. Non nel socialismo dalle caratteristiche cinesi, che è una formula da nota diplomatica. Il punto è il nazionalismo assoluto, organizzato, militarizzato, elevato a religione civile. Il Partito coincide con la nazione. La nazione coincide con il popolo. Il popolo coincide con la volontà del Partito. E chi rompe questa catena non è un oppositore: è un traditore.

Questo meccanismo non riguarda solo la Cina. È il vizio del nostro tempo. Cambiano le bandiere, non il riflesso. Xi lo recita in mandarino. Trump lo urla in inglese. Netanyahu lo pratica in ebraico. Tutti e tre, con differenze enormi di storia, di sistema, di contesto, hanno però una parentela che non si può ignorare: tutti parlano la lingua dei forti che si fingono assediati.

Trump è il mercante della forza. Non ha la monumentalità imperiale di Xi, non ha il senso tragico di Netanyahu. Ha l’istinto del giocatore che sbatte i pugni sul tavolo e chiama “negoziato” il momento in cui l’altro comincia ad avere paura. Dazi, pressioni, ultimatum, ricatti commerciali: tutto viene raccontato come sano realismo. Non aggredisce, dice. Difende l’America. Non impone, dice. Riequilibra. Ma il lessico non cambia la sostanza: anche qui la forza pretende d’essere scambiata per buon senso.

Netanyahu è un’altra cosa ancora. Lui non vende il comando come affare; lo consacra come necessità morale. La sicurezza di Israele diventa il passepartout che apre ogni porta e chiude ogni discussione. Bombarda per prevenire, occupa per proteggere, stringe per sopravvivere. E guai a chi gli ricorda che esiste un confine sottile tra la difesa e il dominio. Perché in quella regione, da troppi anni, la paura è diventata una forma di governo, e il diritto un lusso da tempi migliori. Netanyahu si muove dentro una tragedia reale, ma spesso la usa come licenza permanente. E quando la tragedia diventa licenza, la politica smette di essere prudenza e diventa destino armato.

Così Xi, Trump e Netanyahu, così diversi eppure così simili, finiscono col comporre il ritratto del nostro secolo. Il secolo dei forti suscettibili. Dei governi che vogliono essere temuti, ma guai a dire che fanno paura. Dei leader che parlano sempre di pace con i verbi della guerra. Nessuno conquista: tutti proteggono. Nessuno minaccia: tutti dissuadono. Nessuno schiaccia: tutti ristabiliscono equilibrio. È un immenso teatro dell’ipocrisia, e il pubblico, cioè noi, fa finta di non accorgersene perché ha paura di guardare lo spettacolo fino in fondo.

Ma guardiamolo, invece. Xi parla di giustizia e intorno a Taiwan stringe il cappio. Parla di rispetto reciproco e nel Mar Cinese Meridionale pretende che la geografia si pieghi alla potenza. Parla di futuro condiviso e poi decide che il futuro, se non coincide con la volontà di Pechino, è sovversione. Trump parla di accordi e negozia sempre con la clava bene in vista. Netanyahu parla di pace e intanto scava così a fondo nella logica dell’assedio da rendere la pace stessa irriconoscibile.

Il punto non è stabilire chi sia il peggiore. Questa è la distrazione preferita dei mediocri. Il punto è capire il metodo. Il metodo è sempre quello: proclamarsi vittima per avere il diritto di diventare carnefice senza perdere la faccia. Invocare la storia per sospendere la morale. Trasformare la sicurezza in assoluto, così che qualunque obiezione possa essere liquidata come ingenuità, tradimento, complicità col nemico.

E allora il discorso di Xi, riletto oggi, non è solo il manifesto della Cina contemporanea. È il vangelo laico di un’epoca che ha smesso di vergognarsi della forza e ha imparato a benedirla. Xi la benedice in nome della nazione ferita. Trump in nome dell’interesse nazionale. Netanyahu in nome della sopravvivenza. Ma la musica è la stessa. Cambia il timbro, resta la marcia.

C’è una frase, in quel discorso, che vale più di tutte le altre: chi ci sfida finirà col battere la testa contro un muro. Ecco, il muro. Tutto il potere moderno sogna il muro. Un muro fisico, militare, economico, ideologico. Un muro che tenga fuori i nemici e dentro i sudditi. Un muro che si presenti come difesa ma funzioni come comando. Xi lo chiama muraglia d’acciaio. Trump lo traduce in tariffe, minacce, linee rosse. Netanyahu in confini armati, buffer zone, controllo permanente. Sempre muro è.

La verità è più semplice di tutte le loro giustificazioni. Quando uno Stato comincia a parlare troppo della propria innocenza, bisogna controllare dove sta spostando i carri armati. Quando un leader pronuncia troppe volte la parola pace, conviene guardare chi sta preparando alla guerra. Quando il potere si definisce giusto per natura, è già a un passo dal considerare legittima qualsiasi violenza.

La Cina non è un’eccezione. L’America non è un’eccezione. Israele non è un’eccezione. L’eccezione, semmai, è la verità. E la verità è questa: i forti non vogliono soltanto vincere. Vogliono vincere sembrando offesi. Vogliono dominare sembrando prudenti. Vogliono essere temuti continuando a recitare la parte dei minacciati.

È il capolavoro del potere: farsi passare per necessità.
Ed è l’inizio di tutte le sciagure: credergli.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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